{"id":1907,"date":"2026-01-26T13:31:13","date_gmt":"2026-01-26T12:31:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scienzaefilosofia.com\/new\/?p=1907"},"modified":"2026-01-27T08:26:07","modified_gmt":"2026-01-27T07:26:07","slug":"tra-intelligenza-naturale-e-intelligenza-artificiale-per-una-ridefinizione-del-concetto-di-intelligenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scienzaefilosofia.com\/new\/2026\/01\/26\/tra-intelligenza-naturale-e-intelligenza-artificiale-per-una-ridefinizione-del-concetto-di-intelligenza\/","title":{"rendered":"TRA INTELLIGENZA NATURALE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Per una ridefinizione del concetto di intelligenza"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">1. <em>Introduzione<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dietro l\u2019apparente ovviet\u00e0 del concetto di <em>intelligenza<\/em> vi \u00e8 una storia tutt\u2019altro che lineare: un percorso lungo e complesso che subisce non poche mutazioni, evidenziando, all\u2019interno di varie prospettive teoriche, sfumature e aspetti talvolta difficilmente conciliabili<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalle prime speculazioni dei Greci al pensiero moderno, fino alle riflessioni del Novecento, ogni epoca ha costruito la propria immagine dell\u2019<em>intelligenza<\/em>, legandola ora al divino, ora alla ragione, ora all\u2019esperienza. Non \u00e8 un caso che filosofi, scienziati e teologi abbiano oscillato, lungo i secoli, tra visioni estremamente eterogenee: da facolt\u00e0 spirituale a capacit\u00e0 di calcolo, da forma di adattamento a espressione della volont\u00e0 di potenza<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Parlare di intelligenza significa, infatti, interrogarsi non solo sulle capacit\u00e0 cognitive dell\u2019essere umano, ma anche su ci\u00f2 che si intende per conoscenza, razionalit\u00e0, coscienza. Concetti intrecciati che nel corso degli anni, come vedremo, si sono trasformati radicalmente e insieme ad essi, anche la nostra concezione dell\u2019uomo e del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019obiettivo di questo contributo \u00e8 mostrare come la nozione di intelligenza sia stata pi\u00f9 volte ricostruita e ridefinita nel corso della storia del pensiero. Questo vuole essere fatto mettendo da parte l\u2019utopica impresa di poter attraversare l\u2019intera storia della filosofia, concentrandosi piuttosto su alcuni passaggi chiave che hanno progressivamente ridefinito lo statuto dell\u2019<em>intelligenza. <\/em>La selezione di tali passaggi risponde a un criterio genealogico: vengono presi in esame quei momenti teorici in cui l\u2019intelligenza muta funzione, ambito o significato \u2013 da facolt\u00e0 metafisica a principio epistemologico, fino a divenire capacit\u00e0 formalizzabile \u2013 rendendo cos\u00ec pensabile, in epoca contemporanea, la sua attribuzione anche alle macchine. Da qui la domanda che attraversa queste pagine: che cosa resta \u201cproprio\u201d dell\u2019intelligenza umana quando attribuiamo intelligenza anche alle macchine?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il percorso proposto si colloca consapevolmente all\u2019interno della tradizione del pensiero filosofico occidentale. Questa scelta non intende negare la ricchezza di altre tradizioni speculative, ma risponde all\u2019esigenza di delimitare un campo di indagine coerente, in cui la nozione di intelligenza si \u00e8 storicamente articolata in rapporto ai concetti di <em>logos<\/em>, <em>ragione<\/em>, <em>soggettivit\u00e0<\/em> e <em>tecnica<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">All\u2019interno di questo quadro, l\u2019analisi si concentra specificamente sulla nozione di intelligenza umana e sulla sua progressiva estensione all\u2019ambito macchinico, tralasciando volutamente altre declinazioni del concetto \u2014 come, ad esempio, l\u2019intelligenza animale \u2014 che richiederebbero strumenti teorici e un\u2019impostazione differenti. Il percorso storico che segue non ha dunque finalit\u00e0 meramente ricostruttiva, ma mira a chiarire come la nozione di intelligenza si sia progressivamente trasformata fino a rendere pensabile, oggi, la sua attribuzione alle macchine \u2013 trasformazione che non rappresenta soltanto un passaggio ulteriore, ma una riformulazione del modo in cui comprendiamo l\u2019intelligenza e, con essa, l\u2019umano. Dal punto di vista espositivo, il contributo si articola in tre momenti: in un primo passaggio vengono richiamate alcune tappe significative della storia del concetto di intelligenza, successivamente, l\u2019attenzione si concentra sull\u2019emergere dell\u2019intelligenza artificiale come snodo teorico decisivo ed infine, nella parte conclusiva, si discutono le implicazioni di questa trasformazione per la comprensione contemporanea dell\u2019intelligenza umana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo scopo finale non \u00e8 quello di fornire una definizione univoca del concetto di <em>intelligenza,<\/em> ma ricostruirne la genealogia attraverso alcune tappe fondamentali della tradizione occidentale, mostrando come tale nozione torni oggi al centro del dibattito pubblico in relazione allo sviluppo dell\u2019Intelligenza Artificiale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">2. <em>Antichit\u00e0 greca &#8211; Dal nous alla phronesis: alle origini dell\u2019intelligenza<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella riflessione greca, l\u2019intelligenza non si identifica con la quantit\u00e0 di conoscenze possedute. Eraclito lo afferma in modo lapidario quando, al \u03bd\u03bf\u1fe6\u03c2 (<em>nous<\/em>), la profonda facolt\u00e0 di pensiero, contrappone la \u03c0\u03bf\u03bb\u03c5\u03bc\u03b1\u03b8\u03af\u03b1 (<em>polymathia<\/em>), sapienza meramente erudita: non basta possedere conoscenze. L\u2019intelligenza, suggerisce il filosofo di Efeso, \u00e8 qualcosa di diverso: la capacit\u00e0 di interpretazione, di cogliere il senso delle cose riuscendo a muoversi con destrezza nell\u2019instabilit\u00e0 del reale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abChi vuol parlare con intelligenza deve farsi forte di ci\u00f2 che \u00e8 comune a tutti\u00bb<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza prende le distanze dalla mera erudizione, \u00e8 ingegno, creativit\u00e0, giudizio e riflessione, acutezza nella previsione di conseguenze future e prudenza nelle decisioni presenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In Platone, la riflessione sull\u2019intelligenza si intreccia con la <em>Teoria delle Idee<\/em>. Nei suoi dialoghi, dal <em>Fedro<\/em> alla <em>Repubblica<\/em>, il \u03bd\u03bf\u1fe6\u03c2- l\u2019intelletto &#8211; \u00e8 la facolt\u00e0 che permette di risalire dai dati mutevoli dell\u2019opinione, dal mondo sensibile, all\u2019ordine stabile dell\u2019idea, la vera realt\u00e0<a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>: comprendere, cogliere la verit\u00e0 prendendo le distanze dall\u2019apparenza sensibile. Non basta, dunque, padroneggiare i saperi retorici o la tecnica pratica, la facolt\u00e0 dell\u2019intelligenza si rivela nella capacit\u00e0 di cogliere l\u2019essenza nascosta dietro l\u2019apparenza sensibile. L\u2019intelligenza, allora, non \u00e8 interpretata unicamente come capacit\u00e0 conoscitiva, ma come principio di orientamento esistenziale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Aristotele, pur muovendosi in continuit\u00e0 con il suo maestro, ci presenta una rielaborazione della nozione in senso pi\u00f9 analitico, distinguendo tra un intelletto passivo \u2013 <em>nous pathetik\u00f2s<\/em> &#8211; ricevitore di impressioni sensibili e intelletto attivo \u2013 <em>nous poietik\u00f2s<\/em> \u2013 che rielabora queste ultime trasformandole in concetti