Autore
- Anti-Eccezionalismo Logico
- L’anti-eccezionalismo logico di Quine
- Problemi dell’anti-eccezionalismo
- Anti-eccezionalismo come rifiuto della tradizione
- Tramonto dell’anti-eccezionalismo?
↓ download pdf
S&F_n. 33_2025
Abstract
Logical Anti-Exceptionalism. A category to be dismissed?
Logic is often presented as a discipline characterised by traits that make it special. This idea of logic as an exceptional science has been the subject of strong criticisms, especially in recent years, giving rise to a movement known as Logical Anti-Exceptionalism. In this article I present the position and then examine its theoretical legitimacy. The question of whether logic is exceptional or not will not be asked, but, by reviewing the latest contributions on the subject, it will be discussed whether the category of anti-exceptionalism is really coherent and useful in setting the debate on the nature of logic. The answer will be negative.
- Anti-Eccezionalismo Logico
La logica è spesso presentata come una disciplina speciale in quanto caratterizzata da tratti tipici che la rendono piuttosto eccezionale. Anzitutto, la logica è solitamente intesa come del tutto generale, applicabile a ogni dominio e a qualsiasi tipo di entità. Le sue leggi sono valide che si parli di fisica delle particelle, di musica, o di orari dei treni. I suoi principi valgono cioè indistintamente per ogni cosa. In questa prospettiva, essa non si interessa dell'identità specifica di alcun oggetto o proprietà particolare. Questa generalità è legata a doppio filo a un secondo tratto peculiare, ovvero la formalità. La logica, infatti, non riguarda il contenuto delle proposizioni, bensì esclusivamente la loro struttura formale. Non dipendendo dalle specificità e contingenze degli eventi ed enti particolari, la logica si presenta anche come necessaria e le sue leggi come analitiche. Esse valgono, cioè, in virtù del significato di alcune espressioni, dette costanti logiche. Sulla base di tali riflessioni, si sostiene che le leggi logiche debbano essere conosciute in un modo radicalmente diverso rispetto a quelle scientifiche di natura empirica o matematiche. In ambito scientifico e matematico è comune assumere la validità di determinate inferenze logiche per raggiungere conclusioni, ma nella logica ciò non è possibile senza presupporre ciò che si sta cercando di dimostrare. Pertanto, la giustificazione della logica deve essere non inferenziale. Inoltre, dato che nessuna osservazione empirica può dimostrare direttamente la validità di una regola d’inferenza, tale giustificazione deve anche essere a priori. Questo porta a considerare la logica come fondazionale, ovvero come base epistemica o metafisica su cui poggiano tutte le altre discipline[1].
A chiunque abbia qualche familiarità, anche elementare, con la logica, e con la moderna logica matematica in particolare, tutto questo non dovrebbe suonare strano, anzi. Allo stesso tempo, dovrebbe risultare chiaro come tali caratteristiche rendano la logica profondamente diversa dalle altre scienze. La chimica, le neuroscienze o l’economia, solo per citarne alcune, non sembrano avere le proprietà appena elencate, tantomeno averle tutte. Le leggi e i principi delle varie scienze non sono generali (le leggi della chimica non si applicano ai sistemi economici e viceversa), non sono formali (che si parli di molecole di idrogeno o plutonio fa differenza), non sono apparentemente necessarie, almeno in senso assoluto, non valgono in virtù del significato delle parole ma di come è fatto il mondo, non possono essere conosciute a priori, eccetera. L’idea che la logica sia un’eccezione tra i vari campi del sapere e abbia caratteristiche che la rendano speciale sembra quindi giustificata. Come tale, questo status di eccezionalità è incorporato e radicato nella comune concezione della logica.
Nonostante tale descrizione dell’eccezionalità della logica possa apparire non problematica, essa è stata oggetto di critica esplicita in anni recenti e, a partire da un molto discusso articolo di Ole Hjortland, si parla esplicitamente di anti-eccezionalismo logico, spesso abbreviato come AEL. Secondo questo anti-eccezionalismo logico e a dispetto di quanto illustrato sopra:
La logica non è speciale. Le sue teorie sono in continuità con la scienza; il suo metodo è in continuità con il metodo scientifico. La logica non è a priori, né le sue verità sono verità analitiche. Le teorie logiche sono rivedibili e, se vengono riviste, lo sono allo stesso modo delle teorie scientifiche[2].
