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Sven Ove Hansson, Vincent F. Hendricks (eds.) – Introduction to Formal Philosophy [Springer, Switzerland 2018]

Nel 2018 è uscito per la “Springer Undergraduate Texts in Philosophy” un corposo volume (733 pagine) intitolato Introduction to Formal Philosophy, edito da due docenti, Sven Ove Hansson e Vincent F. Hendricks, rispettivamente del Royal Institute of Thecnology di Stoccolma e dell’Università di Copenhagen.

Il volume è diviso in sette parti: I-The Scope and Methods of Formal Philosophy; II-Reasoning and Inference; III-Metaphysics and Philosophy of Language; IV-Epistemology; V-Philosophy of Science; VI-Value Theory and Moral Philosophy; VII-Decision Theory and Social Philosophy. Ogni parte contiene numerosi brevi capitoli afferenti alla propria area tematica, per un totale di 39 contributi da parte di 38 autori. La geografia dei contributori è la seguente, in ordine decrescente (e non considerando le doppie affiliazioni): U.S.A.: 7; Svezia: 5; Francia: 5; Paesi Bassi: 5; Canada: 3; Cina: 2; Germania: 2; Belgio: 2; Israele, Gran Bretagna, Danimarca, Portogallo, Finlandia, Austria e Italia: 1.

L’imponente manuale non ha bibliografia finale (posta invece al termine di ogni capitolo), né indici analitici, né introduzione. È aperto solamente da una brevissima Prefazione (p. V-VI) dove si esplicita in modo semplice e piano non tanto che cosa sia la filosofia formale – punto su cui torneremo in ultimo – quanto il come contribuisce al progresso della conoscenza in generale. Il progetto teorico di fondo è il seguente: «i metodi formali possono effettivamente chiarire, affinare e risolvere i problemi filosofici, sgonfiando vaghe intuizioni filosofiche in modo chiaro, nitido e conciso e, allo stesso tempo, trasformando la meraviglia filosofica in indagine scientifica» (p. V). È perciò un progetto profondamente interdisciplinare, in cui i «metodi dalla logica, dalla matematica, dall’informatica, dalla linguistica, dalla fisica, dalla biologia, dall’economia, della teoria dei giochi, della teoria politica, della psicologia, sono tutti pezzi che hanno il loro posto nella cassetta degli attrezzi metodologici della filosofia formale» (ibid.). Scorrendo le pagine della storia della filosofia occidentale ci si accorge che il progetto non è nuovo: è riconducibile a una più antica idea di lingua philosophica sottostante i linguaggi naturali, una sorta di grammatica universale al fondo delle cose (i grammatici del XII sec.), una mathesis universalis dei contenuti di coscienza (Descartes) o una characterisica universalis che rappresenti le forme della ragione umana (Leibniz). Il progetto dopo Leibniz è stato intrapreso da Husserl ma, soprattutto, ha avuto la sua più monumentale formulazione moderna nell’imponente Ideografia di Frege, testo fondamentale che segna l’inizio vero e proprio, assiomatico e deduttivo, della logica formale simbolica del secolo scorso. Su questo pilastro si appoggia anche il movimento del neo-positivismo logico e il suo intento purificatore del linguaggio e della filosofia. Oggi l’Introduction to Formal Philosophy dà la sua «bella testimonianza» (ibid.) che il progetto non è naufragato, ma che anzi sta sempre più «guadagnando il suo impulso e contenuto dalla sua stretta affinità con i metodi della scienza in generale» (ibid.). La semplicità, l’univocità, la brevità, il rigore intrinseci del simbolismo logico e dunque la sua condivisa intelligibilità nella comunità scientifica mondiale sono una risorsa che la filosofia stessa, e i suoi sistemi di pensiero, possono sfruttare, sia per un’analisi di consistenza interna dei sistemi stessi, sia per una traduzione e comunicazione condivisa del pensiero che vada oltre la particolarità delle lingue storiche in cui è stato formulato. Le scienze naturali già fanno un uso più che sostanziale dell’apparato logico-matematico, e dunque già condividono questo approccio globale alla ricerca. «L’astronomia è l’unico ramo empirico dell’apprendimento che è stato completamente matematizzato fin dall’antichità. La fisica divenne gradualmente sempre più matematizzata dalla fine del Medioevo in poi, e la chimica dalla fine del XVIII secolo. Ma la grande corsa arrivò nel ventesimo secolo quando, disciplina dopo disciplina, si adottarono metodi matematici. Uno dei migliori esempi è l’economia, che è passata da quasi nessun uso della matematica a essere dominata dalle teorie espresse in linguaggio matematico. Negli ultimi decenni, modelli formali, in particolare la teoria dei giochi, hanno avuto una forte e crescente influenza in tutto il mondo delle scienze sociali. Allo stesso tempo, la matematizzazione delle scienze naturali ha accelerato. Oggi gran parte della biologia e delle scienze della terra, come l’ecologia, la genetica della popolazione e la climatologia sono accuratamente matematizzate» (p. 9).