universali<a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>. La riflessione di Aristotele attribuisce un ruolo decisivo all\u2019esperienza sensibile nel processo conoscitivo, anticipando per certi aspetti \u2013 pur in un quadro concettuale del tutto diverso &#8211; alcune istanze che verranno tematizzate solo molto pi\u00f9 tardi dal dibattito empirista moderno: la conoscenza intellettuale non pu\u00f2, infatti, prescindere dai dati sensibili. L\u2019intelletto si presenta come <em>tabula rasa<\/em>, una potenza recettiva che non contiene contenuti gi\u00e0 formati, ma pu\u00f2 diventarlo attuando le forme universali attraverso il processo di astrazione a partire dall\u2019esperienza sensibile. Secondo l\u2019analisi del filosofo, il processo conoscitivo \u00e8, dunque, la messa in atto della potenzialit\u00e0<a href=\"#_ftn6\" id=\"_ftnref6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La necessit\u00e0 di una distinzione tra intelletto passivo e attivo nasce dal fatto che, per quante cose l\u2019intelletto riesca a cogliere nell\u2019attuazione della potenzialit\u00e0, la comprensione dell\u2019oggetto mantiene una frazione potenziale. L\u2019oggetto \u00e8 intellegibile in potenza, ma l\u2019intelletto passivo, se isolato, resta anch\u2019esso in potenza: occorre quindi il passaggio all\u2019attualit\u00e0, reso possibile dall\u2019intelletto attivo, che rende effettiva la comprensione dell\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con Aristotele l\u2019intelligenza si presenta dunque come un dinamismo, dall\u2019esperienza sensibile all\u2019astrazione universale, dalla potenza all\u2019atto, un processo in cui si rende possibile l\u2019attuazione della conoscenza. \u00c8 in questa tensione tra conoscenza teorica e saggezza pratica che si compie la sua funzione pi\u00f9 autentica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questa traiettoria che muove da Eraclito ad Aristotele emerge chiaramente come l\u2019intelligenza, per i Greci, non sia riducibile a un sapere statico o ad un possesso quantitativo di nozioni. Essa \u00e8, piuttosto, la facolt\u00e0 che permette di dare ordine all\u2019esperienza, di risalire all\u2019essenza delle cose e al tempo stesso di orientarsi nell\u2019azione. Tra il \u03bd\u03bf\u1fe6\u03c2 contemplativo e la <em>\u03c6\u03c1\u03cc\u03bd\u03b7\u03c3\u03b9\u03c2<\/em>pratica, l\u2019intelligenza si configura come ci\u00f2 che consente all\u2019uomo di cogliere il senso del reale e di agire responsabilmente in esso. Una concezione che non vede mai separati del tutto teoria e prassi<a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">3. <em>Medioevo &#8211; Tra l\u2019uomo e Dio: L\u2019intelligenza come dono divino&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se per i Greci l\u2019intelligenza era legata alla capacit\u00e0 di cogliere l\u2019ordine del mondo e di risalire dall\u2019esperienza sensibile ai principi universali, i pensatori medievali vi leggono soprattutto un riflesso della relazione tra uomo e Dio. Con il Medioevo il concetto di intelligenza viene rielaborato in un quadro nuovo, dominato <em>dall\u2019orizzonte<\/em> <em>teologico<\/em>: non \u00e8 pi\u00f9 soltanto facolt\u00e0 naturale, ma si presenta come luogo in cui si manifesta la luce divina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Agostino, tra i primi a tematizzare con forza questo aspetto, colloca la conoscenza e l\u2019intelligenza entro un orizzonte segnato dal rapporto con Dio<a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>. L\u2019anima umana, afferma il filosofo, \u00e8 incapace di giungere alla verit\u00e0 esclusivamente con le proprie forze: i sensi e la ragione sono strumenti utili ma insufficienti. Vi \u00e8 il bisogno di una \u201cilluminazione\u201d proveniente da Dio, principio eterno di ogni conoscenza, senza la quale la mente rimarrebbe in balia dell\u2019opinione mutevole<a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>. Non basta, dunque, che l\u2019intelletto umano raccolga e ordini i dati sensibili: la certezza della verit\u00e0 nasce dal fatto che la mente partecipa di una luce superiore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Possono forse queste verit\u00e0 venir meno, anche se scomparissero quelli che ragionano, e andassero a languire nell\u2019inferno degli uomini carnali? No, perch\u00e9 non \u00e8 il ragionare che crea la verit\u00e0, esso solo la scopre: la verit\u00e0 quindi esiste in s\u00e9 anche prima che sia scoperta, ed una volta scoperta essa ci rinnova<a href=\"#_ftn10\" id=\"_ftnref10\"><sup>[10]<\/sup><\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intelligenza diventa cos\u00ec non solo facolt\u00e0 di comprensione, ma anche apertura trascendente, testimonianza della presenza divina nell\u2019uomo. In questo senso, conoscere equivale a riconoscere Dio come fonte della verit\u00e0. Vi \u00e8 un primato dell\u2019interiorit\u00e0. La conoscenza non proviene dall\u2019esterno, nella mera accumulazione di nozioni, ma dall\u2019interno dell\u2019anima stessa, nella quale si rivela la presenza di Dio: \u00ab<em>Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn11\" id=\"_ftnref11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La connessione tra fede e ragione \u00e8, in questo quadro, inscindibile. Agostino non le oppone, ma le vede come complementari: la fede \u00e8 ci\u00f2 che permette all\u2019intelligenza di elevarsi alla verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con Tommaso d\u2019Aquino la riflessione acquista maggiore sistematicit\u00e0, in dialogo diretto con l\u2019aristotelismo. Il filosofo riprende la distinzione tra <em>intelletto passivo<\/em> e <em>intelletto attivo<\/em>, ma la innesta dentro una visione cristiana. L\u2019intelletto umano, per Tommaso, \u00e8 s\u00ec <em>tabula rasa<\/em>, potenza ricettiva capace di accogliere le impressioni della realt\u00e0, ma a questa capacit\u00e0 \u2013 passiva \u2013 corrisponde anche un\u2019attivit\u00e0: l\u2019intelletto agente astrae dai dati sensibili le forme universali, rendendole pensabili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se da un lato Tommaso accoglie l\u2019impianto aristotelico, dall\u2019altro lo integra in un quadro teologico: l\u2019uomo non conosce solo grazie alle proprie forze, ma perch\u00e9 partecipa della luce divina<a href=\"#_ftn12\" id=\"_ftnref12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza non \u00e8 dunque pura autosufficienza razionale: la sua capacit\u00e0 di comprendere e giudicare \u00e8 resa possibile dalla partecipazione alla luce divina. In questo senso, la distinzione tra intelletto passivo e attivo non si attesta soltanto a un livello gnoseologico, ma si carica di una valenza teologica: l\u2019uomo conosce perch\u00e9 in lui opera un raggio della luce eterna<a href=\"#_ftn13\" id=\"_ftnref13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019originalit\u00e0 della sintesi tomista sta proprio in questa doppia prospettiva: l\u2019intelletto mantiene un radicamento nell\u2019esperienza empirica, ma orientato teleologicamente verso Dio, fine ultimo di ogni conoscenza. L\u2019intelligenza \u00e8 quindi al tempo stesso strumento conoscitivo e segno della trascendenza dell\u2019uomo. Essa ordina il reale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pertanto, il Medioevo ridefinisce l\u2019intelligenza come facolt\u00e0 che unisce ragione e fede, analisi empirica e orientamento trascendente. Questa concezione, che vede nell\u2019intelletto un dono e al tempo stesso un compito, prepara il terreno alle grandi trasformazioni dell\u2019et\u00e0 moderna, quando l\u2019uomo rivendicher\u00e0 progressivamente un ruolo pi\u00f9 autonomo della ragione rispetto alla dimensione teologica<a href=\"#_ftn14\" id=\"_ftnref14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">4. <em>Et\u00e0 moderna \u2013 Una nuova fisionomia dell\u2019intelligenza e la centralit\u00e0 del soggetto<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con l\u2019et\u00e0 moderna si compie una svolta decisiva: l\u2019intelligenza, che nel Medioevo era ancora letta entro l\u2019orizzonte della trascendenza, diventa ora la facolt\u00e0 centrale del soggetto, principio di ogni conoscenza e fondamento del sapere. Il baricentro si sposta: al centro non vi \u00e8 pi\u00f9 Dio, il pensiero si emancipa dal quadro teologico e si concentra sull\u2019uomo come essere capace di conoscere e ordinare il reale<a href=\"#_ftn15\" id=\"_ftnref15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>. Questo spostamento inaugura una nuova fiducia nella ragione, considerata il criterio universale di verit\u00e0, ma anche inediti problemi: quali sono i limiti della nostra conoscenza? \u00c8 possibile giungere a verit\u00e0 universali?