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Ralph Waldo Emerson – Quattro conferenze sulla storia naturale (1833-1834) [traduzione e commento di Agnese Maria Fortuna prefazione di David M. Robinson, postfazione di Giacomo Scarpelli Mimesis, Milano/Udine 2022]

Un bel libro, dal punto di vista editoriale e dei contenuti. Le quattro conferenze sulla storia naturale di Ralph Waldo Emerson (1803-1882) non furono concepite dal suo autore come un unicum, ma costituiscono un insieme coerente dal punto di vista cronologico e così sono state raggruppate da Agnese Maria Fortuna, traduttrice dei testi inglesi e autrice della ricca introduzione. I testi furono presentati al pubblico della Boston Society of Natural History tra dicembre 1833 e maggio 1834. Da qui l’unitarietà della raccolta quale prima esperienza della carriera di conferenziere e nucleo dal quale avrebbe avuto origine Nature (1836), testo che portò Emerson alla ribalta quale esponente principale del neonato trascendentalismo americano.

Il libro può essere letto come traduzione dei testi del saggista e conferenziere, con le note critiche della traduttrice e i frequenti rimandi all’edizione canonica (The early lectures of Ralph Waldo Emerson, edito da William H. Gilman et al., 16 voll., The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge MA, 1960-1982), o come loro studio critico, l’introduzione occupando la prima metà del libro. Da entrambe le letture si ricaverà un esauriente inquadramento che rende merito a lavoro della curatrice, tra storia della scienza e il più consono ambito poetico-filosofico che pertiene agli studi emersoniani. L’introduzione ripercorre infatti i temi affrontati dal pensatore americano dando risalto al ruolo del gran tour europeo intrapreso tra febbraio 1832 e ottobre 1833, esperienza considerata fondamentale dalla pressoché totalità degli studiosi. Il viaggio costituì una sorta di rito pre-battesimale per l’attività di conferenziere, e le impressioni che Emerson ne derivò confluirono in questi testi dai quali emerge la preziosa testimonianza di una nuova concezione dell’uomo. Emerson approdò a Malta e attraversò Italia e Francia, per trattenersi in Inghilterra e Scozia dove ebbe modo d’incontrare i massimi poeti romantici dell’isola, Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth, e l’amato Thomas Carlyle, autore di Sartor resartus, di cui Emerson avrebbe sapientemente curato l’edizione americana.

Le quattro conferenze, intitolate “Utilità della storia naturale”, “La relazione dell’uomo al globo”, “Acqua” e “Il naturalista” furono composte nell’arco di pochi mesi subito dopo il ritorno a Boston, sua città natale, prima del trasferimento a Concord, Massachusetts, dove Emerson visse per il resto della sua vita.

Sia nel testo della prima conferenza che nell’introduzione si dà giusta enfasi alle esperienze fatte al Museo di Storia Naturale di Firenze e ancor più al Jardin des Plantes di Parigi, che esercitò su di lui una tale impressione da fargli vagheggiare di intraprendere la carriera del naturalista. La lettura tuttavia rivela in maniera chiara, se mai fosse stato necessario, che la storia naturale in sé non fu mai contemplata in maniera duratura come professione da Emerson, il quale la concepiva soprattutto come mezzo eminente per comprendere la vocazione dell’uomo, fine ultimo della natura. La prospettiva teleologica e antropocentrica è ribadita infatti in ciascuna delle quattro conferenze.

La prima delle quattro conferenze è quella più ricca d’impressioni derivate dal viaggio nel continente, col museo quale paradigma della terra («la terra è un museo»), le sue collezioni «sistemate in modo da produrre l’effetto più impressionante» (quali nature’s proof impressions, qui efficacemente tradotto con «bozze di stampa della natura») e l’orto botanico nel quale cresce «una grammatica della botanica». Conclusa la parte tratta dal diario di viaggio, egli passa in rassegna i prodigi tecnici, che aprono la via a una più ricca conoscenza del mondo, e i progressi della geologia, che disvela la storia della terra e i ricchi giacimenti minerali che hanno tanto favorito lo sviluppo delle nazioni. In mezzo a tale celebrazione della scienza, emerge che chi scrive è non un naturalista ma un poeta filosofo affascinato dalla “maestria”, “bellezza”, “raffinatezza” e “sublimità” del creato, attributi funzionali a sottolineare il fine pedagogico dello studio della natura. Di fatto, la conferenza costituisce un’apologia della Natura come linguaggio e della Storia Naturale come apprendimento, «dove ogni fatto nuovo che impariamo è una nuova parola». Emerson finisce dunque per trasformare progressivamente il naturalista da filosofo in poeta, «quale creatore di significato», ci dice il commento al testo.

