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Francesco Ferretti – Alle origini del linguaggio umano. Il punto di vista evoluzionistico [Editori Laterza, Bari 2010, pp. 181, € 12]


«È una cosa assai notevole, che non vi sono uomini, per quanto ottusi e stupidi, senza eccettuar nemmeno gli insensati, che non siano capaci di accomodare insieme diverse parole, e di trarne fuori un discorso col quale possano far comprendere i loro pensieri; e, al contrario, non c’è altro animale, per quanto perfetto e felicemente dotato esso sia, che faccia il medesimo» (R. Descartes, Discorso sul metodo, Fabbri Editore, Milano 1996, p. 122). Espressione dell’anima razionale, il linguaggio è presentato da Cartesio come la traccia che segna lo scarto che separa l’uomo dall’animale.Il pensiero del filosofo francese ha tracciato a lungo il limite ideologico entro cui si è svolta la riflessione sul linguaggio, intrecciandosi con una concezione della natura umana segnata da una differenza qualitativa rispetto agli altri animali. Dietro le reticenze di molti studiosi ad affrontare il problema dell’origine del linguaggio, sancite dall’editto della Société de Linguistique de Paris nel 1866 e giustificate dalla mancanza di tracce fossili attraverso cui svolgere le indagini, si cela proprio la difficoltà di mettere in questione la continuità dell’uomo con il mondo animale. Lo evidenzia Francesco Ferretti, nel suo testo Alle origini del linguaggio umano. Il punto di vista evoluzionistico (p. VI).La riflessione multidisciplinare che dagli ultimi decenni si è svolta nell’ambito delle scienze cognitive ha posto in luce il ruolo centrale assunto dalla teoria della selezione naturale di Darwin in merito al problema dell’origine del linguaggio, conducendo a fare i conti con l’idea che gli esseri umani siano «animali tra gli altri animali» (p. VII). È questa la questione di fondo che alimenta la riflessione di Ferretti. Attraverso un’analisi densa, dettagliata e al contempo caratterizzata da una limpidezza espositiva, l’autore rintraccia gli elementi che consentono di inserire il problema dell’origine del linguaggio nel quadro più ampio della selezione naturale.A fare da sfondo all’analisi dell’autore vi è la tradizione cartesiana che ha esercitato un’influenza predominante sulla tradizione prevalente degli studi cognitivi e che trova la sua principale espressione nella Grammatica Universale formulata da Noam Chomsky. Ponendosi come l’insieme delle «condizioni che devono essere soddisfatte dalle grammatiche di tutte le lingue umane», la Grammatica Universale è espressione della «natura delle capacità intellettive dell’uomo» (N. Chomsky, Il linguaggio e la mente, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 57). Il suo studio è finalizzato a «formulare le condizioni necessarie e sufficienti che un sistema deve soddisfare per qualificarsi come lingua umana potenziale, condizioni che non sono vere accidentalmente per le lingue umane esistenti, ma che sono piuttosto radicate nella capacità linguistica umana e che costituiscono quindi l’organizzazione innata che determina sia ciò che vale come esperienza linguistica, sia quale conoscenza linguistica deriva da questa esperienza» (ibid.). In linea con la tradizione cartesiana, Chomsky sostiene che il linguaggio costituisce l’elemento che segna la distanza che separa l’uomo dall’animale, giacché anche l’acquisizione dei suoi rudimenti risulta impossibile ai membri delle altre specie (ibid., p. 100). Alla luce di tale considerazione, il filosofo conclude che «è completamente privo di senso sollevare il problema di spiegare l’evoluzione del linguaggio umano dai sistemi più primitivi di comunicazione che compaiono ai livelli inferiori delle capacità intellettive» (ibid.).Ferretti ricorda che, al di là delle tesi innatiste sostenute, Chomsky è «uno dei fautori principali della biolinguistica: il suo modello teorico si incarna fortemente nella tradizione naturalistica secondo cui il linguaggio è parte del mondo naturale e deve essere indagato secondo le indagini tipiche del mondo naturale» (Ferretti, p. 61). L’apparente contraddizione cui va incontro il filosofo sembra essere superata dalla sua adesione al programma exattamentista, che lo porta a concepire «il linguaggio come un “effetto collaterale” dell’organizzazione strutturale del cervello governata da leggi puramente fisiche» (ibid.), le quali escluderebbero di fatto ogni intervento della selezione naturale.Contro tale concezione l’autore fa notare che l’adattamento e l’exattamento «sono due facce strettamente correlate del processo evolutivo» (p. 64). Gli effetti prodotti dall’exattamento possono a loro volta essere selezionati per ulteriori adattamenti funzionali. Questo alternarsi di exattamento e adattamento apre una nuova prospettiva nella riflessione sull’origine del linguaggio e consente di introdurre una nuova tesi interpretativa, che tiene conto di un rapporto d’influenza reciproca di cervello e linguaggio nel corso dell’evoluzione della specie umana.Ferretti fa notare che se il linguaggio fosse esclusivamente il frutto di una specifica organizzazione cerebrale, il suo utilizzo sarebbe automatico e renderebbe gli individui capaci di «elaborare qualsiasi