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ren\u00e9 Descartes inaugura questa prospettiva ponendo al centro il \u201c<em>cogito<\/em>\u201d, da cui: <em>\u201ccogito ergo sum\u201d<\/em>. L\u2019intelligenza \u00e8 certezza originaria, evidenza indubitabile da cui si pu\u00f2 ricostruire l\u2019intero edificio della conoscenza<a href=\"#_ftn16\" id=\"_ftnref16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>. Essa non dipende da illuminazioni divine, ma dalla trasparenza del pensiero a se stesso. Per Cartesio, conoscere significa individuare con chiarezza e distinzione ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere messo in dubbio<a href=\"#_ftn17\" id=\"_ftnref17\"><sup>[17]<\/sup><\/a>. In questo senso, l\u2019intelligenza assume i tratti di una <em>facolt\u00e0 metodica<\/em>: deve analizzare, scomporre, dedurre, ricostruire con la precisione del calcolo. Dio non scompare, ma cambia ruolo: non pi\u00f9 la luce interiore che illumina, come in Agostino, bens\u00ec il garante della verit\u00e0 del pensiero, colui che assicura che l\u2019uomo non venga ingannato nelle sue <em>cogitationes<\/em>, se condotte attraverso un metodo scientifico. La ragione cartesiana inaugura l\u2019idea moderna di un\u2019intelligenza capace di autosufficienza, fondata sulla chiarezza logica e sull\u2019ordine geometrico<a href=\"#_ftn18\" id=\"_ftnref18\"><sup>[18]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questa visione razionalista si oppone, quasi in parallelo, la tradizione empirista<a href=\"#_ftn19\" id=\"_ftnref19\"><sup>[19]<\/sup><\/a>. John Locke, nel <em>Saggio sull\u2019intelletto umano <\/em>(1690) descrive la mente umana come una <em>tabula rasa<\/em>, priva di idee innate: tutto ci\u00f2 che l\u2019uomo conosce deriva dall\u2019esperienza: \u00ab<em>All ideas come from sensation or reflection<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn20\" id=\"_ftnref20\"><sup>[20]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza, in questo quadro, si manifesta nella capacit\u00e0 di combinare, confrontare e generalizzare le idee che provengono dalle impressioni sensibili. Non vi \u00e8 conoscenza che non tragga origine dai sensi, n\u00e9 verit\u00e0 che preceda l\u2019esperienza<a href=\"#_ftn21\" id=\"_ftnref21\"><sup>[21]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">David Hume, nel <em>Trattato sulla natura umana <\/em>(1739-1740), radicalizza questa prospettiva: tutte le idee derivano dalle impressioni sensibili, che costituiscono il fondamento di ogni contenuto mentale. Tuttavia, Hume distingue quelle che sono due differenti forme di conoscenza: le <em>relazioni tra idee<\/em>, il cui carattere \u00e8 necessario e non possiedono alcun tipo di dipendenza dall\u2019esperienza \u2013 la matematica, la logica- producono conoscenze certe e le <em>questioni di fatto<\/em>, che riguardano invece il mondo esterno e generano conoscenze solo probabili. Nella conoscenza del mondo, il principio di causalit\u00e0 non \u00e8 percezione immediata di una connessione reale tra causa ed effetto ma una regolarit\u00e0 osservata ripetutamente che genera nella mente un\u2019aspettativa stabile<a href=\"#_ftn22\" id=\"_ftnref22\"><sup>[22]<\/sup><\/a>. Per questo motivo l\u2019intelligenza, per Hume, non coglie necessit\u00e0 oggettive, ma associazioni di percezioni, organizzate dall\u2019abitudine<a href=\"#_ftn23\" id=\"_ftnref23\"><sup>[23]<\/sup><\/a>. In questo scenario, l\u2019intelligenza non coglie necessit\u00e0 nel reale ma tende a proiettare la necessit\u00e0 sulla base dell\u2019esperienza accumulata. Tuttavia, essa pu\u00f2 accedere a verit\u00e0 necessarie nel dominio delle <em>relazioni tra idee<\/em> (come 2+2=4) che sono indipendenti dall\u2019esperienza sensibile e si fondano sul solo pensiero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di qui il suo scetticismo: l\u2019intelletto umano pu\u00f2 produrre certezze assolute solo nelle verit\u00e0 logico-matematiche, mentre nelle conoscenze che riguardano il mondo resta inevitabilmente legato alla contingenza e alla mutevolezza dell\u2019esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La tensione tra razionalismo e empirismo trova la sua sintesi critica in Immanuel Kant. Con <em>La Critica della ragion pura<\/em>, Kant mostra come l\u2019intelligenza non sia n\u00e9 puro contenitore passivo (come negli empiristi), n\u00e9 pura attivit\u00e0 deduttiva indipendente dall\u2019esperienza (come nei razionalisti). L\u2019uomo conosce grazie a una struttura duplice: da un lato i dati sensibili, dall\u2019altro le forme e categorie a priori dell\u2019intelletto che organizzano quei dati. Lo spazio e il tempo, la causalit\u00e0, la sostanza, non sono semplici derivazioni dall\u2019esperienza, ma condizioni trascendentali che rendono possibile ogni esperienza<a href=\"#_ftn24\" id=\"_ftnref24\"><sup>[24]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza, dunque, non si limita a registrare il reale, ma <em>lo costituisce come fenomeno conoscibile<a href=\"#_ftn25\" id=\"_ftnref25\"><sup><strong><sup>[25]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em>. Tuttavia, Kant impone un limite netto: il <em>noumeno<\/em>, la \u201ccosa in s\u00e9\u201d, resta inconoscibile<a href=\"#_ftn26\" id=\"_ftnref26\"><sup>[26]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza<a href=\"#_ftn27\" id=\"_ftnref27\"><sup>[27]<\/sup><\/a> \u00e8 potente, ma confinata al mondo fenomenico. Accanto alla ragione teoretica, Kant sviluppa anche <em>la ragione pratica<\/em>, componente fondamentale per tracciare un altro segmento della traiettoria che stiamo provando a comporre: mostra come l\u2019intelligenza non si esaurisca nella conoscenza, ma si esprima anche nell\u2019autonomia morale. La capacit\u00e0 di darsi da s\u00e9 la legge, indipendentemente da condizionamenti esterni. In questo senso, l\u2019intelligenza diventa anche <em>libert\u00e0<\/em>, capacit\u00e0 di orientarsi non solo nel sapere, ma nell\u2019agire<a href=\"#_ftn28\" id=\"_ftnref28\"><sup>[28]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La parabola moderna, da Cartesio a Kant, segna dunque un passaggio radicale: l\u2019intelligenza non \u00e8 pi\u00f9 dono divino o riflesso di un Ente trascendente, ma facolt\u00e0 autonoma del soggetto, misura e condizione del sapere. Se da un lato \u00e8 certezza matematica, dall\u2019altro diventa funzione empirica legata all\u2019esperienza, rivelandosi infine come struttura trascendentale che ordina i fenomeni. \u00c8 il soggetto a trovarsi al centro: l\u2019intelligenza non dipende pi\u00f9 da ci\u00f2 che \u00e8 oltre l\u2019uomo, ma diventa il criterio stesso con cui l\u2019uomo si rapporta alla realt\u00e0. Questa trasformazione segna una svolta decisiva anche per ci\u00f2 che accadr\u00e0 nei secoli successivi<a href=\"#_ftn29\" id=\"_ftnref29\"><sup>[29]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019accento moderno sull\u2019autonomia della ragione, sulla possibilit\u00e0 di analizzare, scomporre e ricostruire i processi del pensiero secondo metodi rigorosi, prepara infatti il terreno per una futura estensione della nozione di intelligenza oltre l\u2019umano. \u00c8 proprio questo progressivo \u201ctecnicizzarsi\u201d della razionalit\u00e0 \u2014 sempre pi\u00f9 descritta in termini di procedure, operazioni formali, regole di calcolo e strutture logiche \u2014 a rendere concepibile, nel Novecento, l\u2019idea che alcuni aspetti dell\u2019attivit\u00e0 mentale possano essere simulati, automatizzati o persino attribuiti a macchine.