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ASPETTI CRITICI DELLA “GESTAZIONE PER ALTRI”. LIBERTÀ O LIMITE DELL’AUTODETERMINAZIONE FEMMINILE: NEO-PATRIARCATO E TECNOLOGIA

Autore


Laura Sugamele

Università degli studi di Roma “La Sapienza”

dottoranda di ricerca in Studi Politici presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”

Indice


  1. Introduzione
  2. Patriarcato, economia e genere
  3. Economia e tecno-scienza
  4. Le nuove tecnologie riproduttive: questioni, dilemmi e “gestazione per altri”
  5. Un’analisi sulla GPA commerciale
  6. Riflessioni conclusive su sfruttamento del corpo e autodeterminazione

 

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S&F_n. 23_2020

Abstract


Crtical aspects of “gestation for others”. Freedom or limit of female self-determination: neo-patriarchy and technology

This essay is focused on the theme of “gestation for others”. The GPA highlights some ethical problems in relation to the commercialization of the female body for reproductive purposes. In this perspective, the link between exploitation of the female body and accumulation of resources is connected to the economic-capitalist paradigm. In convergence with the development of biotechnology, female reproductive capacity is at the center of an economic fragmentation mechanism.

  1. Introduzione

Negli ultimi anni il pensiero femminista, in convergenza alle riflessioni dell’ecofemminismo e del post-colonialismo, ha richiamato all’esigenza di sottrarsi al paradigma economico-capitalistico, in cui la natura riproduttiva femminile costituisce un fattore di interesse primario. Nell’opera Women and Nature. The roaring inside her (1978) di Susan Griffin, il tema del rapporto tra dominio della natura e subalternità femminile acquisisce rilievo, in merito alla connessione natura-corpo, laddove vi è sovrapposizione tra sfruttamento delle risorse della natura e potenzialità sessuale-procreativa. In questa prospettiva, è interessante la riflessione ecofemminista di Vandana Shiva[1], per la quale l’attuale forma neoliberista del mercato ha assunto la delineazione di un atteggiamento “fondamentalista”, produttore di una reificazione sessuale delle donne.

All’interno della dicotomia corpo femminile-mercato, la Shiva individua il neoliberismo economico come aspetto centrale di una reificazione delle donne ridotte a corpi sessuati per scopi riproduttivi, dunque deprivate della propria autodeterminazione. In quest’ottica, la subalternità delle donne viene collegata al tema del dominio neo-antropocentrico e patriarcale, attuato sui corpi e sulla loro sessualità, in tal modo assorbita nel modello dell’accumulazione capitalistica.

Sulla correlazione tra sfruttamento del corpo femminile e economia, anche Carolyn Merchant parla di “morte della natura”, fase che la filosofa pone in relazione ai cambiamenti sociali, economici e ecologici in atto nell'Europa occidentale del XVII secolo, nel momento in cui la scienza assunse profili inediti per la possibilità di controllare la natura, con l’ausilio della tecnologia e della scienza.

I cambiamenti avvenuti tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, secondo Merchant, crearono le condizioni per una espansione della tecnologia sulla vita umana[2]. Questa fase, infatti, si caratterizzò per una cultura permeata dallo spirito scientifico, in cui economia e capitale confluirono sul fine del controllo della natura e di un adattamento sociale delle dicotomie di genere[3].

 

  1. Patriarcato, economia e genere

Il discorso volto a sottolineare l’influenza dell’economia sul corpo delle donne, impone l’esigenza di evidenziare quanto la nuova configurazione economica, che è quella neoliberale, abbia assunto connotazioni pervasive sulla sfera sessuale e riproduttiva femminile. Da questo punto di vista, è necessario osservare che l’attuale fase economica, corrisponde a ciò che buona parte del femminismo definisce come “post-patriarcato” o “neo-patriarcato”[4], ovvero un nuovo patriarcato, distante dal canone della famiglia tradizionale e conforme, invece, a una prospettiva economica, dalla caratteristica specificatamente commerciale.