Questa posizione, che nega l'eccezionalità della logica e trova il suo culmine in questa dichiarazione esplicita, non rappresenta una rivoluzione improvvisa o un punto di vista provocatorio agitato dal solo Hjortland. Anzi, per dare un’idea di come sia emersa e di come si possa sostenere una concezione all'apparenza così strana, è utile fare riferimento a un filosofo importante e antesignano dell’anti-eccezionalismo come Quine[3].
- L’anti-eccezionalismo logico di Quine
La filosofia della logica di Quine prende le distanze da molte delle affermazioni fatte in apertura sulla natura della logica[4]. In particolare, Quine sostiene che la logica sia simile, per alcuni aspetti cruciali, al resto delle scienze e si collochi in continuità con esse. Le ragioni di fondo che spingono Quine a rifiutare che la logica sia eccezionale sono varie. Anzitutto, la ferma e convinta adesione al naturalismo spinge Quine a rifiutare le epistemologie della logica più tradizionali. In particolare, rifiuta il ricorso a misteriose facoltà razionali, come l'intuizione, che dovrebbero essere in grado di giustificare le leggi della logica in maniera non inferenziale. Come è ben noto, Quine è però un forte critico anche della distinzione tra giudizi analitici e sintetici. La logica non può quindi essere il regno delle verità analitiche. Infine, Quine sostiene una forma piuttosto radicale di olismo della conferma, che trova il suo fondamento principale nella tesi Duhem-Quine secondo cui una singola ipotesi non può mai essere verificata o falsificata in isolamento. Piuttosto, i nostri impegni logici sono giustificati dal ruolo indispensabile che svolgono nell'ambito della nostra comprensione scientifica complessiva del mondo. Le leggi della logica non sono quindi esenti da possibile revisione, sebbene, dato il loro posto centrale nella nostra rete di credenze, la loro eventuale modifica è considerata solo in casi estremi. Si noti che, come risultato dell’adesione al naturalismo e all’empirismo, tale verifica o falsificazione è messa in atto davanti al tribunale dell’esperienza. È solo l’osservazione empirica che può confermare una teoria e la logica che essa incorpora. Sullo sfondo di queste motivazioni, una posizione anti-eccezionalista dovrebbe sembrare meno peregrina.
Per dare pienamente corpo all’anti-eccezionalismo di Quine è utile vederlo come la risultante di due tesi distinte, sebbene legate le une alle altre. Da un lato abbiamo un anti-eccezionalismo metodologico, dall’altro un anti-eccezionalismo evidenziale. Secondo quello metodologico, i metodi di scelta con cui vengono selezionate le teorie logiche e quelle non logiche sono dello stesso tipo e quindi fondamentalmente simili. Questa è una tesi condivisa anche da molti degli anti-eccezionalisti più recenti, che identificano la metodologia comune con una di tipo abduttivo. Le teorie scientifiche, incluse quelle logiche, vanno cioè selezionate in base alla loro migliore o peggiore capacità di soddisfare una serie di virtù teoriche (semplicità, capacità esplicativa, adeguatezza alle evidenze, eccetera). In questo senso, la metodologia della logica è del tutto simile a quella di qualsiasi altra scienza naturale, ovvero abduttiva. Secondo l’anti-eccezionalismo evidenziale, invece, l’unica forma di evidenza capace di forza giustificativa è fornita dall’osservazione empirica. Anche la logica, quindi, è confermata o no dall’osservazione, esattamente come succede per la fisica, la chimica o la neuropsicologia. Anche rispetto al tipo di evidenze, quindi, la logica non è affatto eccezionale ma allineata alle altre scienze, incluse le scienze naturali.
Specie per la sua influenza storica, quello di Quine può essere preso come caso paradigmatico di anti-eccezionalismo. Quine non è però l'unico filosofo a sposare posizioni anti-eccezionaliste nella filosofia della logica contemporanea. Tra gli altri troviamo nomi rilevanti come Penelope Maddy, Graham Priest e Timothy Williamson, oltre al già citato Hjortland, celebre soprattutto per averne dato la formulazione concisa ed esplicita menzionata sopra[5]. Allo stesso tempo, è però importante notare che le posizioni di questi autori, pur avendo forti punti di contatto, sono piuttosto diverse e distinte in aspetti anche cruciali, sia tra loro che rispetto all'anti-eccezionalismo di Quine. Queste differenze, che non approfondiamo, sono legate ad alcuni problemi che ci accingiamo a discutere.