<br>La modernit\u00e0, pur senza prevederlo, apre cos\u00ec lo spazio teorico che permetter\u00e0 di parlare, a distanza di pochi secoli, addirittura di <em>intelligenza delle macchine<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">5. <em>Contemporaneit\u00e0 \u2013 Un cambio di traiettoria: da Nietzsche all\u2019avvento dell\u2019AI<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con l\u2019et\u00e0 contemporanea, il concetto di intelligenza smette di avere i contorni relativamente unitari che lo avevano caratterizzato in passato, si frammenta, perde compattezza: se nell\u2019antichit\u00e0 e nel Medioevo era ancorato a un orizzonte metafisico (l\u2019ordine del cosmo, la luce divina) e nell\u2019et\u00e0 moderna al soggetto conoscente, nel Novecento esso si frantuma in una pluralit\u00e0 di interpretazioni, spesso divergenti<a href=\"#_ftn30\" id=\"_ftnref30\"><sup>[30]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza diventa un campo problematico, non pi\u00f9 riconducibile a una definizione univoca, ma piuttosto una costellazione di esperienze e facolt\u00e0 che rimandano a visioni dell\u2019uomo differenti e talvolta incompatibili<a href=\"#_ftn31\" id=\"_ftnref31\"><sup>[31]<\/sup><\/a>. Nietzsche, Bergson, Freud, Heidegger e le scienze cognitive non solo diversificano i modi di pensare l\u2019intelligenza, ma introducono criteri nuovi: vita, corpo, volont\u00e0, inconscio, esperienza pre-teorica. In questo caleidoscopio intellettuale, l\u2019intelligenza smette di essere facolt\u00e0 unica, per diventare insieme funzione, abilit\u00e0, disposizione, esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nietzsche, in questo senso, \u00e8 un autore di soglia. Con la sua critica alla metafisica e al primato della ragione, egli decostruisce l\u2019idea tradizionale di un <em>intelletto come facolt\u00e0 neutrale e disinteressata<\/em>. Gi\u00e0 in <em>Su verit\u00e0 e menzogna in senso extra morale<a href=\"#_ftn32\" id=\"_ftnref32\"><sup><strong><sup>[32]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em>, l\u2019intelletto \u00e8 descritto come un dispositivo eminentemente utilitario, un espediente della vita per la conservazione dell\u2019individuo:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intelletto, come mezzo per conservare l\u2019individuo, spiega le sue forze principali nella finzione. Questa infatti \u00e8 il mezzo con cui gli individui pi\u00f9 deboli e meno robusti si conservano, in quanto a essi \u00e8 preclusa una lotta per l\u2019esistenza da condursi con le corna o con gli aspri morsi degli animali feroci. Nell\u2019uomo quest\u2019arte della finzione raggiunge il suo culmine: qui l\u2019illudere, l\u2019adulare, il mentire e l\u2019ingannare, il parlare male di qualcuno in sua assenza, il rappresentare, il vivere in uno splendore preso a prestito, il mascherarsi, le convenzioni che nascondono, il far la commedia dinanzi agli altri e a se stessi, in breve il continuo svolazzare attorno alla fiamma della vanit\u00e0 costituisce a tal punto la regola e la legge, che nulla, si pu\u00f2 dire, \u00e8 pi\u00f9 incomprensibile del fatto che fra gli uomini possa sorgere un impulso onesto e puro verso la verit\u00e0.<a href=\"#_ftn33\" id=\"_ftnref33\"><sup>[33]<\/sup><\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intelletto non cerca la verit\u00e0 per amore della verit\u00e0, ma \u00e8 un\u2019arma della vita<a href=\"#_ftn34\" id=\"_ftnref34\"><sup>[34]<\/sup><\/a>, l\u2019uomo vive tra illusioni e mantiene l\u2019abitudine alla menzogna secondo una convenzione solidificata<a href=\"#_ftn35\" id=\"_ftnref35\"><sup>[35]<\/sup><\/a>, uno strumento quindi, di conservazione e di potere. L\u2019intelligenza non \u00e8 luogo della trasparenza e della chiarezza, ma un dispositivo di mascheramento<a href=\"#_ftn36\" id=\"_ftnref36\"><sup>[36]<\/sup><\/a>, della costruzione simbolica, una funzione subordinata alle esigenze vitali: non accede alla verit\u00e0 ma la produce come funzione vitale.&nbsp;&nbsp;&nbsp; La ragione, lungi dall\u2019essere autonoma, \u00e8 effetto di forze pi\u00f9 profonde.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che chiamiamo <em>razionale<\/em> \u00e8 solo una forma stabilizzata della volont\u00e0 di potenza<a href=\"#_ftn37\" id=\"_ftnref37\"><sup>[37]<\/sup><\/a>: <em>\u00abdietro il mondo delle valutazioni morali stanno le forze istintive [\u2026] la ragione non fa che dare una forma a ci\u00f2 che l\u2019istinto ha gi\u00e0 deciso.\u00bb<a href=\"#_ftn38\" id=\"_ftnref38\"><sup><strong><sup>[38]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a> <\/em>Se questo \u00e8 vero, allora parlare di un intelletto \u201cpuro\u201d, orientato alla verit\u00e0, non \u00e8 che un residuo dell\u2019idealismo platonico e cartesiano: la ragione \u00e8 \u00ab<em>interpretazione<\/em>\u00bb, mai accesso immediato al reale, la ragione non \u00e8 che un epifenomeno della volont\u00e0 di potenza, parlare di \u201cintelligenza\u201d come facolt\u00e0 pura diventa illusorio<a href=\"#_ftn39\" id=\"_ftnref39\"><sup>[39]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pochi decenni pi\u00f9 tardi, Henri Bergson propone una rilettura ancora diversa, lontana tanto dal razionalismo moderno quanto dalla crisi novecentesca prefigurata da Nietzsche. Per Bergson, l\u2019intelligenza non \u00e8 la facolt\u00e0 regina dell\u2019uomo, ma un prodotto dell\u2019evoluzione, una funzione eminentemente pratica che si sviluppa per adattare l\u2019organismo al mondo materiale: nasce come facolt\u00e0 adattativa, orientata alla manipolazione del mondo materiale<a href=\"#_ftn40\" id=\"_ftnref40\"><sup>[40]<\/sup><\/a>. Nel suo testo <em>L\u2019evoluzione creatrice<\/em>, egli afferma che l\u2019intelligenza \u00e8 <em>la facolt\u00e0 di fabbricare e utilizzare strumenti<a href=\"#_ftn41\" id=\"_ftnref41\"><sup><strong><sup>[41]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em>, nasce dunque con la materia e per la materia, come capacit\u00e0 di costruire, manipolare, prevedere. Il modo proprio dell\u2019intelligenza \u00e8 l\u2019analisi<a href=\"#_ftn42\" id=\"_ftnref42\"><sup>[42]<\/sup><\/a>: si impongono forme astratte a un reale che invece \u00e8 continuo<a href=\"#_ftn43\" id=\"_ftnref43\"><sup>[43]<\/sup><\/a>. La ragione analitica sa scomporre, misurare, organizzare, ma non sa cogliere lo slancio vitale che caratterizza la vita nella sua essenza. La vita, dice Bergson, non \u00e8 una somma di stati, ma un flusso ininterrotto, una durata che non pu\u00f2 essere fissata senza essere deformata<a href=\"#_ftn44\" id=\"_ftnref44\"><sup>[44]<\/sup><\/a>. Da qui la distinzione dell\u2019<em>intelligenza<\/em> dall\u2019<em>intuizione<\/em>: solo quest\u2019ultima permette di afferrare dall\u2019interno la continuit\u00e0 indivisibile del reale, ci\u00f2 che sfugge ai concetti rigidi della ragione. Non \u00e8 un sentimento indistinto n\u00e9 anti-razionalismo, ma un metodo complementare all\u2019intelligenza: se l\u2019intelligenza immobilizza il reale per poterlo rappresentare, l\u2019intuizione la segue nel suo movimento<a href=\"#_ftn45\" id=\"_ftnref45\"><sup>[45]<\/sup><\/a>. In questo quadro, l\u2019intelligenza appare insieme potente