In un’interessante analisi sul rapporto tra patriarcato, libertà e genere di Brunella Casalini[5], emerge l’idea di una fase “post-patriarcale” permeata da un indebolimento dell’autorità maschile, tuttavia, riformulata diversamente, ossia indirizzata a una ri-configurazione dei rapporti tra dominatore e oppresso[6].

Alla nuova economia neoliberista, nella connessione al patriarcato, viene attribuita l’autorità del controllo sulla vita biologica in termini chiaramente produttivi. In questa angolazione, il dominio economico-patriarcale, sposta il suo asse di interesse sulla riproduzione femminile e la maternità. Proprio la maternità, motivo centrale delle lotte femministe nella “seconda ondata”[7], oggi, è assorbita all’interno di un orizzonte economico, nel quale il corpo femminile non solo rappresenta una fonte indiscutibile di ricchezza, ma, in particolare, viene collocato all’interno di un sistema di adattamento sociale del ruolo materno, controllo esteso su ogni aspetto della vita di una donna: dall’utilizzo della pillola, agli screening prenatali, sino all’allattamento al seno[8]. In questo processo normativo, maternità e gravidanza, acquisiscono un significato sociale, ossia – parafrasando Barbara Duden[9] – sono trasferiti nell’orizzonte del discorso pubblico, riguardando meno la sfera della scelta individuale.

In questo senso, dagli anni Sessanta e Settanta, il femminismo si è impegnato nel delineare il progresso, ma anche le involuzioni del processo bio-economico, in merito all’autodeterminazione delle donne sul corpo, la procreazione e la maternità.

Le prime elaborazioni femministe – sviluppate a partire dalle posizioni di Simone de Beauvoir[10], sulla subordinazione della donna quale derivazione patriarcale, innestata su una categorizzazione della femminilità, esclusivamente connaturata a una funzione materna, a quelle di Shulamith Firestone[11], per la quale, la libertà femminile viene radicata su una scissione dalla maternità – hanno impattato su una diversa modalità di considerare la maternità, più che altro, nel senso di un obbligo sociale. Su tale questione, altre pensatrici[12] hanno proposto, invece, una visione positiva della maternità, nel significato di un riconoscimento della soggettività, della differenza sessuale e della relazione madre-figlia, oltre che di una realizzazione del ruolo “materno” come affermazione del pacifismo e della non-violenza[13].

In merito all’utilizzo delle tecnologie riproduttive, all’interno del pensiero femminista si sono sviluppati interrogativi circa il “diritto” di realizzare la maternità, nel caso in cui nella donna non subentri in modo naturale, sulla liceità di queste tecnologie e la possibilità che a accedervi, siano alcuni soggetti appartenenti a determinati status economici[14]. L’aspetto che va posto in luce, è che tali tecnologie «dilatano il potere di gestione tecnica delle specie viventi, inclusa la vita umana»[15] e il loro utilizzo, dunque, è conforme alla tendenza sociale della normalizzazione dei ruoli di genere, posizione espressa nell’analisi della sociologa Charis Thompson in Making parents. The ontological choreography of reproductive technologies[16].

Secondo la Thompson, le tecnologie di riproduzione assistita[17], nel loro intreccio alla riproduzione biologica, si connettono a specifici significati culturali, sociali, politici e economici, ove tali tecnologie sono parte dell’attuale tendenza capitalistica, nell’incorporare ciò che concerne la biologia umana entro dinamiche biomediche, in cui la tecnologia diventa “strumentale” alla regolazione sociale della sessualità femminile sull’intento procreativo.

 

  1. Economia e tecno-scienza

Sulla valorizzazione economica della vita umana, si pone la riflessione femminista contemporanea, per la quale la capacità riproduttiva delle donne è l’obiettivo del processo di espropriazione delle risorse, conseguente alle trasformazioni scientifiche di origine capitalistica. Come osservano Catherine Waldby e Melinda Cooper[18], il cambiamento scientifico ebbe inizio con l’economia post-fordista, sistema che si contraddistinse per le nuove possibilità legate a una ri-valutazione in senso produttivo della vita umana e con influssi nell’attuale fase neoliberista di mercato, caratterizzato dalla capacità di produrre un “valore”. Per Waldby e Cooper, l’innovazione biomedica è quindi connessa al sistema neoliberista di mercato, incentrato su una riduzione dei processi biologici, indirizzati su un sistema di commercializzazione economica[19]. In tal modo, la biologia femminile è al centro di un meccanismo reticolare della disgregazione economica, in cui le nuove tecnologie riproduttive hanno posto il potenziale sessuale delle donne sull’esigenza di risolvere problematiche attinenti alla fertilità[20].