- Problemi dell’anti-eccezionalismo
La caratterizzazione della logica come disciplina eccezionale e l’opposizione anti-eccezionalista a questa idea si presentano sicuramente come modi accattivanti e intuitivi di guardare alla natura della logica e al dibattito su di essa. Anche nella presentazione data finora si è cercato di tenere fede a questa prospettiva, presentando l'opposizione tra eccezionalismo e anti-eccezionalismo come sensata e interessante. Se le cose stessero davvero così, allora, non rimarrebbe che entrare nel merito cercando di stabilire chi abbia ragione e se la logica sia o no davvero eccezionale. Non è però scontato che le cose stiano così. Anzi, la questione principale non è stabilire se gli anti-eccezionalisti abbiano ragione, ma se impostare un dibattito in termini di eccezionalismo e suo contrario abbia davvero legittimità e utilità teorica. Secondo alcuni autori, infatti, l’anti-eccezionalismo è una nozione troppo vaga per poter caratterizzare una famiglia di posizioni coerente[6]. La discussione sull’anti-eccezionalismo andrebbe quindi abbandonata a favore di altre prospettive. Per chiarire il punto, ci concentriamo su due aspetti problematici principali: la vaghezza intrinseca della tesi anti-eccezionalista e l’inappropriatezza di alcune classificazioni che ne derivano, specialmente in riferimento a figure fondamentali della storia della logica.
Sul primo punto si può osservare che l’anti-eccezionalismo, pur sostenendo che la logica non è speciale e che i suoi metodi e le sue teorie sono continui con quelli delle scienze, non definisce chiaramente né in cosa consista questa continuità né cosa si intenda precisamente per logica (né tantomeno cosa conti come scienza). I principali autori raggruppati sotto l’egida anti-eccezionalista – tra cui Williamson, Hjortland e Priest – forniscono infatti interpretazioni molto diverse della natura della logica. Williamson, ad esempio, vede la logica come una disciplina che riguarda le verità più generali della realtà, non vincolata a considerazioni meramente linguistiche o metalinguistiche. Hjortland, al contrario, interpreta la logica proprio come un’attività metalinguistica, legata strettamente alle nozioni di validità e verità; mentre Priest attribuisce un ruolo centrale alle intuizioni legate alla validità delle inferenze quotidiane, pur riconoscendo che tali intuizioni possano essere corrette alla luce delle teorie. Data questa disparità di opinioni su cosa sia la logica e su quali evidenze debbano esser considerate, non è chiaro se tali posizioni vertano davvero sullo stesso tema e vadano quindi raggruppate insieme. Invece di essere autori che condividono una stessa visione, in buona misura non parlano nemmeno della stessa cosa. Inoltre, se anche vi fosse accordo su qualche concezione generale di logica, il contenuto della tesi anti-eccezionalista andrebbe precisato. Si consideri, ad esempio, la continuità con le scienze. Per ottenere una concezione anti-eccezionalista, la logica dovrebbe essere continua con tutte le scienze o solo con alcune? La matematica, in particolare, conterebbe come scienza con cui la logica dovrebbe essere continua? Se conta, e questo basta, ottenere una posizione eccezionalista risulterebbe forse troppo facile, dato lo stretto rapporto e alcune ragionevoli similitudini tra logica e matematica. Date poi le differenze specifiche che intercorrono tra le varie scienze particolari, non è nemmeno ovvio quando due discipline risultino continue o meno. Non è insomma chiaro in che modo la logica debba essere continua con le scienze, né quali siano le scienze rilevanti per tale continuità. Inoltre, le scienze particolari stesse non condividono un nucleo metodologico unico, e molte delle loro pratiche – come l'uso di metodi statistici – non trovano riscontro nello sviluppo della logica. È quindi implausibile richiedere che la comunanza sia totale. Interpretazioni più moderate, che limitano la continuità ad alcuni aspetti e a certe scienze, rischiano invece di rendere l'anti-eccezionalismo troppo facile. Il risultato di questa facilità sarebbe la formazione di un gruppo eterogeneo di idee prive di coerenza teorica, come infatti emerge nella classificazione di alcuni pensatori.