e limitata: strumento indispensabile per la scienza e la tecnica, ma incapace di abbracciare la totalit\u00e0 dell\u2019esperienza. Quanto tenta di comprendere la vita nei suoi processi interni finisce per irrigidirla in concetti che la tradiscono, la vita non \u00e8 calcolabile come un meccanismo n\u00e9 classificabile come un insieme chiuso di funzioni: \u00e8 <em>slancio vitale<\/em>, cio\u00e8 movimento creativo, imprevedibile e irreversibile. Bergson non svaluta l\u2019intelligenza, la ridimensiona. Ne riconosce la forza, ma anche la parzialit\u00e0: \u00e8 prodotto di un\u2019evoluzione che ha selezionato le facolt\u00e0 utili alla sopravvivenza<a href=\"#_ftn46\" id=\"_ftnref46\"><sup>[46]<\/sup><\/a>. Per accedere alla dimensione propria della vita \u00e8 necessario un altro modo di conoscere, che non scomponga ma accompagni il flusso della durata. In questo senso, la filosofia bergsoniana contribuisce alla frantumazione novecentesca dell\u2019idea unitaria di intelligenza: la riduce a una funzione tra le altre, indispensabile sul piano pratico ma insufficiente a cogliere la complessit\u00e0 dell\u2019esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche Heidegger, pur con un lessico e un orizzonte di riferimento diversi, mette in crisi l\u2019idea di intelligenza come mera facolt\u00e0 cognitiva \u2013 in continuit\u00e0 con quella frattura gi\u00e0 aperta da Freud sulla centralit\u00e0 della coscienza. Con la nascita della psicoanalisi, infatti, la struttura della soggettivit\u00e0 viene profondamente ridimensionata: non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019io razionale a governare l\u2019esperienza, ma l\u2019inconscio, \u00ab<em>una realt\u00e0 psichica che ci \u00e8 ignota e che tuttavia determina il pensiero e il nostro agire\u00bb<\/em><a href=\"#_ftn47\" id=\"_ftnref47\"><sup>[47]<\/sup><\/a>. In questo senso, Freud incrina l\u2019idea moderna di una intelligenza padrona di s\u00e9, autonoma, trasparente, mettendo in luce forze non razionalizzabili che condizionano ogni atto conoscitivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel percorso heideggeriano, il colpo alla centralit\u00e0 della ragione \u00e8 ancora pi\u00f9 radicale e sistematico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019uomo<a href=\"#_ftn48\" id=\"_ftnref48\"><sup>[48]<\/sup><\/a> non \u00e8 innanzitutto un essere che conosce, ma un <em>Dasein, <\/em>un <em>esser-ci<\/em> gettato nel mondo che comprende non attraverso concetti astratti, ma tramite il suo essere-nel-mondo. In <em>Essere e Tempo<\/em>, egli afferma che la comprensione non \u00e8 un modo particolare del conoscere: essa costituisce l\u2019essere dell\u2019esserci. Ci\u00f2 significa che la comprensione, lontana dall\u2019essere un atto cognitivo, \u00e8 una struttura ontologica: l\u2019uomo comprende il mondo perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 coinvolto in esso, esiste come essere-nel-mondo<a href=\"#_ftn49\" id=\"_ftnref49\"><sup>[49]<\/sup><\/a>. L\u2019intelligenza, in questo senso, \u00e8 legata a una comprensione pre-teorica, esistenziale, che precede ogni atto logico. La conoscenza teorica<a href=\"#_ftn50\" id=\"_ftnref50\"><sup>[50]<\/sup><\/a> \u00e8 solo una delle possibili \u00ab<em>cura\u00bb<a href=\"#_ftn51\" id=\"_ftnref51\"><sup><strong><sup>[51]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em> attraverso cui il <em>Dasein<\/em> si rapporta al mondo. Heidegger lo dice esplicitamente: il conoscere \u00e8 una \u00abmodalit\u00e0 derivata dell\u2019essere-nel-mondo\u00bb, non il suo fondamento. La relazione originaria<a href=\"#_ftn52\" id=\"_ftnref52\"><sup>[52]<\/sup><\/a> con il reale non \u00e8 concettuale, ma pratica-esistenziale: \u00e8 fatta di coinvolgimento, familiarit\u00e0, disposizione affettiva. In tale quadro, la concezione dell&#8217;intelligenza come facolt\u00e0 logico rappresentativa viene meno: la determinazione dell&#8217;uomo in quanto <em>zoon logon echon<\/em>, cio\u00e8 dell&#8217;uomo in quanto &#8216;animale dotato di pensiero&#8217; viene meno; in Heidegger, \u00e8 piuttosto la parola a disporre dell&#8217;uomo, mentre questo \u00e8 tenuto a parteciparvi in quanto partecipa dell&#8217;essere, soprattutto di ci\u00f2 che nel linguaggio \u00e8 taciuto. Heidegger scrive:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il linguaggio non \u00e8 meramente linguaggio, giacch\u00e9 noi ci rappresentiamo il linguaggio, nel migliore dei casi, come unit\u00e0 di forma fonetica (segno scritto), melodia, ritmo e significato (senso). Noi pensiamo la forma fonetica e il segno scritto come il corpo della parola, la melodia e il ritmo come l\u2019anima, e la significativit\u00e0 come lo spirito del linguaggio. Siamo soliti pensare il linguaggio in corrispondenza all\u2019essenza dell\u2019uomo inteso come animal rationale, cio\u00e8 come unit\u00e0 di corpo, anima e spirito<a href=\"#_ftn53\" id=\"_ftnref53\"><sup>[53]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando, invece, questa andrebbe pensata a partire dall&#8217;accadere dell&#8217;evento (Ereignis) dell&#8217;essere, pur nel modo storico-epocale della sottrazione. Dunque, la questione del linguaggio&nbsp;coinvolge l&#8217;uomo in quanto egli, muovendosi in una comprensione, &#8211; pur &#8211; vaga dell&#8217;essere, \u00e8 tale da potersi disporre nel luogo preposto ad accogliere l&#8217;evento, corrispondente nell&#8217;epoca della tecnica (Gestell) all&#8217;oblio, e dunque <em>all&#8217;ascolto di ci\u00f2 che nel linguaggio \u00e8 taciuto<\/em>. Non \u00e8, per ci\u00f2 che concerne la macro-categoria <em>intelligenza<\/em>, l&#8217;intelletto a fondare l&#8217;essere, ma \u00e8 l&#8217;essere che rende possibile che si dia un qualche tipo di comprensione, non gi\u00e0 perch\u00e9, in Heidegger, esso si proponga ad assurgere il ruolo di \u201cfondante\u201d, essendo in s\u00e9 stesso definito in termini di \u201cassenza di fondamento\u201d (Ab-grund), quanto, perch\u00e9 esso si configura come colui che deve mantenere l&#8217;aperto<a href=\"#_ftn54\" id=\"_ftnref54\"><sup>[54]<\/sup><\/a>. La concezione dell\u2019intelligenza come facolt\u00e0 logico-rappresentativa viene rovesciata. Non \u00e8 l\u2019intelletto a fondare l\u2019essere ma, \u00e8 l\u2019essere &#8211;&nbsp; la struttura di apertura del <em>Dasein<\/em> \u2013 a rendere possibile ogni uso della \u201cragione\u201d<a href=\"#_ftn55\" id=\"_ftnref55\"><sup>[55]<\/sup><\/a>. Heidegger, potremmo dire come Freud ma in modo diverso, contribuisce dunque a dissolvere la rappresentazione unitaria e stabile dell\u2019intelligenza: la coscienza non \u00e8 pi\u00f9 la sede originaria del senso, e la ragione non \u00e8 pi\u00f9 la misura del rapporto dell\u2019uomo con l\u2019essere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mentre Nietzsche, Bergson, Freud e Heidegger mettono in crisi l\u2019idea unitaria di ragione dall\u2019interno della filosofia, le scienze cognitive e la psicologia contemporanea ne operano una frammentazione funzionale, traducendola in moduli, processi e competenze.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste diverse prospettive filosofiche contribuiscono a dissolvere l\u2019idea classica di una \u201cragione una e universale\u201d. Parallelamente, le scienze umane e la psicologia del Novecento ampliano ulteriormente lo spettro.