Queste trasformazioni sociali e tecniche, connesse alla transizione dal sistema economico fordista a quello post-fordista, dunque, si sono delineate nella produzione e accumulazione dei beni[21]. Tale passaggio, dapprima permeato da un processo di accumulazione rigida, in seguito da uno flessibile, venne a delinearsi per un approccio economico volto alla ricerca e all’accumulo delle risorse. Il sistema post-fordista, infatti, rivolgendo le sue attenzioni a una ristrutturazione dei modi di produzione, fu determinante anche per una riformulazione dei ruoli di genere. In quest’ottica, la “femminilizzazione” nel lavoro, corrispondente a una maggiore presenza pubblica e professionale delle donne, per converso, conduce a un progressivo sfruttamento delle risorse sessuali e riproduttive femminili.

Attualmente, gli effetti di questo processo economico sono tangibili nell’intensificazione dell’intervento biomedico[22].

In questa angolazione, l’accentuazione economica sulla vita umana, specialmente sull’aspetto riproduttivo femminile, pone in evidenza la questione dello sfruttamento del corpo, in convergenza a un diritto all’autodeterminazione che viene a disgregarsi. Laddove la parte biologica-sessuale è “politicizzata”, ossia categorizzata all’interno di un sistema di controllo politico-economico dal tratto neo-patriarcale, alla donna viene sottratta la sua autonomia nella funzione materna, così inserita nel mercato riproduttivo. In tal senso, nella logica unione tra dominio patriarcale e sistema economico, la capacità sessuale-riproduttiva è circoscritta sul profitto, in questo modo, realizzabile attorno al “ventre” femminile.

 

  1. Le nuove tecnologie riproduttive: questioni, dilemmi e “gestazione per altri”

Le nuove tecnologie riproduttive implicano trasformazioni sul piano relazionale e culturale. Del resto, la separazione tra genitorialità sociale e biologica, prodotta dal ricorso a tali metodiche ha generato una moltiplicazione dei ruoli parentali, con modifiche sostanziali sulle dinamiche familiari e relazionali[23]. Attraverso le metodiche di procreazione assistita, il progetto della maternità/genitorialità scivola nell’ambito del desiderio individuale e produce una separazione della sessualità dalla riproduzione.

In tal modo, le tecniche di procreazione rendono possibile il concepimento, evitando il naturale rapporto sessuale. Il ricorso alla fecondazione in vitro, inoltre, consente il monitoraggio dello sviluppo fetale; prima con lo screening genetico e, poi, con la diagnosi genetica prenatale, nella fase dell’impianto nell’utero della donna[24].

Nella “rivoluzione” procreativa ormai in atto, la ri-articolazione della maternità/genitorialità, certamente, si definisce sulla base dell’impatto che la biotecnologia «è in grado di provocare sulla capacità umana di manipolare il processo riproduttivo»[25].

In questo senso, la riproduzione artificiale, nella modalità specifica della “gestazione per altri”, definita anche “surrogazione di maternità”, piuttosto che “maternità surrogata”, comunemente conosciuta come “utero in affitto”, può riguardare donne o uomini privi del relativo partner, coppie eterosessuali o dello stesso sesso, quindi tutti quei soggetti che rivendicano una sorta di “diritto al figlio”, in cui il nascituro diviene il prodotto di tali meccanismi riproduttivi esterni. Di conseguenza, l’espansione delle metodiche di riproduzione ha modificato le ragioni sottese al loro uso. Se, prima, le tecniche mediche di procreazione, venivano adoperate per la cura della sterilità o dell’infertilità di coppia, negli ultimi anni, il loro ricorso è notevolmente cambiato in merito al desiderio individuale. «Il bisogno del figlio a ogni costo diventa allora un piano inclinato: si vuole il figlio, ma lo si vuole sano e con determinate caratteristiche somatiche e genetiche»[26].