L’Introduction to Formal Philosophy ha un doppio carattere: 1) pedagogico. «Le presentazioni sono relativamente non tecniche nel senso che le definizioni e i teoremi sono enunciati con il rigore formale standard, ma viene data molta enfasi a chiarire i rapporti tra le costruzioni formali e le nozioni informali che esse rappresentano. Le prove e le derivazioni non vengono normalmente presentate. L’attenzione principale è rivolta a mostrare come i trattamenti formali dei problemi filosofici possano aiutarci a capirli meglio, risolverne alcuni e persino presentare nuovi problemi filosofici che non avrebbero mai visto la luce del giorno senza l’uso di un apparato formale». 2) «Uno sfacciato scopo propagandistico». Intende presentare «il paesaggio della filosofia formale in tutto il suo splendore […] Pur non denigrando in alcun modo le altre metodologie, noi speriamo di mostrare la versatilità, la forza e l’efficienza del trattare problemi filosofici con i metodi formali» (p. V).

Certo, non è una impresa senza rischi, né la formalizzazione è una «panacea» (p. 11) di tuti i “mali” filosofici. È lo stesso Hansson a farne una difesa cauta e cautelativa nel primo (e unico) capitolo della prima parte, il più corposo e strutturato di tutto il volume, intitolato “Formalization” (pp. 3-62): «l’utilità degli strumenti formali non è così schiacciante, in filosofia, come nelle discipline empiriche» (p. 9). Se da una parte è evidente che «il motivo per cui sono stati adottati strumenti matematici […] è ovviamente che si sono dimostrati efficienti; hanno migliorato la previsione e le capacità esplicative delle discipline» (ibid.); tuttavia vi sono dei limiti perfino intrinseci. Un motivo è profondamente epistemologico (se non anche “ontologico” rispetto alla realtà della matematica): come «un geometra ha usato il “puro pensiero” per determinare le leggi che governano linee, superfici e corpi tridimensionali […] più o meno allo stesso modo, i fisici hanno usato la loro intuizione quando hanno tentato di trovare le leggi che governano il movimento dei corpi» (ibid.). Con il problema, dunque, che questa intuizione ha giocato un doppio ruolo: da una parte era la “guida” dello sviluppo di tali modelli matematici, dall’altra era proprio contro l’intuizione e l’evidenza del senso comune che tali modelli furono testati. Questo fu uno dei grandi e potenti risultati della rivoluzione scientifica. Anche oggi «i modelli matematici sono testati rispetto alle misurazioni i cui valori dovrebbero corrispondere alle variabili di questi modelli. Ovviamente, questo può solo essere eseguito se esistono metodi di misurazione precisi» (p. 10). Ad esempio: prima che il termometro fosse inventato (nel diciassettesimo secolo), i fisici non avevano mezzi migliori per valutare teorie sul calore se non il confronto con le esperienze quotidiane di caldo e freddo. La misurazione esatta della temperatura fu una condizione necessaria per lo sviluppo accurato delle teorie matematiche del calore (termodinamica). Oggi nessun fisico argomenterebbe a favore di un principio termodinamico facendo riferimento alla nostra vaga esperienza quotidiana di caldo e freddo. «Questo è un modello generale nella scienza. La misurazione è il nostro ponte tra le teorie e osservazioni. La matematica è il mezzo in cui possiamo trasportare informazioni attraverso quel ponte, un mezzo insuperabile nella sua capacità di trasportare informazioni» (ibid.). Qual è il limite di questo metodo per la filosofia e le altre discipline affini (proprio rispetto a questo limite)? È che «abbiamo il mezzo matematico, ma non abbiamo il ponte della misura. […] I filosofi, studiando concetti come conoscenza, verità, bontà e permesso, operano con costrutti della mente umana che non necessariamente hanno esatte correlazioni empiriche. […] A volte la filosofia può essere utilizzata per migliorare le teorie in altre discipline e l’esattezza della filosofia formale è spesso necessaria per combinare la precisione richiesta in queste discipline. Ma almeno nella maggior parte delle aree tematiche filosofiche, le osservazioni empiriche non possono sostenere o confutare un’affermazione teorica nello stesso modo netto, come nelle scienze empiriche. Pertanto, le affermazioni che possono essere fatte attraverso la formalizzazione sono più deboli in filosofia» (ibid.).