La seconda conferenza, intitolata “La relazione dell’uomo al globo”, è un’articolazione meno efficace, forse soltanto un complemento della precedente. Meno ricca di riferimenti al viaggio europeo, ha il chiaro fine di trasmettere l’idea che la lunga storia del globo è la preparazione di una dimora degna della sola creatura abilitata a goderne appieno, l’essere umano. Sebbene tra i quattro sia il testo più denso di fatti geologici, non possiamo non notare che il suo esplicito «teleologismo antropocentrico» (così il commento) si oppone al ragionamento che andava costruendo il poco più giovane Charles Darwin, in quel momento nel bel mezzo dell’esplorazione del medesimo globo contemplato da Emerson. Pur partendo entrambi dalla constatazione di una progressione dei fossili contenuti nelle rocce («negli stati più profondi le forme più imperfette», dice il poeta), Darwin giunge però all’eliminazione dell’antropocentrismo. Idealmente come Darwin, anche Emerson intreccia la narrazione di una storia del globo con quella della sua esplorazione geografica, realizzata col breve resoconto di alcuni viaggi significativi. «La residenza dell’uomo è il mondo» e «gli è dato possederlo», conclude.

Oggetto specifico della terza conferenza è l’acqua, umile creatura che «occupa un posto rilevante tra le cose buone». Tenuta di fronte al pubblico della Mechanic’s Institution ma nello stesso luogo delle precedenti, anche per questa Emerson attinge agli scritti geologici di John Playfair, Georges Cuvier (nella traduzione di Robert Jameson) e James Hall. Poeta interessato al fluire della natura, come il commento introduttivo ci ricorda, l’acqua è per lui metafora dello «spirito come attività». Anch’essa, come tutto il globo, serve «alle nostre necessità e comodità». Di nuovo si percorre in retrospettiva un tratto della storia del globo per ipotizzare come l’acqua degli oceani abbia permesso il lento raffreddamento di masse fuse. Qui si abbraccia la teoria della terra di James Hutton e si loda l’approccio sperimentale che ha permesso la sua recente verifica, tessendo una breve argomentazione di fatti geo-mineralogici, fisici e chimici.

Chiude la raccolta il saggio intitolato “Il naturalista”, dove di nuovo l’uomo è oggetto finale dello studio della natura, tanto quanto dello studio delle più antiche civiltà, l’un linguaggio essendo contermine dell’altro: «se la nostra curiosità mai soddisfatta ci porta a computare i caratteri abrasi sulle pietre egiziane, vedremo forse un’antichità meno venerabile tra le nuvole e l’erba?». Un parallelismo caro ai primi geologi, per i quali strati e fossili erano altrettanti “monumenti” e “monete” della natura (si veda M.J.S. Rudwick, Bursting the Limits of Time: The Reconstruction of Geohistory in the Age of Revolution, University of Chicago Press, Chicago 2005). L’analogia è tuttavia asimmetrica, come traspare da una citazione di Goethe: «nell’opera d’arte c’è molto di tradizionale [quindi di imperfetto]; le opere della natura sono sempre una Parola di Dio appena pronunciata». La conclusione è che «la Storia Naturale ricerca più direttamente ciò che tutte le scienze, le arti, i mestieri ricercano mediatamente — la conoscenza del mondo in cui viviamo».

Se la raccolta interessa chi voglia comprendere come nacque Nature, acclamato manifesto trascendentalista, allo stesso tempo offre in filigrana una visione storica del rapporto tra conoscenza e realtà celebrato da uno dei più carismatici giovani intellettuali del New England. Il libro ha il merito di riconnettere il lettore al significato che la Storia Naturale aveva due secoli fa. Scomparsa dagli insegnamenti ma sopravvissuta nel termine “museo di storia naturale” col quale nel nuovo millennio si distingue in tutto il mondo il tipo più popolare di museo scientifico, il concetto è oggi destituito del significato che aveva per il grande conferenziere americano, abbracciando allora l’ampio bacino di interessi che oggi chiamiamo scienza tout court, quindi fisica, chimica e biologia, assieme a geologia, fisiologia, mineralogia e le altre discipline con le quali studiamo l’universo e la vita. Allora come ora, ciascuna di esse offriva un punto di vista parziale, con la differenza che l’uomo moderno ha perduto la visione complessiva chiamata “Storia Naturale” che è celebrata da Emerson nei quattro saggi.