Il controllo del materiale genetico diventa, dunque, uno strumento per soddisfare il desiderio sociale e non il bisogno biologico di genitorialità. Da questo punto di vista, la procreazione potrebbe diventare un processo meccanico e seriale, privato della spontaneità, da cui, invece, dovrebbe essere caratterizzato.

In questo quadro, il tema della “surrogazione” o della “gestazione per altri”, andrebbe contestualizzato sulla questione della manipolazione degli aspetti biologici umani e sul processo di reificazione oggettuale determinato sul corpo femminile. Seguendo tale prospettiva, la GPA si colloca nell’orizzonte del progresso biomedico a scopo economico e manipolativo della riproduzione.

La procedura si delinea in tre specifiche metodiche: la prima si riferisce alla donazione degli ovociti da parte di terzi soggetti e presuppone una donna, il cui compito è quello di portare a termine la gravidanza; nella seconda, il partner di sesso maschile feconda l’ovocita della donna cosiddetta “surrogata”; nella terza, definita “locazione di utero” o “utero in affitto”, viene invece adoperato il materiale genetico dei due partner, in seguito impiantato nell’utero della donna[27].

La questione, inevitabilmente, non può non legarsi al tema della reificazione sessuale del corpo femminile, a causa dell’impatto della scienza e della genetica sugli aspetti sociali della riproduzione, argomento che impone una significativa attenzione sul problema della de-naturalizzazione della fecondazione che, peraltro, è in atto in tale metodica[28]. In questi termini, la donna è soggetta a un meccanismo di «biomedicalizzazione»[29] del corpo, ove biotecnologia, biologia molecolare e ricerca farmacologica ne hanno potenziato il sistema, per esempio aumentando i controlli durante la gravidanza, sviluppando tecniche e incrementando alcuni esami con relativi rischi iatrogeni[30].

La “gestazione per altri” è quindi una procedura di procreazione medicalmente assistita, attraverso cui la donna “surrogata”, provvede alla gestazione in favore dei genitori “intenzionali”. Accanto alla prassi tradizionale della “maternità surrogata”, vi è quella che prevede l’impianto nel corpo femminile dell’ovulo, in precedenza fecondato in vitro[31]; perciò, la novità insita nella GPA è «la possibilità di realizzare la riproduzione umana in modo non coitale e di sostituire al rapporto coitale stesso pratiche surrogative artificiali»[32]. Su questo piano, le tecniche di procreazione medicalmente assistita, hanno determinato una nuova configurazione del corpo e delle sue funzioni.

Anche il rapporto tra genitore biologico e genitore genetico viene ripensato alla luce delle relazioni di filiazione instaurate con la procedura della GPA. «Le nuove tecnologie portano la procreazione a autonomizzarsi dalla sessualità, scindono la genitorialità in una “pluriparentalità”»[33].

 

  1. Un’analisi sulla GPA commerciale

Sulla questione della “gestazione per altri”, la riflessione del femminismo è alquanto diversificata sul tema.

Il femminismo dell’uguaglianza, si pone sulla linea di una divisione della maternità dalla genitorialità, rendendo così le donne libere dall’obbligo della gravidanza[34]. Come osserva Susanna Pozzolo, tale argomento si presenta piuttosto debole, in relazione agli effetti che le innovazioni nel campo procreativo hanno sulle donne, giacché, rispetto a una donna che si “libera” – dal cosiddetto “fardello” riproduttivo – ve ne è un’altra che rimane invece “obbligata”. Infatti, nel caso della GPA «tale liberazione implica semplicemente uno spostamento del peso da una donna all’altra»[35].

Alcune posizioni evidenziano la pratica surrogata come “dono” altruistico, una scelta consapevole della “madre” surrogata, la quale decide di portare a termine la gravidanza in favore di terzi soggetti. Zsuzsa Berend[36], per esempio, sostiene il lato reciproco di una “vocazione” delle surroganti al “dono” materno per “altri”.

Secondo Berend, nella relazione contrattuale c’è qualcosa in più che si instaura tra donna surrogata e coppia committente, ossia un’etica fondata sull’amore e il “dono”[37].