discorso allo stesso modo, indipendentemente dall’argomento affrontato» (p. 75). Prendendo le distanze da tale concezione, l’autore osserva come il processo comunicativo sia sempre caratterizzato da uno sforzo. L’atto linguistico comporta una duplice fatica mentale: quella dell’ascoltatore impegnato a comprendere il messaggio e quella del parlante stesso, che cerca di fare in modo che la sua intenzione comunicativa possa arrivare inalterata all’interlocutore. Tale intuizione prende le mosse dall’idea di Darwin secondo cui lo sforzo cognitivo è finalizzato al raggiungimento da parte dell’organismo di un equilibrio rispetto alle mutate condizioni ambientali. Ferretti afferma, dunque, che «la nozione di sforzo cognitivo applicata al linguaggio apre la strada all’idea della comunicazione come una forma di equilibrio (molto precario, risultato di continui aggiustamenti) tra le intenzioni comunicative del parlante e le aspettative che l’ascoltatore ha nel cogliere tali intenzioni» (p. 76).L’attenzione si sposta in tal modo su un piano che precede l’emissione degli enunciati e investe la stessa condizione di possibilità della comunicazione, ponendo in luce i suoi aspetti pragmatici, che di per sé eccedono sempre quelli grammaticali (p. 77). Lo sviluppo spontaneo del codice Pidgin, sviluppatosi nelle isole Hawaii per far fronte alla compresenza di individui parlanti lingue molto diverse tra loro, dimostra che la comunicazione può andare avanti anche in presenza di un codice fortemente danneggiato (pp. 116-117), consentendo, così, il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Tale prospettiva rende possibile concepire il linguaggio come il frutto dell’adattamento dell’organismo al proprio ambiente, instaurando in tal modo una continuità con il mondo animale.La rivalutazione degli aspetti pragmatici del linguaggio pone di fronte al ruolo assunto dal comportamento del singolo nell’evoluzione. Al centro dell’attenzione vi è l’individuo e il suo rapporto con l’ambiente, che continuamente pone sfide per la sopravvivenza. Riprendendo le osservazioni di Baldwin, Ferretti osserva che «quando l’ambiente muta, gli individui lottano per mantenersi in vita. Questa lotta non ha effetti solo sul fenotipo, ma anche sul genotipo» (p. 83).Il rapporto che l’uomo intrattiene con l’ambiente assume un carattere flessibile in virtù della sua capacità di disporre di svariate alternative e della sua facoltà di scegliere quella più adatta al contesto (p. 86). Tale rapporto dinamico presuppone quello che Ferretti definisce Sistema Triadico di Radicamento e Proiezione, che poggia sue tre tipi di intelligenza: ecologica, che implica un radicamento dell’organismo nello spazio in virtù della sua stessa corporeità, sociale, che presuppone la capacità di anticipare gli stati mentali degli individui della propria specie, e temporale, che fa riferimento alla facoltà di trascendere la situazione presente e di prospettare gli scenari futuri (pp. 87-101). La peculiarità di questo sistema consente un ancoraggio flessibile all’ambiente (p. 107) e offre preziose indicazioni per la comprensione del linguaggio e della sua origine. «L’idea alla base di questo scritto», afferma infatti Ferretti, «è che il sistema triadico esplichi il suo ruolo di maggior rilievo in quelle capacità di ancoraggio e proiezione che regolano l’appropriatezza delle espressioni verbali rispetto ai contesti fisici e sociali in cui vengono proferite» (p. 112).Il linguaggio è un elemento costitutivo dell’ambiente umano. Attraverso la parola l’individuo dà forma allo spazio entro cui è inserito, rendendolo familiare. Il pensiero simbolico alimenta un continuo movimento che genera un’incessante trasformazione delle condizioni esterne. In questo sforzo costante che vede l’evolversi del linguaggio, l’ambiente stesso si trasforma. Questo continuo movimento legittima il ricorso dell’autore alla metafora che vede il linguaggio come navigazione nello spazio. I giudizi intuivi che guidano la comprensione del parlato dipendono dal controllo della direzione e dell’orientamento del fluire del discorso, governata da una costante valutazione dell’appropriatezza al contesto di ciò che viene detto (p. 125). Il deragliamento e la tangenzialità che caratterizzano le produzioni linguistiche di soggetti affetti da psicopatologia mostrano che la comunicazione è il frutto continui aggiustamenti tra parlanti e ascoltatori (ibid.).Questo perpetuo sforzo finalizzato allo scambio comunicativo è alla base dell’origine del linguaggio e della sua stessa evoluzione. «Col passare del tempo la selezione naturale può essere venuta incontro alle esigenze di ridurre tale sforzo lavorando per la costruzione di sistemi cognitivi specificamente adibiti al linguaggio. È qui che la tesi del linguaggio come sforzo exattativo viene a convergere con la tesi del linguaggio come adattamento biologico» (p. 162). Si svela in questo punto il rapporto di coevoluzione di cervello e linguaggio che, in continua tensione tra loro, si sviluppano a vicenda, radicandosi nel quadro dell’evoluzione della specie che sancisce un monito inaggirabile per l’orgoglio antropocentrico.

Anna Baldini

S&F_n. 10_2013

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