In filosofia, la principale virtù della formalizzazione è la stessa dell’idealizzazione nei linguaggi informali: «isolare aspetti importanti aiuta a portarli alla luce». «Tuttavia, questa è una vela tra Scilla e Cariddi (sulle acque senza ponti appena citate)» (p. 11): da una parte ci si deve allontanare dal linguaggio e dai significati comuni per farne un’analisi sufficientemente precisa. Dall’altra, se si devia troppo, si arriva al punto di «perdere il contatto» con tali significati, e allora «la logica dell’intera impresa potrebbe essere persa» (ibid.). Tutto ciò si riduce a una «difesa piuttosto precaria della formalizzazione in filosofia. Essa è un linguaggio in cui possiamo costruire modelli più precisi di materia filosofica, e come vedremo, ci sono argomenti filosofici per i quali un aumento di precisione è indispensabile. Tuttavia, la formalizzazione non è una panacea. Idee sbagliate possono essere facilmente formalizzate come quelle valide. Ma sebbene la formalizzazione non sia un strada sicura verso la verità filosofica, è uno dei migliori strumenti che abbiamo per esprimere, criticare e migliorare i punti di vista filosofici. È un ovvio ma importante corollario di questa linea di difesa non doverci aspettare di trovare un’unica “corretta” analisi formale di argomenti filosofici. Formalizzazioni diverse potrebbero catturare proprietà diverse dei nostri concetti» (ibid.). Al netto di queste e altre decisive questioni di merito epistemologico, i 39 contributi dell’Introduction mostrano le numerose e proficue applicazioni in atto del metodo formale e quali sono i principali ambiti di ricerca della filosofia formale.

Concludiamo con alcune considerazioni più ampie, suscitate dalla presenza così corposa – sia contenutisticamente che fisicamente – di un tale volume nel panorama scientifico internazionale, anche nella sua forma di manuale introduttivo di alto livello universitario, che dunque recensisce uno “stato di fatto” degli studi contemporanei Che si pubblichi un manuale di questo tipo, con questo approccio, con una denominazione precisa che non viene “definita”, è un indicatore significativo: vuol dire che la filosofia formale appartiene a tutti gli effetti all’orizzonte filosofico internazionale; è una disciplina che esiste, si pratica, è viva, è condivisa, ed è già a un punto di elaborazione avanzato se se ne può pubblicare un manuale. Dunque viene da chiedersi quale sia il suo rapporto con il panorama culturale italiano – motivo per cui recensire l’Introduction in una importante rivista nazionale. In che rapporti sono i filosofi, le scuole filosofiche, i centri di ricerca italiani, con l’ampio spettro della filosofia formale? Si potrebbe scrivere, oggi, in Italia, un manuale affine per metodi e contenuti all’Introduction? Potrebbe esistere un corso universitario così denominato? Quanto i rispettivi ordini degli studi delle facoltà di filosofia e delle scienze matematiche sono in connessione nella docenza e nella ricerca? Lo stesso volume di Springer è stato o sarebbe recepito e preso in considerazione come riferimento autorevole (la presenza, tra i contributori, di una provenienza italiana, è molto poco indicativa: si tratta, infatti, di un ricercatore non italiano, Nicolas Troquard, dell’Università di Bolzano)?

Questa recensione vuole allinearsi e condividere lo stesso auspicio dei curatori dell’Introduction, quando, al termine della Prefazione, dicono: «speriamo che questo serva ad aumentare l’autocoscienza verso la filosofia formale a beneficio dell’indagine scientifica in generale» (p. V).

Francesco Panizzoli

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