Ulteriori orizzonti teorici del femminismo, invece, rimarcano con forza la mercificazione del corpo femminile, intrinseca all’aspetto contrattuale e economico della “gestazione per altri”. In tal caso, sono rilevanti le riflessioni di Renate Klein[38] e Amrita Pande[39]. In particolare, quest’ultima ha concentrato i suoi studi sulla stigmatizzazione sociale delle madri surrogate indiane[40]. Aspetto contrattuale, economico e stigmatizzazione, pertanto, pongono su un livello abbastanza critico, la possibilità di intravedere un qualche carattere positivo, per così dire “benevolo”, interno alla tipologia di surrogazione commerciale. È il denaro, quale principale elemento della subalternità della donna rispetto alla coppia beneficiaria, a rendere problematica l’identificazione della maternità commerciale con un atto di sostanziale generosità. «Le donne che decidono di prestarsi per la surroga di maternità, tolti i casi di altruismo di parenti e amiche, si muovono sul piano economico»[41].

Contratto e denaro, difficilmente possono collegarsi a un significato di “maternità”, che rinvia alla relazione esclusiva che si crea tra madre e figlio, già durante il periodo della gravidanza. In questa angolazione, la condizione della donna “surrogata” è definita in connessione a una visione che individua un legame tra patriarcato e sfruttamento economico-sessuale del corpo femminile a fine procreativo. In tal senso, il corpo femminile ha un’importanza economica all’interno delle dinamiche sociali, rivolte all’appropriazione delle risorse sessuali.

In considerazione di una connessione tra sessualità femminile e schiavitù neo-coloniale, la forza di sussistenza viene perciò determinata nello sfruttamento della natura sessuale-procreativa.

Anche nella tipologia “altruista” di “gestazione per altri”, sono presenti delle trattative commerciali che, a mio modo di vedere, non sembrano riconducibili al tema del “dono” materno.

In Canada, paese in cui questo tipo di surrogazione è ammessa, solitamente viene previsto un rimborso spese per la donna gestante impegnata nella gravidanza[42]. Sulla GPA “altruista”, Daniela Danna, la quale ne evidenzia le criticità, osserva che la «disponibilità delle donne canadesi a farsi veicolo di genitorialità altrui non è ovviamente priva di scambi di denaro: cospicui “rimborsi spese” cambiano normalmente di mano per il passaggio di neonati da una famiglia all’altra»[43]. Seguendo le riflessioni di Luisa Muraro[44] e Marina Terragni[45], attraverso la “gestazione per altri”, la funzione materna è quindi so­sti­tui­bi­le, all’interno di una modalità che viene a interrompere la relazione madre-figlia/o trasformata in un rapporto commerciale, in cui il nascituro diventa un “oggetto” desiderato, poi comprato.

La connessione sostenuta da alcuni, tra gestazione commerciale e “dono”, esplica una qualche am­bi­gui­tà; denaro e contratto si discostano dalla gratuità che dovrebbe delineare la maternità e, come evidenzia Marina Terragni, la forma della surrogacy solidale rappresenta piuttosto «il cavallo di Troia della GPA commerciale»[46].

È necessario sottolineare, che la scelta da parte di alcune donne, di prestare il proprio corpo per la “surrogata”, sarebbe legata a esigenze personali. Alla base di una tale decisione, se pensiamo a alcune situazioni specifiche nel mondo[47], potrebbero esserci ragioni economiche legate alla sopravvivenza della donna “surrogata” e della sua famiglia, aspetto che rende difficile pensare che, in una donna tale scelta, sia permeata da una profonda e effettiva autodeterminazione.

Alcune variabili socio-economiche, come l’appartenenza a uno status povero, determinerebbero condizionamenti su decisioni di questo tipo, fattore che non può presupporre l’esistenza di una solidarietà materna, gratuita e scevra da componenti economiche, ma che espone la procreazione al pericolo di venir ridotta a una sorta di “lavoro”, con l’obbligo di consegna del nascituro.

