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Vallori Rasini – L’eccentrico. Filosofia della natura e antropologia in Helmuth Plessner [Mimesis, Milano-Udine 2013]

Il lavoro di Helmuth Plessner, filosofo tra i fondatori dell’antropologia filosofica tedesca contemporanea, ha oramai da tempo iniziato a essere noto ben al di là dei confini della Germania. Una sempre più ampia cerchia di studiosi ha posto attenzione, negli ultimi vent’anni, tanto alla sua filosofia della natura quanto alla sua antropologia. Si sono pertanto succeduti studi sull’autore e il suo lavoro, e hanno visto la luce una serie di traduzioni di alcune sue importanti opere.

Quest’operazione di riscoperta e rielaborazione critica, che ha riguardato non solo Plessner ma l’antropologia filosofica tedesca nel suo complesso, trova forse la propria ratio meno in una moda accademica che in una urgenza teorica, ovvero quella di elaborare un paradigma interpretativo dell’umano che eviti di tagliarlo in due parti scisse e non comunicanti: “natura” e “spirito”.

Gli autori che hanno fondato la corrente cui qui facciamo riferimento avevano infatti in comune, pur nelle loro differenze e divergenze, una decisa opposizione al suddetto dualismo, e hanno cercato di pensare l’uomo nella sua unità psicofisica (Max Scheler). È sufficiente pensare a una recente riproposizione del problema dualistico, il cosiddetto mind/body problem delle scienze cognitive, per rendersi conto della qualità del tentativo di cui si parla.

Il libro di Vallori Rasini, L’eccentrico. Filosofia della natura e antropologia in Helmuth Plessner, si colloca in questo generale contesto di rinnovato interesse, e mira a fornire una sintesi quanto più accessibile possibile delle ricerche plessneriane intorno al tema del vivente in generale, così come intorno a ciò che può dirsi, nell’ambito della vita, lo specifico di homo sapiens.

Il libro è insomma, come da sottotitolo, una ricognizione della filosofia della natura e dell’antropologia di Plessner. Sia chiaro, dunque, non si tratta di una sintesi complessiva del pensiero plessneriano: rimangono sostanzialmente esclusi dal volume gli aspetti relativi alla teoria dell’espressività, le indagini sul riso e il pianto, gli studi sul concetto di ruolo, nonché le ricerche di antropologia politica propriamente detta. Ma la fisionomia della filosofia di Plessner emerge in queste pagine nell’aspetto logicamente più primitivo, ovvero nella forma dei presupposti che tengono insieme l’impalcatura successiva della sua teoria dell’uomo. Tali presupposti sono condensati in un aggettivo che Rasini pone subito nel titolo e la cui tematizzazione ha comportato per il filosofo tedesco una lunga operazione di chiarificazione delle categorie del vivente: l’uomo, considerato nella sua unità psicofisica, è l’essere eccentrico. In queste pagine l’autrice chiarisce il percorso che ha portato Plessner a questo risultato teorico, nonché il senso precipuo di una simile “eccentricità”, le sue conseguenze vitali per la nostra specie.  

Per arrivare a qualificare lo specifico della condizione in cui si trova naturalmente il sapiens, Plessner inizia il suo percorso cercando di definire il vivente in generale. L’antropologia, così come la visione della storia, affondano le radici nella filosofia della natura. È questa filosofia a essere oggetto del libro di Rasini, e il suo referente principale è perciò l’opera plessneriana del 1928, I gradi dell’organico e l’uomo. Cos’è dunque a distinguere, innanzitutto, il vivente dalla materia inanimata?

Iniziamo col dire che noi percepiamo le cose del mondo secondo una duplicità di aspetto (Doppelaspektivität): nell’oggetto noi vediamo un insieme di proprietà e contemporaneamente le distinguiamo dall’oggetto in quanto tale, dal “centro” cui ineriscono le proprietà. Per la nostra percezione del vivente in quanto fenomeno, vale esattamente la stessa cosa, ma con la variabile importante che la duplicità di aspetto pare inerire a quest’ultimo in quanto sua proprietà essenziale, suo carattere costitutivo. Il vivente non semplicemente gode di una duplicità di aspetto, bensì vive di essa, e sta in rapporto con essa in quanto totalità (Ganzheit; pp. 43-51). Vivere della duplicità di aspetto comporta il vivere di una certa relazione con il proprio interno e il proprio esterno, e, come dice Plessner, non semplicemente avere un limite fisico, ma realizzare il proprio limite. È il modo in cui un vivente realizza il proprio limite a costituire la base per la distinzione delle forme organiche: la forma aperta e la forma chiusa. La prima è propria della pianta, che non vive nettamente separata dall’ambiente esterno; la seconda è propria degli animali e ovviamente dell’uomo, che invece rappresentano un elemento costitutivo e parzialmente autonomo del ciclo vitale (pp. 81-85).