Aiuta immaginare il pubblico al quale erano dirette quelle parole. La Boston Society of Natural History, fondata nel 1830 per promuovere le nuove basi della conoscenza e che nel 1842 avrebbe adottato il profilo di Georges Cuvier come suo emblema (la geologia più di ogni altra scienza incarnava l’unitarietà del linguaggio parlato dalla Natura), non era infatti una società letteraria. Nei mesi in cui Emerson espose i suoi temi, per fare un esempio, lo stesso pubblico fu invitato ad ascoltare conferenze su Birds of America di John James Audubon (J. Bachman, Remarks in defence of the author of “The birds of America”, in «Boston Journal of Natural History», 1, 1834-1837, pp. 15-31), o la “descrizione di un gibbone”. Circostanza ancor più significativa, nel 1835 quella società avrebbe ospitato una conferenza di Edward Hitchcock intitolata Causes of geological change. Hitchcock, professore di Chimica e Storia Naturale al Amherst College e dal 1830 primo stimato State Geologist del Massachusetts (R.L. Herbert, The complete correspondence of Edward Hitchcock and Benjamin Silliman, 1817-1863: the American Journal of Science and the rise of American geology, Amherst College Archives and Special Collections, 2012), pubblicò tra l’altro nel 1823 un saggio intitolato “Utilità della Storia Naturale” (E. Hitchcock, Utility of natural history, a discourse delivered before the Berkshire Medical Institution at the organization of the Lyceum of Natural History in Pittsfield, Sept. 10, 1823, Pittsfield MA 1823), sicuramente noto a Emerson e al suo pubblico bostoniano. Il confronto tra i due testi mette in luce per contrasto il carattere della conferenza di Emerson, di dieci anni più recente. Se Hitchcock scriveva con la penna del naturalista praticante (fu autore e docente di botanica, chimica e mineralogia, oltre che di geologia), ministro della chiesa congregazionalista e teologo in cerca di concordanza tra cronologia biblica e scoperte geologiche, l’ex predicatore unitariano Emerson guardò alla storia naturale con gli strumenti del cronista e l’afflato del giovane idealista romantico, senza tema di poter essere confuso col primo. La crisi con la vocazione di ministro della Second Church di Boston, già maturata prima del viaggio in Europa, è infatti da rintracciarsi negli scambi avuti col fratello maggiore William Emerson, che fu a Göttingen, in Germania, nel 1824, dove imparò un nuovo e critico approccio all’esegesi biblica (vedi E. Hurth, William and Ralph Waldo Emerson and the Problem of the Lord’s Supper: The Infuence of German “Historical Speculators”, in «Church History», 62, 1993, pp. 190-206). Anche in mancanza di quella evidente crisi di valori, l’approccio del ministro unitariano si sarebbe opposto a quello del congregazionalista Hitchcock, ancora fortemente legato all’esegesi biblica come strumento dialettico. Per Emerson, i modelli ideali di riferimento non furono tanto i geologi Georges Cuvier e Charles Lyell coi quali si confrontò Hitchcock, né il matematico e teologo naturale Charles Babbage che pure aveva incontrato in Inghilterra, ma poeti, artisti, filosofi e mistici che avevano contemplato il mondo per conoscere l’uomo. Né pare che Emerson abbia emulato, se non sporadicamente, i romantici inglesi, ricercando un contatto non soltanto filosofico e poetico con la natura che celebrava. Wordsworth percorse in lungo e in largo la regione del Lake District anche in compagnia di Adam Sedgwick, colui che dopo Robert Jameson introdusse Charles Darwin al rilevamento geologico; Coleridge attraversò l’Europa con Georges Bellas Greenough, fondatore della Geological Society of London, seguendo a Göttingen le lezioni dell’influente naturalista tedesco Johann Friedrich Blumenbach. Emerson invece celebrò le vastità d’America senza mai averle percorse come o con un vero naturalista, e si accontentò per lo più di conoscere gli uccelli che abitano il globo attraverso gli esemplari impagliati visti al museo di Parigi (le collezioni naturalistiche americane erano ancora ben povere di esemplari, come ci ricorda uno scritto del presidente della Boston Society of Natural History nel saluto inaugurale del 1830; si veda F.W.P. Greenwood, Address delivered before the Society at the opening of their Hall in Tremont Street, in «Boston Journal of Natural History», 1, 1834-1837, pp. 7-14). Riconobbe tuttavia a quanti praticano la storia naturale la statura di eroi e a ogni uomo la stessa vocazione a quello studio, seppur espresso in tante pratiche minori. La natura avrebbe infine preteso il pedaggio, mostrandosi a lui trent’anni dopo come “tirannica circostanza, ossuto cranio, serpente nel fodero, mascella poderosa come roccia” (Fate, 1860), tutt’altra cosa dei «petali del fiore più leggiadro che si schiude sul seno dell’estate» che avevano commosso il giovane Emerson, in cerca del «significato di fronte alla cui verità e bellezza tutta la grazia esterna dovrà svanire» (The uses of natural history).

 

Stefano Dominici

S&F_ 09_2022

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