Dal punto di vista etico, la maternità “surrogata” o GPA, quindi, solleva dubbi e interrogativi in relazione sia alla disponibilità e alla mercificazione del corpo femminile, che alla vendita del nascituro stipulata contrattualmente. La donna o “madre surrogata”, riceve la somma di denaro concordata in precedenza e il bambino viene consegnato alla potenziale coppia cliente, convalidando il rapporto contrattuale tra le due parti[48]. Nella tipologia commerciale «dopo essere stati appaiati dall’agenzia o dalla clinica in base a caratteristiche di personalità, interessi, somiglianze fisiche e specifiche richieste su come gestire la GPA, la futura gestante e i genitori intenzionali possono stabilire un contatto diretto»[49].

Nelle cliniche che prevedono la GPA di tipo commerciale, la donna “surrogata” o “gestante” e “genitori intenzionali”, entrano in relazione e i rapporti possono intensificarsi per tutta la durata della gravidanza. Da una parte, la relazione tra la donna “surrogata” e la coppia committente, dall’altra la scissione della maternità in genetica e gestazionale, costituiscono due fattori che semplificano la gravidanza, così trasformata in una esperienza meno complessa e più gestibile[50].

Sono molte, infatti, le organizzazioni estere che offrono servizi di questo tipo[51], a differenza di altri paesi come l’India, in cui la GPA è stata regolamentata[52], in modo tale da arginare attività economiche di “surrogazione” di maternità[53]. Inoltre, numerosi sono i siti internet in cui figurano interessi economici e la realtà di una transazione commerciale non è così celata, ma rinvia a un profilo contrattuale suddiviso in scadenze dei pagamenti, a un compenso per la donna “surrogata” e a relative spese accessorie.

Il Center for Surrogate Parenting, per esempio, ha una pagina dedicata ai genitori potenziali e un’altra per le donne che intendano prestarsi come “madri surrogate”[54]. Entrambe le pagine rimandano «a un prospetto chiaro suddiviso in: onorario per l’organizzazione ($22.000) con le scadenze dei pagamenti, compresa l’eventuale rateizzazione; compenso per la madre surrogata (da 42.000 a 47.000 a seconda dello Stato e del fatto che si tratti «della prima o successiva gravidanza della donna)»[55].

 

  1. Riflessioni conclusive su sfruttamento del corpo e autodeterminazione

Nella modalità contrattuale della GPA, la mercificazione del corpo della donna “surrogata” emerge con chiara evidenza. Su questo piano, nel femminismo viene enfatizzata l’analogia tra “gestazione per altri” e oppressione sessuale delle donne. Di particolare rilevanza, è la posizione di Jennifer Lahl, fondatrice del Center for Bioethics and Culture e promotrice della campagna Stop Surrogacy Now, la quale esclude qualsiasi possibilità di regolamentare la GPA, che andrebbe vietata a causa dello sfruttamento del corpo femminile.

Inoltre, secondo Lahl, la GPA determinerebbe un aumento delle disuguaglianze economiche, in quanto tra i due soggetti coinvolti nella tipologia contrattuale, ovvero “genitori intenzionali” e donna “surrogata”, è soltanto quest’ultima a essere in una posizione di subalternità economica e sessuale.

Sulla stessa linea, vi è la femminista Sylviane Agacinski[56], per la quale la GPA non è motivata da altruismo, piuttosto da interessi economici in cui il corpo femminile diventa un “mezzo” per la produzione di bambini, situazione che per la Agacinski, fa capo a un mercato patriarcale, il cui intento è quello di “colonizzare” i corpi delle donne. La donna “surrogata” che, in genere, proviene da contesti sociali più bassi è in una posizione subalterna e in corrispondenza all’elemento monetario, l’autodeterminazione sul corpo potrebbe subire quindi una sostanziale riduzione.

Agacinski precisa che la dinamica contrattuale insita nella GPA, mistifica la realtà dello sfruttamento femminile, mascherando la pericolosità di questa tecnologia, che costituisce una modalità senza precedenti di oppressione delle donne. L’intreccio scienza-economia, dunque, pone in luce la questione della reificazione e di una perdita dell’autodeterminazione sul corpo, in connessione a una logica commerciale della produttività procreativa. È nell’incontro tra logica economica e fattore riproduttivo-procreativo, che la maternità viene, infatti, inglobata all’interno di un processo di frammentazione corporea, diventando una componente essenziale del meccanismo di accumulazione delle risorse economiche.