È a questo punto che assume tutta la sua importanza, nell’analisi di Plessner, il concetto di “posizionalità” (Positionalität). Il filosofo la definisce come una posizione autonoma del vivente rispetto all’ambiente, cosa che manca alla materia inanimata e che la forma organica aperta possiede in grado infimo (p. 22).

Il vivente di forma chiusa acquisisce invece un’indipendenza posizionale, nel senso che assume una posizione particolare rispetto ai propri limiti articolando attivamente esterno e interno. Esso è «“in sé” come corpo oggettivo (Körper), come sistema di parti e nucleo, e “fuori di sé” come corporalità gestita (Leib)», ed è con ciò il centro posizionale che media tra queste due sfere della corporalità (p. 85).

La posizionalità propria di una forma organica chiusa è detta da Plessner “centrica”. Posto al centro del proprio essere, l’animale si rapporta con il suo fuori in maniera stabile e poco problematica. Le cose stanno diversamente per l’essere umano, la cui posizionalità è propriamente eccentrica. Questo grado del principio posizionale non ricongiunge i lati del dentro e del fuori, ma provoca una frattura. L’uomo vive contemporaneamente al di qua e al di là di questa frattura, l’uomo è questa frattura (p. 98).

In altre parole, e prendendoci una certa libertà, potremmo dire che l’uomo è costitutivamente scisso in un Io-soggetto e in un Io-oggetto – situazione impostagli dall’autoriflessione dell’Io su di sé. Si tratta di una riformulazione in chiave antropologica di una impossibilità intellettuale che già aveva evidenziato Kant: laddove l’Io penso prova a pensarsi non si trova mai, perché ciò che trova è sempre un che di pensato. Ma se questo porta Kant a sancire l’unità trascendentale dell’appercezione, l’approccio di Plessner lo conduce a tematizzare, attraverso il principio posizionale, un Io a priori che altro non è se non un’insanabile frattura tra l’Io come soggetto e l’Io come oggetto (p. 97).

L’eccentricità dell’uomo è costitutiva, irrimediabile. È da essa che Plessner fa derivare le tre “leggi antropologiche” che colloca alla fine dell’opera, e di cui Rasini dà conto nel capitolo VII. L’essere umano è un essere “naturalmente artificiale”, che vive in una condizione di “immediatezza mediata” con il reale e con se stesso, situandosi perennemente in una “localizzazione utopica” (sempre dentro e al contempo fuori di sé, sempre in un qui e contemporaneamente sempre in un altrove). È questa particolare ambivalenza, impossibile da ricomporre, che fa dei sapiens degli animali senza pace e costitutivamente sradicati (p. 115). Al contempo, è sempre questa eccentricità ad aprire loro, accanto all’esperienza del mondo interno e del mondo esterno, il “mondo comune” (Mitwelt). Se la Mitwelt è una sfera relazionale ancora vaga e storicamente impregiudicata, è certamente essa che pone le condizioni di possibilità per il darsi di una assai più definita sfera pubblica intessuta di ruoli sociali (pp. 99-101). Potremmo dire che la precisazione storica della generica Mitwelt è la nostra unica chance di radicamento, di appaesamento. Ma si tratta sempre di un radicamento provvisorio; di una gestione dell’eccentricità, non di una sua messa a tacere.

È qui che la biologia del sapiens si apre a ciò che ha statuto squisitamente artificiale. Infatti, se l’appartenenza dell’uomo alle tre dimensioni del mondo interno, esterno e comune e però mai a nessuna di esse in modo esclusivo lo rende un essere sradicato, un senza patria, questa stessa eccentricità fa sì che la nostra sia una specie storica. (p. 23, pp. 114-115). Siamo con ciò messi di fronte a uno dei più importanti lasciti teorici plessneriani, a uno dei più perspicui tentativi di armonizzare le scienze della natura con quelle che venivano chiamate scienze dello spirito, e che oggi potremmo chiamare senz’altro scienze umane.

“Eccentrico” è il nome di un essere biologicamente storico.

Marco Valisano

S&F_n. 23_2020

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