La difficoltà di classificazione di alcuni pensatori storici è stata sottolineata, in particolare, nei confronti di Aristotele, Frege e Carnap, tre figure centrali della storia della logica che vengono a volte proposti come casi esemplari di filosofi che abbracciano una concezione eccezionalista della logica. A dispetto di queste apparenze, sembra possibile includere ragionevolmente tra gli anti-eccezionalisti persino autori di questo tipo, mostrando come la mancanza di criteri chiari nell’anti-eccezionalismo porti a includere indebitamente anche autori apparentemente avversari. Si consideri Aristotele. Pur avendo sviluppato una teoria della deduzione rigorosa e sistematica, il filosofo greco non ha mai confrontato esplicitamente la sua teoria con teorie alternative né adottato criteri come semplicità o fecondità nella sua costruzione. La metodologia abduttiva, caratteristica delle scienze non speciali, sembra quindi essere assente nel caso della logica aristotelica. Tali considerazioni sembrerebbero quindi dare ragione agli anti-eccezionalisti che lo ritengono un esempio di filosofo eccezionalista. Tuttavia, il suo lavoro potrebbe anche essere interpretato come un tentativo di descrivere le inferenze valide sulla base di intuizioni, un approccio riconducibile a quello seguito da un anti-eccezionalista come Priest. Almeno sotto questo aspetto, non è quindi ovvio in quale dei due campi debbano essere collocati i due autori. Si consideri poi Frege, che vedendo la logica come analitica e a priori, sembra essere un buon campione a difesa della logica come disciplina speciale. Frege considerava la matematica come riducibile alla logica e il mostrare questo era l'obiettivo principale del suo progetto logicista. Una tale riduzione però stabilirebbe un ovvio legame con la matematica fornendo un chiaro caso di continuità con almeno un'altra scienza. Tale continuità farebbe di Frege un netto esempio di anti-eccezionalismo. Infine, Carnap, con la sua concezione convenzionalista e analitica della logica, ha rappresentato l’obiettivo polemico principale di un anti-eccezionalista eminente come Quine. Sembra quindi si possa associare almeno Carnap a una concezione davvero eccezionalista della logica. Nemmeno in questo caso è però così. Dato il suo approccio pluralista e pragmatico, motivato anche dal desiderio di analogia con altre scienze, sembra anch'egli allinearsi in modo esplicito ad alcune idee anti-eccezionaliste.
Questi esempi mostrano come i confini tra eccezionalismo e anti-eccezionalismo siano estremamente confusi. Autori diversi sono difficili da classificare e persino posizioni che potrebbero sembrare tipiche concezioni eccezionaliste risultano esserlo in modo dubbio o comunque frammentato[7]. L’anti-eccezionalismo non sembrerebbe quindi offrire una categoria filosofica utile per comprendere la natura della logica. Questa mancanza di chiarezza interna alla formulazione della tesi anti-eccezionalista rende l’anti-eccezionalismo più un’etichetta generica e posticcia che una posizione filosofica coerente. La sua vaghezza concettuale e l’incapacità di tracciare confini chiari lo rendono uno strumento inadeguato che, invece di gettare nuova luce sulla natura della logica, complica e confonde il dibattito. Ovviamente, il fatto che la tesi anti-eccezionalista non sia stata qui formulata in modo adeguato non mostra che non possa esserlo. Alcuni autori hanno infatti tentato di raffinare la definizione dell’anti-eccezionalismo, cercando di superare le difficoltà appena evidenziate.
- Anti-eccezionalismo come rifiuto della tradizione
Abbiamo mostrato come l’esatto contenuto della tesi anti-eccezionalista non sia sufficientemente chiaro, almeno seguendo l’impostazione standard che insiste sulla continuità della logica con le altre scienze. Di fronte a questo ostacolo, si è proposto non di abbandonare la nozione di anti-eccezionalismo ma di riformularla. La riformulazione proposta dovrebbe essere immune dai problemi evidenziati in precedenza e permettere una utile articolazione del tema. Questo è il punto a cui oggi è arrivato il dibattito e su questo offrirò alcune considerazioni critiche nella sezione successiva. Prima della critica, vediamo però brevemente questa riformulazione.