 


[1] V. Shiva, Il bene comune della terra (2005), tr. it. Feltrinelli, Milano 2015.

[2] Cfr., C. Merchant, The Scientific Revolution and The Death of Nature, in «Isis», 97, 3, 2006, p. 516.

[3] Cfr. ibid.

[4] Per un approfondimento del termine, si vedano O. Giolo, Le “periferie” del patriarcato. L’uguaglianza, i diritti umani e le donne, in Diritti umani e soggetti vulnerabili: violazioni, trasformazioni, aporie, T. Casadei (a cura di), Giappichelli editore, Torino 2012; I. Strazzeri, Post-patriarcato: l’agonia di un ordine simbolico. Sintomi, passaggi, discontinuità, sfide, Aracne, Roma 2014; A. Perrotta Rabissi, Neo patriarcato o post patriarcato?, in «Overleft», http://www.overleft.it/index.php?option=com_content&view=article&id=55%3Aneo-patriarcato-o-post-patriarcato&catid=38%3Alaltra-globalizzazione&Itemid=66&showall=1.

[5] B. Casalini, Libere di scegliere? Patriarcato, libertà e autonomia in una prospettiva di genere, in «Etica & Politica», XIII, 2, 2011.

[6] Cfr. ibid, p. 330.

[7] Cfr. ibid., p. 335.

[8] Cfr. ibid., p. 337.

[9] B. Duden, Der Frauenleib als öffentlicher Ort. Vom Mißbrauch des Begriffs Leben, Luchterhand, Hamburg 1991.

[10] S. de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard, Paris 1949.

[11] S. Firestone, The dialectic of sex. The case for feminist revolution, William Morrow and Company, New York 1970.

[12] Adrienne Rich, Nancy Chodorow, Virginia Held, Luisa Muraro.

[13] Si rimanda a S. Ruddick, Maternal thinking. Towards a politics of peace, The Women’s Press, London 1989.

[14] In relazione all’uso delle tecnologie riproduttive, sulla differenza economica tra le stesse donne, le dicotomie di classe, genere e razza, è di rilievo S. Sherwin, No Longer Patient. Feminist, Ethics and Health care, Temple University Press, Philadelphia 1992, uno studio in cui l’autrice affronta tali tematiche attraverso un’ottica di analisi bioetica. 

[15] A. Bucelli, Famiglia «naturale» e procreazione «artificiale» tra libertà e limiti, in Tecnologie riproduttive e tutela della persona. Verso un comune diritto europeo per la bioetica, in G. Baldini, M. Soldano (a cura di), Firenze University Press, Firenze 20017, p. 99.

[16] C. Thompson, Making parents. The ontological choreography of reproductive technologies, The Mit Press, Cambridge – Massachusetts – London 2005.

[17] Con tale termine si intende quel complesso di tecnologie di procreazione assistita o PMA, definite anche ART, acronimo di Assisted Reproductive Technologies.

[18] C. Waldby, M. Cooper, The biopolitics of reproduction. Post-fordist biotechnology and women’s clinical labour, in «Australian Feminist Studies», 23, 55, 2008.

[19] Cfr. ibid., p. 58.

[20] Cfr. ibid.

[21] Cfr., L. Sugamele, Il valore economico della procreazione al tempo del biomercato neoliberista, in «Ragion pratica», 2, 2019, p. 358.

[22] Cfr. ibid.

[23] Cfr. E. Maestri, Riproduzione artificiale e nuove famiglie: genitorialità o serialità riproduttiva?, in «Archivio Giuridico», CCXXXII, 1, 2012, p. 103.

[24] Cfr. ibid., p. 104.

[25] Ibid., p. 105.

[26] Ibid., p. 117.

[27] Cfr. A. Vesto, La maternità tra regole, divieti e plurigenitorialità. Fecondazione assistita, maternità surrogata, parto anonimo, Giappichelli Editore, Torino 2018, pp. 110-111.

