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Slavoj Zizek – Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo – tr. it. a cura di M. Nijhuis [Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 144, € 15]


Il breve volume in oggetto è stato scritto nel 2006 e tradotto solo quest’anno presso Bollati Boringhieri. È un’introduzione al pensiero filosofico di uno degli autori più oscuri e controversi del Novecento e che tuttavia ha avuto un peso determinante per la filosofia, specialmente nella seconda metà del secolo. Per citare alcuni dei giudizi perplessi, a proposito di Lacan, ricordiamo Heidegger: “A questo psicanalista serve uno psicanalista” e ancora Noam Chomsky: “Un ciarlatano perfettamente consapevole di esserlo”. L’opera di Jacques Lacan è qui presentata brevemente e in modo non sistematico, eppure le pagine sono attraversate da una tesi precisa e forte che si potrebbe definire di tipo “politico”. Osservazioni sociologiche sono mescolate a filosofia ma, a differenza di altri autori che compiono questo genere di operazione, come ad esempio Adorno e Horkheimer, l’attenzione dell’opera è posta prima di ogni altra cosa sullo sforzo ontologico: lo scandalo filosofico che costituisce il fascino di Lacan sta proprio nel fatto che la psicanalisi, rifiutata o marginalizzata da molte correnti del Novecento, diventa non semplicemente uno strumento di critica a esse, come appunto la sociologia in Adorno, ma un loro concorrente. L’innovazione che Zizek sembra chiarire in Leggere Lacan è che la psicoanalisi può svolgere lo stesso ruolo che hanno avuto biologia e neuroscienze: ridefinire l’ontologia dell’uomo, dischiudere un nuovo spazio per l’essere.

L’opera è strutturata come un insieme di glosse ad alcuni passi dello psicanalista francese, i quali, più che con una riflessione teorica distesa, sono messi a confronto con problemi di sociologia o di critica letteraria, da considerazioni sul Troilus and Cressida di William Shakespeare sino a un’analisi del fenomeno del terrorismo islamico. Applicando le intuizioni di Lacan a questa serie di problemi così distanti fra loro, l’autore ne conferma la validità e fa emergere principi teorici ben saldi. Il libro rappresenta il tentativo di descrivere una nozione che si presenta ambigua sin dalla nascita della psicanalisi, quella del Super-io.

Il Super-io in Freud oscilla attraverso due definizioni, riprese da Lacan: “l’ideale dell’io” e il super-io vero e proprio. Il lavoro di Lacan su queste categorie è legato a filo doppio con la capacità dell’uomo di produrre simboli, la nozione di Simbolico. L’ideale dell’io in Freud è un “dover essere”, è l’immagine di sé che rappresenta ciò a cui costantemente l’uomo desidera avvicinarsi. Il super-io freudiano, invece, è un insieme di leggi, una narrazione di regole imposte dalla società che influenzano tale immagine di sé. Lacan affianca la nozione di super-io a quella di Grande Altro virtuale, vale a dire un’istituzione che presiede e conserva l’ordine simbolico (per esempio Dio). Essa funziona come uno sguardo minaccioso da cui ogni individuo si sente scrutato, lo sguardo “fuori di sé” che ciascuno di noi necessariamente deve assumere per poter vedere l’ideale dell’Io. L’ideale dell’Io, “immagine” di ciascuno “agganciata” al mondo simbolico può essere vista, per paradosso, solo attraverso questo sguardo impersonale. Un altro termine cruciale in Lacan sarebbe la jouissance o godimento; essa non è congruente con la libido in Freud, non è infatti l’anonimo flusso di piacere che investe l’oggetto del desiderio: per jouissance s’intende piuttosto il “gesto” del piacere, o meglio il piacere che proviamo nel produrre simboli: l’atto stesso di produrre il simbolico è un gesto di godimento. La jouissance è la componente di piacere insita nel nostro linguaggio e in quanto tale non è qualcosa di necessariamente piacevole, ma anzi a volte è causa di grande sofferenza. La chiave fondamentale per capire Lacan sta tutta nel comprendere che il Grande Altro e la jouissance sono lo stesso oggetto, osservato da due punti di vista.

Se il simbolico viene prodotto attraverso il piacere, grazie a un investimento libidico nella jouissance, ciò implica che nel momento in cui produciamo simboli siamo “intrappolati” nel nostro piacere: esso è il mezzo tramite il quale produciamo il senso, ma è contemporaneamente qualcosa che ci impedisce di leggere quel che produciamo. A questo serve il Grande Altro: è uno sguardo creato ad hoc per vedere ciò che non possiamo vedere nel momento in cui lo stiamo producendo. In breve: in Lacan ogni gesto di desiderio è il rovescio di un’istituzione e ogni istituzione è il rovescio di un desiderio. Se si prova la jouissance non si può cogliere l’istituzione che questo desiderio produce e l’istituzione cela (più che vietare) il nostro piacere a noi stessi. Ci appare dunque chiara adesso la portata ontologica della psicanalisi: il desiderio ha valore fondativo.

Per chiarire ulteriormente il concetto di godimento si potrebbe effettuare un parallelo fra le istituzioni prodotte dal desiderio e quell’immagine di cui parla Heidegger in Kant e il problema della metafisica. La jouissance infatti si potrebbe identificare con quell’intuizione necessaria per creare l’immagine a-priori che è paradossalmente fondamentale alla sintesi operata dall’Io penso nell’atto epistemologico.

Detto questa, e soprattutto chiarito il ruolo fondativo del piacere, ecco la tesi “politica” espressa e a tratti sottintesa in questo libretto. Se Dio (quand’era vivo), come istituzione par excellance, aveva il compito di preservare l’ordine simbolico, adesso, invece, la jouissance imperversa nella vita dell’uomo e, ovviamente, porta con sé tutto il suo valore fondativo. Già Baudrillard scriveva “dire che Dio è morto e dire che Dio è dappertutto è la stessa cosa”. Il filosofo, rispetto al sociologo, deve fare un passo avanti: Dio non è morto, e non è dappertutto: “Dio è inconscio” per usare parole di Lacan. Osserviamo il modo in cui funzionava Dio prima che morisse: “proibiva” il godimento, ma ciò che faceva in realtà era di garantire a ciascuno la possibilità di provare piacere anche se ciò non era manifesto. Ora che invece il piacere non è più “garantito” dall’istituzione, avviene il contrario, l’uomo si affanna per il godimento, con il risultato costante di non ottenerlo mai, giacché disattende costantemente le immagine fondative che il desiderio porta con sé. Ciò avviene perché la sua funzione produttiva e fondativa è diventata un imperativo sintetizzabile nella parola “godi!”. In più c’è d’aggiungere che l’istituzione che costantemente lancia tale ingiunzione si cela totalmente al nostro sguardo in questo flusso di godimento, perché, come detto, è impossibile produrre e contemporaneamente percepire l’istituzione che si sta producendo. La cosa più grave è quindi che la natura inconscia di Dio esilia l’uomo dalla facoltà più importante del proprio desiderio, vale a dire quella di dare fondamento alla realtà. Il compito della psicoanalisi non è vietare il godere, ma permettere al paziente di non dover godere per forza, dato che, come titola l’autore “Dio è morto ma non lo sa”.

 

Luca Marangolo

09_2009

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