Invece che concentrarsi sulla continuità tra logica e altre scienze, alcuni autori hanno proposto di caratterizzare la tesi anti-eccezionalista come rifiuto delle proprietà tradizionalmente attribuite alla logica. Come abbiamo ricordato in apertura dell’articolo, la logica è stata concepita come caratterizzata da proprietà peculiari, come la generalità, la formalità, la fondazionalità, l'apriorità, l'analiticità, la necessità, eccetera. Queste proprietà sono state considerate segni distintivi che elevano e distinguono la logica rispetto ad altre discipline. La proposta di riformulazione dell'anti-eccezionalismo si concentra su questi tratti tradizionali, proponendo di intenderlo come rifiuto di almeno una di queste proprietà. Il cuore dell'anti-eccezionalismo sarebbe quindi il rifiuto della concezione tradizionale della logica, esibita da qualsiasi posizione che rigetti almeno una delle proprietà tradizionali. In questa versione, l'anti-eccezionalismo può quindi essere un insieme di posizioni diverse ma che, nondimeno, condividono un nucleo comune, ovvero la critica della tradizione.
Questo cambio di prospettiva (dalla continuità con le altre scienze al rifiuto delle proprietà tradizionali) offre diversi vantaggi. Innanzitutto, elimina la necessità di chiarire e dimostrare la continuità tra logica e scienze, concentrandosi invece sulla rivalutazione critica delle proprietà della logica stessa. Ciò permette di riconoscere come l'anti-eccezionalismo non debba essere un blocco unico ma una famiglia di posizioni distinte e interconnesse. Questa diversità consente di esplorare più possibilità teoriche, come il rifiuto della fondazionalità senza l’abbandono dell'apriorità, o la negazione della necessità senza mettere in discussione la generalità. Essere anti-eccezionalisti è quindi una questione di grado, con autori che di volta in volta possono avere non solo posizioni diverse ma anche più o meno in conflitto con la tradizione.
Secondo i suoi sostenitori, quest'idea di anti-eccezionalismo come rifiuto della tradizione consente di superare i limiti dell’interpretazione precedente. Da un lato, essa fornirebbe una visione chiara e coerente. I problemi di vaghezza, che erano per lo più legati all’insistenza sulla continuità con le altre scienze, infatti, scompaiono. Il focus è ora su proprietà specifiche che paiono essere ben determinate e comprese. Dall’altro, permettendo una sufficiente variabilità al suo interno, le anomalie di classificazione vengono superate. Abbiamo infatti visto che diverse posizioni possono contare come anti-eccezionaliste pur rifiutando proprietà tradizionali diverse. Allo stesso tempo, a seconda di quante ne vengono rifiutate, le varie concezioni possono contare come più o meno eccezionaliste. Non vi sarà quindi nulla di strano ad ammettere, ad esempio, che Aristotele abbia una concezione della logica molto più eccezionalista di Quine.
- Tramonto dell’anti-eccezionalismo?
La ridefinizione dell'anti-eccezionalismo come rifiuto di almeno una delle proprietà tradizionalmente attribuite alla logica sembra avere vari pregi e riuscire a correggere alcuni dei punti deboli di una concezione incentrata sulla continuità con le altre scienze. Anche questa nuova prospettiva non sembra però in grado di fornire una concezione dell'anti-eccezionalismo che lo renda teoricamente davvero adeguato. Di seguito discuto alcuni di questi limiti dandone infine un bilancio complessivamente negativo.
Anzitutto, va notato che i difensori dell'anti-eccezionalismo come rifiuto della tradizione sono piuttosto parchi e sfuggenti nel fornire esempi di filosofi che abbiano avanzato concezioni filosofiche in cui nessuna delle proprietà caratteristiche della logica sia rifiutata. Quali sono, cioè, i filosofi pienamente eccezionalisti? Se non ve ne sono, o sono a loro volta delle eccezioni, è quantomeno strano parlare di proprietà tradizionali. Alcune proprietà sarebbero presentate come tradizionali nonostante nella storia siano state di volta in volta rifiutate da diversi autori di rilievo. Un possibile correttivo a questa anomalia potrebbe essere quello di far corrispondere la tradizione a quanto sostenuto da tutti gli autori più importanti e influenti. Tra questi però non sempre vi è consenso e, se scegliessimo le proprietà ammesse da tutti questi grandi autori, finiremmo con l’avere una lista molto più ristretta e possibilmente vuota. In alternativa, si potrebbe sostenere che una proprietà conti come tradizionale se è stata accettata, nel corso dei secoli, da almeno uno dei grandi filosofi della logica. Il problema è che questo criterio varrebbe anche per liste molto diverse, se non opposte, di proprietà. Come visto nella discussione su Aristotele, Frege e Carnap, sono state a volte accettate anche proprietà apparentemente anti-eccezionaliste. Non è quindi chiaro, da questa prospettiva, come si determinino i tratti della logica da attribuire alla tradizione.