<br>La nascita della psicologia cognitiva, a partire dagli anni \u201950 e \u201960, segna un passaggio decisivo: l\u2019intelligenza viene studiata come processo, insieme di funzioni mentali \u2014 memoria, attenzione, <em>problem solving<\/em>, linguaggio \u2014 che operano in modo complesso e modulare. Nel Novecento, pur in continuit\u00e0 con una tradizione che aveva gi\u00e0 distinto internamente le facolt\u00e0 cognitive, viene meno l\u2019idea di un principio unitario capace di ricomporle in una gerarchia stabile. In questo quadro, le scienze cognitive e la psicologia contemporanea descrivono l\u2019intelligenza come un insieme di processi funzionalmente differenziati, studiati attraverso modelli sperimentali e computazionali, che mettono in relazione mente, ambiente e comportamento. Parallelamente a questa frammentazione teorica, tra la fine dell\u2019Ottocento e l\u2019inizio del Novecento si sviluppano anche i primi tentativi di misurazione standardizzata dell\u2019intelligenza, a partire dagli studi di Francis Galton. Si delinea cos\u00ec una tensione strutturale &#8211; destinata a perdurare &#8211; tra la crescente pluralizzazione delle funzioni cognitive e la loro riduzione a indicatori quantitativi unificanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo contesto emergono teorie nuove che mettono in discussione l\u2019idea di un\u2019intelligenza unica e misurabile attraverso test standardizzati; Howard Gardner<a href=\"#_ftn56\" id=\"_ftnref56\"><sup>[56]<\/sup><\/a> ad esempio, psicologo e neuro scienziato statunitense, negli anni \u201880 propone la <em>teoria delle intelligenze multiple<\/em>: linguistica, logico-matematica, spaziale, musicale, corporeo-cinestetica, interpersonale, naturalistica. Con sempre maggiore difficolt\u00e0 si parla di una sola forma di intelligenza e si riconosce, di fatto, una molteplicit\u00e0 di competenze che ogni individuo pu\u00f2 sviluppare in modo sempre diverso.<br>Daniel Goleman, dal canto suo, introduce il concetto di <em>intelligenza emotiva<a href=\"#_ftn57\" id=\"_ftnref57\"><sup><strong><sup>[57]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em> evidenziando con le sue analisi che la \u201cragione\u201d non basta pi\u00f9 a definire l\u2019intelligenza, esistono ed \u00e8 necessario considerare anche le emozioni e le relazioni sociali, componenti decisive nella strutturazione umana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">6. <em>Intelligenza Artificiale e ridefinizione dell\u2019umano<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 in questo scenario gi\u00e0 pluralizzato, nella seconda met\u00e0 del Novecento, che il concetto di intelligenza vive una trasformazione senza precedenti: per la prima volta esso viene attribuito non solo all\u2019essere umano e all\u2019organismo vivente, ma anche alla macchina. Nasce, in questo contesto, il lessico dell\u2019 \u201c<em>intelligenza artificiale<\/em>\u201d, segnando il passaggio da una riflessione filosofica millenaria dell\u2019intelligenza come facolt\u00e0 di spirito, della mente, della vita vissuta, a un\u2019analisi tecnico &#8211; formale dei comportamenti cognitivi riproducibili da sistemi computazionali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Computing Machinery and Intelligence <\/em>\u00e8 il titolo dell\u2019articolo di Alan Turing, pubblicato nel 1950 dalla rivista Mind<a href=\"#_ftn58\" id=\"_ftnref58\"><sup>[58]<\/sup><\/a> che segna, nel panorama in questione, una tappa decisiva. In apertura del testo, Turing propone di abbandonare la domanda tradizionale: &#8211; Le macchine possono pensare? -, proponendo un esperimento operativo che rielabora un gioco gi\u00e0 noto &#8211; l\u2019<em>imitation game<a href=\"#_ftn59\" id=\"_ftnref59\"><sup><strong><sup>[59]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em> &#8211; trasformandolo in un test concettuale in cui interagiscono un essere umano e una macchina: nel gioco, un interrogatore dialoga tramite tastiera con due interlocutori, uno umano e uno artificiale e deve stabilire quale dei due sia la macchina, se il giudice fallisce con sufficiente regolarit\u00e0, sostiene Turing, \u00e8 possibile attribuire alla macchina un comportamento qualificabile come \u201cintelligente\u201d. Il T<em>uring Test<\/em>, sposta l\u2019attenzione dall\u2019<em>essere<\/em> al <em>comportamento <\/em>trascinando con s\u00e9 un cambiamento radicale inevitabile: l\u2019intelligenza diventa un fenomeno verificabile attraverso il comportamento, non pi\u00f9 una propriet\u00e0 interiore o una facolt\u00e0 superiore dell\u2019anima o della specie umana, ma qualcosa che si manifesta quando un dato comportamento risulta riconoscibile come intelligente da parte di un osservatore esterno. Questo spostamento si inserisce in una pi\u00f9 ampia tradizione comportamentista, gi\u00e0 presente nella psicologia e nella filosofia del Novecento, che Turing non inaugura ma rielabora, applicandola in modo inedito alla questione delle macchine intelligenti: l\u2019intelligenza non \u00e8 pi\u00f9 definita ontologicamente ma funzionalmente, in base alle prestazioni osservabili. La scienza, l\u2019intenzionalit\u00e0 o la comprensione semantica vengono sospese, non sono pi\u00f9 considerate osservabili dall\u2019esterno e ci\u00f2 che conta non \u00e8 pi\u00f9 la mente in s\u00e9 ma quanto la macchina riesca a comportarsi come se ne possedesse una. In qualche modo, \u00e8 come se la domanda filosofica slittasse dal piano essenziale \u2013 che cos\u2019\u00e8 il pensiero? &#8211; a quello operativo \u2013 quando \u00e8 possibile riconoscere un comportamento intelligente? -. Questa impostazione diventa una delle colonne portanti dell\u2019Intelligenza Artificiale e trova una formulazione esplicita nel <em>Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence<\/em> del 1955 organizzato da John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon e Nathan Rochester<a href=\"#_ftn60\" id=\"_ftnref60\"><sup>[60]<\/sup><\/a>. Qui appare l\u2019espressione \u201cintelligenza artificiale\u201d intesa come programma di ricerca volto a simulare computazionalmente le funzioni cognitive superiori.&nbsp; Tuttavia, lo spostamento ha un costo concettuale: una macchina pu\u00f2 simulare abilmente riposte linguistiche senza necessariamente comprendere il contenuto di ci\u00f2 che afferma. In questo contesto diventa evidente in che senso l\u2019uso del termine \u201cintelligenza\u201d riferito alle macchine non prosegue linearmente la lunga tradizione filosofica che lo ha preceduto, ma ne rappresenta piuttosto una trasformazione funzionale e in parte metaforica. Per definire \u201cintelligente\u201d una macchina, infatti, Turing non richiama pi\u00f9 \u2014 come accadeva nel mondo antico \u2014 il nous inteso come facolt\u00e0 di cogliere l\u2019ordine del reale, n\u00e9 la luce divinache perAgostino e Tommaso rendeva possibile l\u2019accesso alla verit\u00e0, n\u00e9 la ragione trascendentale con cui Kant strutturava il fenomeno attraverso categorie a priori. L\u2019intelligenza artificiale, nella definizione turinghiana, non rinvia n\u00e9 a un principio ontologico n\u00e9 a una facolt\u00e0 interiore: essa viene definita esclusivamente <em>comecapacit\u00e0 di produrre comportamenti formalmente indistinguibili da quelli umani<strong>.