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Helmuth Plessner – Il sorriso [con testo tedesco a fronte. Traduzione e cura di Vallori Rasini, Inschibboleth Edizioni, Roma 2018]

Il sorriso pare essere un’espressione al diminutivo, un cenno che non esplode, silenzioso, sfumato, trascurato nella sua dignità ontologica, in quanto considerato spesso, cenno o incipit di qualcosa d’altro, un quasi riso, come indicherebbe la struttura della parola stessa in molte lingue, che richiama il riso, come se il sorriso accennasse semplicemente «alla fase iniziale» del riso o ne fosse una piccola traccia (p. 43).

E tuttavia l’ermeneutica del sorriso conduce su strade affatto diverse rispetto alle espressioni più intense di riso e pianto.

Queste espressioni plateali, la cui causa scatenante risulta visibile, secondo Plessner ci dicono di una momentanea rottura della relazione fra persona e corpo; il corpo cessa a un certo punto di essere servo fedele dell’anima e manifesta la sospensione temporanea della capacità di trasformare l’emozione immediata in simbolo. Sospensione dunque di una capacità, quella simbolica, che più propriamente dice dell’umano. Nel parossismo del riso o del pianto emerge dunque il paradosso di una sospensione della facoltà più propriamente umana, che tuttavia proprio per questo pare dirci meglio cosa l’uomo sia.

Il sorriso, gesto polivalente, «che si colloca nella temperata zona intraumana» (ibid.), al contrario, trascende l’immediata identificazione della causa che l’ha scatenato. Esso sorge in momenti diversi e segnala emozioni spesso antitetiche: si sorride di benevolenza, di scherno, anche di rabbia, e tuttavia queste emozioni variegate, paiono riuscire a esprimersi bene attraverso questo cenno del viso, che in ogni caso, sembra dare l’impressione «che si abbia a che fare con un rasserenamento e un’illuminazione del volto, con un rilassamento che porta con sé un’aura di serenità e liberazione» (p. 39).

A differenza della mimica esplosiva del riso, della perdita di controllo cui esso rimanda immediatamente, il sorriso «mantiene una garbata distanza dalla propria emozione e dall’altro, da ciò che lo suscita e da ciò a cui si rivolge» (p. 41).

Il suo nobile distacco dall’immediata necessità delle leggi di causa ed effetto, si evince anche dal fatto che esso non vincola a una reazione.

Sebbene sia caratterizzato da una forma impulsiva debole, ciò non vuol dire che sia indice di emozioni deboli; spesso una mimica esplosiva ci dice di un sentimento debole. A ogni modo si tratta di una «forma espressiva sui generis» (p. 45), poiché «nell’esprimere, esso preserva una distanza dall’espressione» (p. 47).

Attraverso il sorriso la natura si fa arte, gioco, allusione, dissimulazione. Nel riso siamo assorbiti nell’espressione, ne siamo sopraffatti e fatichiamo ad affrancarcene; quando si sorride, al contrario, si mantiene un distacco dall’espressione che palesa il fatto di essere in relazione con essa e col proprio volto: «nel sorriso noi stessi scolpiamo i nostri sentimenti, diamo loro espressione nel campo di gioco del volto» (p. 53). Si tratta di un’allegoria, di un raffinato simbolismo consapevole di sé, che trasforma un atteggiamento naturale in un linguaggio comportamentale. È proprio tale distanziamento che rende il sorriso espressione di comunicazione, poiché «sorridendo ci si fa intendere» (ibid.); esso palesa un’avvenuta comprensione: «il suo retroterra è il medesimo de linguaggio: fa intendere, dice e significa, sebbene in forma trattenuta, velata, inesplicita» (p. 55).

Proprio in virtù di questa sua peculiare capacità di lasciare delle tracce, di giocare con l’implicito, esso viene definito come la mimica della posizione umana. Il sorriso dunque rende manifesta l’eccentricità dell’anthropos e la sua peculiare posizione tra i gradi dell’organico.

Per Plessner anche riso e pianto sono espressioni, o meglio esplosioni tipicamente umane e tuttavia esse vanno palesando l’umano nel momento della perdita del controllo. La sospensione della capacità razionale di controllo, conduce alla conclusione che solo chi è capace di dominio su se stesso può temporaneamente perderlo: «in questa perdita si manifestano l’essere distanziato e la spiritualità» (p. 63). Dunque riso e pianto manifesterebbero indirettamente, nella temporanea frattura tra corpo e persona, il distanziamento tipico dell’umano. Al contrario il sorriso è una manifestazione consapevole della distanza, emblema perciò di quell’ente irrimediabilmente scisso tra costrizione e libertà.

Come sostenuto da Vallori Rasini nell’introduzione al testo «il sorriso rappresenta dal punto di vista espressivo l’emblema più azzeccato della condizione antropologica; è la più autentica espressione dell’umanità dell’uomo» (p. 29).

Fabiana Gambardella

01_2019

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