[28] Cfr. F. Giacalone, La fabbricazione del figlio tra genetica e diritto. Il corpo femminile quale laboratorio biopolitico, in «EtnoAntropologia», 7 (1), 2019, p. 64.

[29] Ibid., p. 65.

[30] Cfr. ibid.

[31] Cfr., S. Cecchini, Il divieto di maternità surrogata osservato da una prospettiva costituzionale, in «BioLaw Journal. Rivista di BioDiritto», 2, 2019, pp. 5-6.

[32] A. Pizzo, Una questione bioetica: la maternità surrogata. Problematica e prospettive, in «Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia», 8, 2006, https://mondodomani.org/dialegesthai/.

[33] F. Giacalone, La fabbricazione del figlio tra genetica e diritto. Il corpo femminile quale laboratorio biopolitico, op. cit., p. 67.

[34] Cfr., S. Pozzolo, Gestazioni per altri (e altre). Spunti per un dibattito in (una) prospettiva femminista, in «BioLaw Journal – Rivista di BioDiritto», 2, 2016, p. 98.

[35] Ibid., p. 99.

[36] Z. Berend, The online world of surrogacy, Berghhan Books 2016.

[37] A questo proposito, si veda l’articolo della Berend dal titolo The morality of contract surrogacy. United States surrogate’s perspectives, in «inGenere»,

http://www.ingenere.it/en/articles/the-morality-of-contract-surrogacy-us-surrogates-perspectives.

[38] R. Klein, Surrogacy. A human rights violation, Spinifex, North Geelong, Victoria 2017.

[39] A. Pande in Wombs in labor. Transnational commercial surrogacy in India, Columbia University Press, New York 2014.

[40] Sul problema della stigmatizzazione, si rimanda alla lettura di Pande in “At least I am not sleeping with anyone”: resisting the stigma of commercial surrogacy in India, in «Feminist Studies», 36, 2, 2010.

[41] S. Pozzolo, Gestazioni per altri (e altre). Spunti per un dibattito in (una) prospettiva femminista, cit., p. 99.

[42] Un altro paese in cui è permessa la modalità di gestazione “altruista” o “solidale” è il Regno Unito, introdotta nel 1895 con il Surrogacy Arrangmements Act.

[43] D. Danna, Il movimento LGBT: corpi in vendita o resistenza alla mercificazione?, in «Paginauno», bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura, n. 56, febbraio-marzo 2018,

http://www.rivistapaginauno.it/maternita-surrogata-movimento-lgbt.php.

[44] L. Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, Milano 2016.

[45] M. Terragni, Temporary mother. Utero in affitto e mercato dei figli, VandA.ePublishing, Milano 2016.

[46] M. Terragni, Un mercato dei figli, in Gestazione per altri. Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero, M. Piccoli (a cura di), VandA.ePublishing, Milano 2017, p. 67.

[47] Condizioni di sfruttamento connesse alla surrogazione commerciale hanno caratterizzato il mercato indiano, ma anche Thailandia e Nepal, sino ai recenti interventi legislativi che hanno prodotto una regolamentazione dell’accesso alla pratica surrogatoria, prevalentemente, da parte dei cittadini stranieri. Cfr., M. Gattuso, Dignità della donna, qualità delle relazioni familiari e identità personale del bambino, in «Questione Giustizia», 2, 2019, p. 74.

[48] Cfr. N. Carone, Gestazione per altre e altri: definizioni, obiezioni e ricerca empirica, in Utero in affitto o gravidanza per altri? Voci a confronto, L. Cirillo (a cura di), Franco Angeli, Milano 2017, p. 12.

[49] Ibid.

[50] Cfr. ibid.

[51] Per esempio il Care surrogacy center Mexico e il Center for surrogate parenting in America.

[52] Direttiva dell’Indian council of medical research (2015).

[53] Cfr., G. Garzone, Discorsi della surrogazione, in «La rivista di Criar», 3, 2018, p. 217, DOI: https://doi.org/10.13130/2611-6537/11043.

[54] Cfr. ibid., p. 241.

[55] Ibid.

[56] S. Agacinski, Corps en miettes, Flammarion, Paris 2013.

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