<\/strong><\/em><a href=\"#_ftn61\" id=\"_ftnref61\"><sup>[61]<\/sup><\/a> \u00c8 precisamente questa l\u2019obiezione sviluppata, tra gli altri, dal filosofo statunitense John Searle nel celebre argomento della stanza cinese pubblicato nel 1980 sulla rivista The Behavioral and Brain Sciences nell&#8217;articolo &#8220;<em>Minds, Brains and Programs<\/em>&#8220;<a href=\"#_ftn62\" id=\"_ftnref62\"><sup>[62]<\/sup><\/a> diventando, di fatto, una dei principali oggetti di discussione sull&#8217;intelligenza artificiale degli anni Ottanta e Novanta. Searle, attraverso il suo esperimento psicologico mette in luce il limite dell\u2019approccio: un comportamento corretto pu\u00f2 essere ottenuto tramite manipolazione formale dei simboli, senza che vi sia comprensione, significato o intenzionalit\u00e0. Da ci\u00f2 egli deduce che un sistema puramente sintattico pu\u00f2 imitare il comportamento linguistico senza possedere alcuna semantica<a href=\"#_ftn63\" id=\"_ftnref63\"><sup>[63]<\/sup><\/a>, ossia senza alcuna comprensione del significato: un computer \u00e8 un motore sintattico, privo di semantica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Potremmo dire che sin dalla sua nascita, l\u2019intelligenza artificiale si colloca in tensione tra due prospettive: una comportamentista \u2013 funzionale, che identifica l\u2019intelligenza con la capacit\u00e0 di produrre prestazioni verificabili esternamente e l\u2019altra fenomenologica e semantica, che riconosce alla comprensione una dimensione interna non riducibile alla sola sintassi. Questa tensione, ancora oggi aperta, definisce uno dei campi su cui si gioca il dibattito contemporaneo: basta simulare il pensiero per parlare di intelligenza, o serve qualcosadi pi\u00f9, come coscienza, comprensione, intenzionalit\u00e0 e esperienza vissuta? In questa prospettiva, la riflessione di Luciano Floridi rappresenta un punto di svolta importante. La cosiddetta \u201c<em>Filosofia dell\u2019informazione<\/em>\u201d mostra come l\u2019IA non debba essere compresa soltanto come strumento tecnico capace di eseguire calcoli, ma come parte di un pi\u00f9 ampio ambiente informazionale che ristruttura il modo in cui gli esseri umani conoscono, decidono e agiscono<a href=\"#_ftn64\" id=\"_ftnref64\"><sup>[64]<\/sup><\/a>. Secondo Floridi, l\u2019intelligenza artificiale non sostituisce semplicemente la nostra, ma contribuisce a ridefinire l\u2019ecologia delle relazioni tra soggetti, dati e processi di elaborazione, introducendo nuove forme di responsabilit\u00e0 e nuovi rischi. In questo senso, l\u2019attenzione si sposta dall\u2019idea di \u201cmacchine intelligenti\u201d alla comprensione delle conseguenze etiche e ontologiche di vivere in un mondo sempre pi\u00f9 organizzato \u201cinformazionalmente\u201d<a href=\"#_ftn65\" id=\"_ftnref65\"><sup>[65]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qui, il dibattito filosofico \u00e8 necessario si concentri su un punto decisivo: se una macchina pu\u00f2 manifestare comportamenti che, esternamente, risultano indistinguibili da quelli umani, che cosa significa oggi \u201cintelligenza\u201d in senso umano? L\u2019IA sembra incarnare alcune delle capacit\u00e0 tradizionalmente attribuite all\u2019uomo \u2014 calcolare, riconoscere schemi, apprendere da dati \u2014 ma al tempo stesso ne mette in luce i margini, rivelando aspetti che continuano a caratterizzare l\u2019esperienza cognitiva umana e che le macchine non possiedono. Tra questi elementi si collocano la coscienza, l\u2019intenzionalit\u00e0, la capacit\u00e0 esperienziale e l\u2019incarnazione della conoscenza<a href=\"#_ftn66\" id=\"_ftnref66\"><sup>[66]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi, come rivelato anche da Lorenzo Perilli in \u201c<em>Coscienza artificiale. Come le macchine pensano e trasformano l\u2019esperienza umana\u201d <\/em>(2025), l\u2019AI ci costringe a ripensare radicalmente la questione, partendo per\u00f2 dal nostro rapporto con il mondo esterno:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019approccio algoritmico alla realt\u00e0 cambia il nostro rapporto con il mondo. Con le cose. Stiamo entrando in una nuova epoca, dalla quale non si torner\u00e0 indietro. Con l\u2019AI, oggi, non cambia solo il gioco: cambiano anche i protagonisti del gioco e i loro rapporti. Si invertono i ruoli. La AI ha una implicazione che nessuna delle svolte che hanno caratterizzato la storia dell\u2019uomo ha mai avuto: <em>rovescia il rapporto tra soggetto e oggetto<\/em>. Il soggetto diventa passivo, l\u2019oggetto diventa attivo. Il rapporto tra soggetto e oggetto non \u00e8 pi\u00f9 contrassegnato da una linea di demarcazione e da ponti che favoriscano comunicazione e interazione. Esso assume carattere ibrido, in cui i processi algoritmici devono essere considerati come azioni <em>autonome<\/em> di un oggetto che possono avere esiti tanto concreti quanto quelle dell\u2019uomo. Gli algoritmi di IA costituiscono cos\u00ec il nucleo di una nuova logica dell\u2019oggetto, che governa un agire indipendente dall\u2019uomo ma diverso da quel libero arbitrio che all\u2019uomo la filosofia e la religione hanno assegnato. Questa logica permea oggi ogni ambito della vita associata, che da essa dipende in misura sempre maggiore. Gli algoritmi, usciti dalle confortevoli pagine degli Elementi di Euclide e da quelle dell\u2019ottimo Eudosso di Cnido e fattisi strumento delle macchine digitali, possiedono una intrinseca capacit\u00e0 di azione basata su decisioni autonome prese come reazione a stimoli esterni, che li rende diversi da ogni altra invenzione dell\u2019uomo: mai, finora, ci siamo trovati di fronte a una cos\u00ec radicale ridefinizione del nostro ruolo nel mondo. Mai, finora, la domanda \u201cChe cos\u2019\u00e8 l\u2019uomo?\u201d era stata cos\u00ec profondamente sollecitata non dalla riflessione metafisica o antropologica o religiosa, n\u00e9 dalla scienza, ma dalla tecnologia.<a href=\"#_ftn67\" id=\"_ftnref67\"><sup>[67]<\/sup><\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se provassimo a sospendere il precipitoso allarmismo che spesso accompagna il dibattito sull\u2019argomento scopriremmo, forse, che l\u2019AI rappresenta l\u2019ennesimo passaggio \u2013 tra i numerosi che la storia dell\u2019umanit\u00e0 ha gi\u00e0 attraversato \u2013 in un nuovo riposizionamento dell\u2019umano nel Mondo. Come osserva Gianluca Giannini, l<em>\u2019InfoSapiens<\/em>, questo nuovo soggetto che: \u00abvive in costante simbiosi con gli ambienti digitali dall\u2019interno di scatole cinesi di parcellizzati Ecosistemi Digitali, a loro volta all\u2019interno di un sempre pi\u00f9 compiuto e inglobante Ecosistema Cognitivo e Simbolico Planetario, trasforma radicalmente il proprio modo di conoscere, decidere, ricordare, percepire e relazionarsi\u00bb<a href=\"#_ftn68\" id=\"_ftnref68\"><sup>[68]<\/sup><\/a>, non \u00e8 semplicemente un uomo che indaga e fruisce di strutture digitali, ma un vero e proprio <em>nuovo umano<\/em>. Un soggetto che sperimenta un nuovo collocamento nel mondo, e che vede, esperisce, sente e agisce all\u2019interno dell\u2019attuale Ecosistema Digitale e Cognitivo<a href=\"#_ftn69\" id=\"_ftnref69\"><sup>[69]<\/sup><\/a>. Come gi\u00e0 accennato, non \u00e8 in corso soltanto una trasformazione tecnico-informatica, ma anche \u2013 e forse soprattutto- ontologica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passaggio inaugurato dall\u2019IA, dunque, non \u00e8 soltanto tecnico ma epistemologico: l\u2019intelligenza smette di essere una facolt\u00e0 unica e stabile e diventa un concetto plurale e stratificato, situato all\u2019intersezione fra processi biologici, capacit\u00e0 computazionali e dimensioni soggettive e storiche dell\u2019esperienza. L\u2019avvento delle macchine intelligenti non invita soltanto a chiedersi che cosa esse possano fare, ma costringe anche a ripensare che cosa significhi oggi definirsi prima di tutto <em>umani<\/em> e successivamente, \u201c<em>intelligenti<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo riposizionamento apre il terreno su cui si collocano le prospettive contemporanee e lascia emergere una questione ulteriore: la possibilit\u00e0 che l\u2019intelligenza non sia pi\u00f9 definibile attraverso una sola forma o manifestazione, ma che si presenta come un campo di possibilit\u00e0 in cui, quelle che fino ad ora sono state definite come forme \u201cnaturali\u201d e forme \u201cartificiali\u201d, coesistono, si influenzano e ridefiniscono reciprocamente. \u00c8 davvero corretto parlare di <em>intelligenza<\/em> per le macchine, o si tratta di una metafora ingannevole? E, di converso, come dobbiamo ripensare l\u2019intelligenza umana di fronte a queste tecnologie? Non pi\u00f9 una facolt\u00e0 unica, ma un intreccio di competenze, abilit\u00e0, esperienze corporee ed emotive.