Una diversa strategia potrebbe essere quella di non vincolarsi ad autori specifici, per quanto influenti, ma di identificare le proprietà tradizionali con quelle più frequentemente accettate nella storia della logica. Questo richiederebbe un meticoloso lavoro di analisi storiografica che è al momento assente e che non è detto che dia i risultati sperati, anche perché la concezione della logica è cambiata profondamente nei secoli. Ciononostante, quest’approccio sembrerebbe maggiormente in linea con lo spirito della riformulazione. In questo modo l'eccezionalità della logica sarebbe rappresentata da una lista di proprietà intuitivamente e pregiudizialmente associabili alla logica, presentandosi per questo come tradizionali. In questo senso, invece che di concezione tradizionale della logica radicata nella storia della disciplina, sarebbe però meglio parlare di concezione stereotipata della logica, come spesso riportata nella vulgata o nelle introduzioni. Il limite di quest’approccio è che, sebbene l’eventuale correzione di pregiudizi e concezioni ingenue sia importante, non sembra che ciò basti invece a fornire una categoria utile ad articolare un dibattito approfondito tra esperti. Se questo è il modo finale di intendere l'anti-eccezionalismo, la sua rilevanza risulta di molto ridotta.
C'è di più. Anche tralasciando il problema appena discusso di come identificare le proprietà rilevanti (se siano tradizionali o stereotipate), un’impostazione basata sul rifiuto di almeno una tra un certo numero di caratteristiche è in quanto tale inadatta a svolgere un efficace ruolo teorico. Il problema è qua meramente di forma della definizione proposta. L’anti-eccezionalismo sarebbe identificato con una disgiunzione di negazioni: la logica non è generale, oppure non è formale, oppure non è a priori, e così via. Una nozione definita in modo disgiuntivo e negativo è però in quanto tale inadeguata, essendo il risultato della combinazione di fenomeni dalla natura disparata. Il motivo è che, come è ben noto, le proprietà disgiuntive e quelle negative non sono in grado di ‘tagliare la realtà alle giunture’, e quindi di cogliere effettive somiglianze oggettive[8]. Questo risulta evidente quando si provi a sostanziare le posizioni che risulterebbero anti-eccezionaliste. Ad esempio, una posizione che rifiutasse la generalità della logica sarebbe affiancata a una concezione che considerasse la logica non interamente a priori. Sebbene vi sia un senso in cui entrambe le posizioni non rispecchierebbero lo stereotipo associato alla logica, accumunare posizioni che riguardano aspetti così diversi difficilmente potrebbe avere una qualche utilità teorica. Data la varietà di concezioni che cadrebbero sotto l'ombrello anti-eccezionalista, sarebbe meglio, piuttosto, abbandonare l’etichetta generale considerando di volta in volta le singole proprietà. Si discuterebbe cioè delle posizioni che vedono la logica come necessaria o meno, poi di quelle che la vedono come generale o meno, e così via. Senza costringere le concezioni risultanti in raggruppamenti forzati. Queste, infatti, sarebbero concezioni diverse con tratti solo superficialmente in comune.
Se proprio si volesse continuare a parlare di anti-eccezionalismo, invece di considerare una lista di proprietà diverse sarebbe opportuno identificare una singola proprietà cruciale. Indicare cioè quale tra le varie proprietà renderebbe la logica non solo diversa e specifica, ma speciale. Qualsiasi scienza ha infatti caratteristiche che le sono specifiche e che la rendono in quanto tale un’eccezione. Non tutte le scienze sono però speciali nel senso di essere privilegiate. Tra le varie proprietà stereotipate della logica, solo una sembrerebbe porla direttamente in una posizione prioritaria: la fondamentalità. Tale presunta fondamentalità, che può essere declinata in senso epistemologico o metafisico, è esattamente ciò che rende la logica speciale e privilegiata, e quindi eccezionale rispetto alle altre scienze in un senso preciso. Una concezione eccezionalista della logica sarebbe quindi una concezione secondo cui la logica è fondamentale. La fondamentalità potrebbe poi essere radicata in altri tratti, come la apriorità o la necessità, permettendo articolazioni diverse e più ricche, seppur unitarie. In questo senso, l’anti-eccezionalismo sarebbe da intendere come l’insieme di concezioni che, magari in modi diversi, si oppongono a questa idea. Così inteso, l'anti-eccezionalismo supererebbe le difficoltà precedenti e quelle sollevate contro la concezione tradizionalista in particolare. Da un lato non vi sarebbe nessun motivo di collegare la fondazionalità ad autori precisi (sebbene ciò sarebbe possibile). Dall’altro non avremmo i problemi della forma della definizione, visto che al posto di una disgiunzione di negazioni avremmo una singola tesi accettata o no.
