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Alessio Musio – Baby Boom. Critica della maternità surrogata [Vita e Pensiero, Milano 2021]

Tre silhouette di donne. Chi sono? Donne? Robot? Manichini? Madri?

Baby Boom. Critica della maternità surrogata affronta uno dei temi chiave della bioetica contemporanea, la maternità surrogata, attraverso un’analisi critico-argomentativa che fa ampio uso di strumenti fenomenologici per condurre a una valutazione etica. Procede con una critica della maternità surrogata, intendendo con questa espressione «[l’]andare alla matrice stessa della condizione umana e scoprire nella sua configurazione carnale, pur nel novero di tutte le sue imperfezioni, il senso, antitetico alla logica dei prodotti seriali, della novità e dell’unicità personali» (p. 23).

Il fil rouge del testo è dunque rappresentato dalla carnalità, intesa come espressione dell’unicità personale, ovvero il dato antropologico fondamentale che caratterizza e distingue ogni persona umana e che una parte della tecnologia contemporanea sta tentando in ogni modo di eliminare, attraverso un processo di spersonalizzazione che passa per il dis-incarnamento dei soggetti.

Questa perdita di carnalità è ben visibile nel fenomeno della scissione del materno, possibile attraverso le tecnologie riproduttive, che produce tre figure differenti e separate: la madre genetica, la madre gestante e la madre sociale. Queste tre donne rappresentano tre ruoli, tre fasi, di solito propri di un’unica donna, che vengono qui separati e attribuiti a soggetti distinti. La presenza delle tre madri, le tre figure della copertina, è dunque una presenza che rileva un’assenza fondamentale, poiché rende impossibile rispondere alla domanda “chi è la madre?”.

Musio evidenzia come non ci si possa dimenticare – tanto lo si dà ormai per scontato, così da non vederlo nemmeno – del legame fondamentale che investe la maternità surrogata e la FIVET, la tecnica riproduttiva che di fatto permette la scissione e la frammentazione delle figure materne di cui si è detto, riducendo al contempo la corporeità del padre a spermatozoo. La madre, dunque, diventa colei che fornisce una prestazione, si tratti di un ovulo tanto quanto di una gravidanza; il figlio, invece, una merce da ap-prezzare sul mercato dei consumi. Il tutto, nell’ottica di un presunto diritto generativo, in realtà vuoto.

I diversi cortocircuiti su cui si sviluppa la maternità surrogata, dunque, si basano su una premeditata delega ad altri della generazione. Infatti, nel momento in cui si avalla la delega, si finisce per concepire la maternità al pari di un processo macchinale, al momento reso possibile dalle donne, ridotte a semplici funzioni, che in futuro potrebbe essere sostituito da una tecnologia più completa nella sostituzione: l’utero artificiale. A questo si aggiunge il venir meno dell’atto del nominare il nuovo generato da parte della madre carnale, atto fondamentale e significativo per riconoscere l’unicità e la soggettività del nuovo venuto. Ed è proprio sulla questione del nome e del nominare che l’autore insiste a più riprese.

Secondo Musio, infatti, bisogna ricordare come le parole abbiano il potere di indirizzare le nostre riflessioni. Per questa ragione, pone l’accento sulle diverse sfumature di significato di termini fondamentali come generazione, riproduzione, procreazione, per evidenziare le differenze sostanziali che derivano dall’adozione e dall’uso prolungato di un termine o di un altro.

A livello etico è necessario valutare il contenuto di ciò a cui ci si abitua, in quanto l’abitudine presenta in sé un’inevitabile ambivalenza, riferita alla possibilità di rinnovamento tanto quanto di stravolgimento dei fenomeni cui inerisce. Se infatti la tecnologia pare trasformare la generazione umana in mera produzione, per realizzare questo passaggio, dagli effetti dirompenti a livello antropologico, con ciò essa modifica il significato profondo della generazione umana, propendendo per una interpretazione che la rilegge come semplice prestazione all’interno del libero mercato.

Proprio a partire da questa trasformazione, Musio dialoga criticamente con le pensatrici femministe, abbracciando e condividendo le tesi di quel pensiero della differenza sessuale che mira a valorizzare l’unicità dei soggetti e sottolinea l’importanza della corporeità. La necessità di guardare al pensiero femminista – come dichiara lo stesso autore – deriva «dal fatto che al suo interno emerge qualcosa che normalmente in bioetica […] rischia di non trovarsi, vale a dire l’attenzione all’esperienza, al vissuto biotecnologico» (p. 74).

L’elemento tecnologico della maternità surrogata mette dunque in evidenza quell’eccesso generativo e generazionale esplicitato dal titolo, Baby Boom. Come spiega Musio, infatti, l’eccesso fa riferimento contemporaneamente alla frantumazione che lo statuto dei figli subisce quando la generazione cede al lessico della produzione. E, allo stesso tempo, inerisce al «braccino corto con la vita», richiamando l’immagine incisiva di Scurati, che caratterizza la generazione dei boomers e soprattutto i loro discendenti, sempre meno propensi a fare figli, preda come sono del «metro breve del presente assoluto» che non ammette alcuna narrazione.

In questa cornice culturale di riferimento, costituita dal connubio di tecnica e capitalismo, la vita viene trasformata nell’ottica di una produzione totale e totalizzante: tutta la vita diventa «merce da baratto», come aveva previsto Gramsci anticipando i tempi già all’inizio degli anni Venti.

Si assiste così al realizzarsi di quel bio-lavoro di cui parlano Cooper e Waldby, elaborato sul paradigma neo-liberale che vuole trasformare ogni ambito della vita in ottica produttivistica e imprenditoriale. La donna, io S.p.A dal sapore sloterdijkiano, investe sulle sue capacità riproduttive e le mette a disposizione del mercato, mettendo in atto una scissione con la sua soggettività corporea. Le nuove ancelle contemporanee sembrano dunque decidere liberamente di vendere le loro prestazioni. Nondimeno, questo è l’unico punto di differenza dalle protagoniste della narrazione distopica di Margaret Atwood, The handmaid’s tale, nel quale le donne vengono ridotte alla loro funzione biologica, private di identità e considerate come oggetti da utilizzare.

Ecco, quindi, la necessità ulteriore di disvelare il sostrato del fenomeno della maternità surrogata, tuttavia senza mai dimenticare che la critica rimane rivolta alla perdita di dignità che questa modalità generativo-produttiva comporta, ma non coinvolge mai la dignità ontologica della persona umana che viene al mondo.

In gioco c’è la stessa democrazia, i diritti umani derivanti dal riconoscere che gli uomini sono tutti uguali per il fatto stesso di essere figli, non prodotti; dunque, a partire dalla loro consistenza antropologica, dalla carne.

 

Cecilia Della Torre

06_2021

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