Come ho cercato di mostrare, un’interpretazione dell’anti-eccezionalismo come antifondazionalismo risulterebbe potenzialmente ben definita e superiore alle concezioni alternative. Se proprio si dovesse usare la categoria di anti-eccezionalismo, è quindi in questa accezione che andrebbe utilizzata. Questo non vuol dire però che la categoria debba essere effettivamente adottata. Anzi. Anche così intesa, non si guadagnerebbe molto dal parlare di anti-eccezionalismo invece che di semplice rifiuto del ruolo fondazionale della logica. Parlare di anti-eccezionalismo sarebbe cioè una impostazione tanto legittima quanto sostanzialmente irrilevante, esaurendosi in una mera riformulazione terminologica.
- Conclusione
In questo articolo ho presentato l’anti-eccezionalismo logico, la posizione filosofica piuttosto recente secondo cui la logica non sarebbe una scienza eccezionale ma avrebbe uno status simile alle altre discipline scientifiche. Dopo aver illustrato i suoi caratteri generali, soffermandomi in particolare sulla posizione di Quine, si è passati a una disamina critica. Si sono anzitutto ripercorse alcune obiezioni che sono state mosse alla formulazione dell'anti-eccezionalismo e alla sua coerenza teorica. Si è poi spiegato come alcuni autori abbiano proposto di riformulare la tesi nei termini di rifiuto di almeno una delle proprietà tradizionalmente associate alla logica. Questo esito finale si è però rivelato a sua volta soggetto a problemi. Da un lato si è sottolineata la difficoltà di identificare quali proprietà contino come tradizionali, invece che semplicemente stereotipate. Dall’altro si è mostrato come la forma della definizione proposta non presenti una formulazione adeguata. I tentativi di correggere la categoria dell’anti-eccezionalismo per rimediare anche a questi difetti ci hanno restituito infine una categoria possibilmente legittima, ma pressoché inutile.
1] L’elenco di tratti che distinguono la logica potrebbe continuare, includendo caratteristiche, come, ad esempio, l’essere normativa per il ragionamento.
[2] O. T. Hjortland, Anti-exceptionalism about logic, in «Philosophical Studies», 174, 3, 2017, p. 631.
[3] Nella ricostruzione della filosofia di Quine seguo Martin e Hjortland. Cfr. B. Martin, O.T. Hjortland, Anti-Exceptionalism about Logic (Part I): From Naturalism to Anti-Exceptionalism, in «Philosophy Compass», 19, 8, e13014, 2024.
[4] W.V.O. Quine, Philosophy of logic, Harvard University Press, Cambridge MA 1986.
[5] Cfr. O. T. Hjortland, Anti-exceptionalism about logic, in «Philosophical Studies», 174, 3, 2017, pp. 631–658; P. Maddy, Second philosophy: A naturalistic method, Oxford University Press, Oxford 2007; G. Priest, G. In contradiction: A study of the transconsistent, Clarendon Press, 2006; T. Williamson, Semantic paradoxes and abductive methodology, in The relevance of the liar, B. Armour-Garb (Ed.), Oxford University Press, Oxford 2016, pp. 325–346.
[6] Per questo tipo di critiche seguo, in particolare, l'impostazione data da Rossberg e Shapiro. Cfr. M. Rossberg, S. Shapiro, Logic and science: science and logic, in «Synthese», 199, 3-4, 2021, pp. 6429-6454.
[7] Un possibile candidato è Kant. Date le peculiarità del suo pensiero sarebbe però forse più opportuno parlare semplicemente di concezione Kantiana.
[8] Nel gergo di Lewis, sono proprietà meramente abbondanti. Cfr. L.K. David, New work for a theory of universals, in «Australasian Journal of Philosophy», 61, 4, 1983, pp. 343-377.