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo senso, la traiettoria contemporanea lascia emergere la possibilit\u00e0 che le forme \u201cnaturali\u201d e \u201cartificiali\u201d di intelligenza non siano semplicemente alternative o concorrenti, ma coesistano e si ridefiniscano reciprocamente, aprendo nuovi interrogativi teorici ed etici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">7. <em>Conclusioni&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dalla Grecia antica fino al presente, il concetto di intelligenza si \u00e8 mostrato come una realt\u00e0 dinamica, in evoluzione profonda e tutt\u2019altro che lineare, attraversata da trasformazioni che ne hanno progressivamente modificato il significato. Da capacit\u00e0 di cogliere l\u2019ordine del reale, diventando poi riflesso della luce divina e ponte tra ragione e fede, con la modernit\u00e0 si \u00e8 spostata sul soggetto conoscente, divenendo misura e condizione della possibilit\u00e0 stessa di conoscere. La contemporaneit\u00e0 ha ulteriormente moltiplicato le prospettive, frantumando l\u2019unit\u00e0 originaria e mettendo in gioco corpo, volont\u00e0, inconscio, linguaggio, fino alla rivoluzione cognitiva e all\u2019irruzione delle macchine intelligenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019attenzione all\u2019intelligenza artificiale permette di collocare il dibattito contemporaneo all\u2019interno di questa traiettoria: l\u2019IA non introduce soltanto un nuovo attore, ma contribuisce a riformulare il modo in cui comprendiamo l\u2019intelligenza umana stessa. Pi\u00f9 che contrapporre umano e macchina, diventa allora necessario interrogare le trasformazioni del nostro rapporto con la conoscenza, con la tecnica e con il mondo. Il contributo di questo lavoro consiste nel mostrare come l\u2019AI non rappresenti una rottura improvvisa, ma l\u2019esito di un lungo processo di ridefinizione concettuale. Al tempo stesso, il percorso rimane parziale: esso si concentra prevalentemente sulla tradizione occidentale e non affronta in modo sistematico il dialogo con altre culture o con le scienze empiriche, piste di ricerca che meriterebbero ulteriori approfondimenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo contesto, il compito della filosofia \u2013 e, pi\u00f9 in generale, di chi <em>produce pensiero critico, <\/em>soprattutto in campo etico morale &#8211; non \u00e8 tanto quello di stabilire se le macchine possano diventare \u201ccome noi\u201d, quanto piuttosto di comprendere cosa significhi, oggi, essere umani. L\u2019intelligenza artificiale ci restituisce uno specchio nel quale l\u2019umanit\u00e0 \u00e8 invitata a interrogare i propri contorni non per difendere un\u2019identit\u00e0 da preservare, ma per comprendere un\u2019identit\u00e0 in trasformazione. \u00c8 possibile guardare all\u2019AI non in quanto antagonista dell\u2019umano, ma come una forma di alterit\u00e0 con cui co-abitiamo. Si tratta, allora, di superare il dualismo &#8211; ed il giudizio che esso comporta &#8211; riconoscendo il nostro esserci in un mondo in cui la distinzione tra <em>umano<\/em> e <em>digitale<\/em> \u00e8 sempre meno netta: il digitale non si configura pi\u00f9 come un supplemento esterno, un \u201coltre\u201d da noi, ma come componente costitutiva delle nostre pratiche, delle nostre relazioni e della nostra esperienza del mondo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> Dal punto di vista storico-filosofico i termini <em>intelligenza<\/em>, <em>ragione<\/em> e <em>intelletto<\/em> non sono sovrapponibili: l\u2019<em>intelletto<\/em> rinvia, in molte tradizioni, alla facolt\u00e0 di cogliere principi e forme universali; la <em>ragione<\/em> designa prevalentemente la capacit\u00e0 discorsiva e argomentativa; l\u2019<em>intelligenza<\/em> indica, in senso ampio, l\u2019insieme dei processi che consentono di comprendere, decidere e orientare l\u2019azione. In questo contributo, tuttavia, essi vengono utilizzati in modo pragmatico e talvolta intercambiabile, nella misura in cui appartengono a una stessa costellazione concettuale e contribuiscono a descrivere, da prospettive diverse, le trasformazioni storiche della nozione di \u201cintelligenza\u201d. Quando necessario, eventuali distinzioni specifiche saranno chiarite nel contesto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Sul carattere storicamente cangiante del concetto di <em>intelligenza<\/em> si veda, tra gli altri, Aristotele, nel <em>De Anima<\/em>, II, 1-3, (IV sec. a.C.) nel quale l\u2019intelletto \u2013 nous- \u00e8 distinto dalle altre facolt\u00e0 dell\u2019anima ed \u00e8 inteso come principio razionale della conoscenza; Tommaso d\u2019Aquino, in <em>Summa Theologiae <\/em>(prima pubblicazione 1274) concepisce l\u2019intelletto come partecipazione alla ragione divina. In et\u00e0 moderna, prendendo come riferimento Ren\u00e8 Descartes \u2013 in particolare le <em>Meditazioni metafisiche <\/em>del 1639- l\u2019intelligenza \u00e8 ricondotta alla <em>res cogitans, <\/em>sostanza pensante, immateriale. \u00abCogito ergo sum\u00bb, \u00abPenso dunque sono\u00bb, seconda meditazione, la risposta al dubbio iperbolico: la certezza di esistere in quanto essere pensante. Punto di partenza indubitabile dell\u2019intelligenza per il filosofo francese, fino alla sistemazione kantiana della <em>Critica della ragion pura,<\/em> 1781, articolata nelle <em>categorie dell\u2019intelletto<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In epoca contemporanea, da Nietzsche nella <em>Genealogia della morale<\/em>, che ne svela la radice nella <em>volont\u00e0 di potenza<\/em>, a Bergson con <em>L\u2019evoluzione creatrice<\/em>,in cui l\u2019intelligenza \u00e8 distinta, come facolt\u00e0 tecnica e strumentale, dall\u2019intuizione,fino ad Heidegger e la svolta ontologica, l\u2019intelligenza cessa di essere pensata come mera facolt\u00e0 cognitiva, si sgancia da una dimensione puramente razionale per aprirsi a una caratterizzazione pi\u00f9 complessa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I diversi passaggi qui solo indicati in forma sintetica saranno analizzati in dettaglio nel prosieguo del contributo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> Eraclito, fr. 114.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> Nella riflessione platonica, quella che la tradizione ha ricostruito come <em>Teoria delle idee<\/em> afferma l\u2019esistenza di un mondo intellegibile nel quale risiedono le Idee come archetipi immutabili, perfetti, eterni, di cui il mondo sensibile costituisce una copia imperfetta e mutevole.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nei dialoghi platonici, tra cui il <em>Fedro e la Repubblica<\/em>, l\u2019accesso a tale ordine intelligibile \u00e8 reso possibile dal \u03bd\u03bf\u1fe6\u03c2, inteso come facolt\u00e0 capace di oltrepassare l\u2019opinione e orientare l\u2019anima verso la verit\u00e0. Nel <em>Fedro<\/em>, l\u2019allegoria della biga alata descrive l\u2019animo umano guidato da un auriga e da due cavalli: uno concupiscibile, l\u2019istinto, l\u2019altro irascibile. Le redini, tenute dall\u2019auriga &#8211; simbolo della ragione \u2013 rappresentano l\u2019equilibrio incerto ma necessario tra le due forze. La capacit\u00e0 di discernimento, che funge da faro, orienta l\u2019anima in direzione delle Idee.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella <em>Repubblica, <\/em>dialogo che vede Socrate discutere con altri personaggi sulla natura della giustizia e l\u2019organizzazione dello Stato ideale, tra i vari temi trattati, viene approfondito, diversamente da quanto avviene nel Fedro, il tema del mondo intelligibile attraverso il mito della caverna: un percorso di emancipazione dalle illusioni del mondo sensibile e di ascesa alla vera conoscenza che risiede nel mondo intelligibile delle Idee.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> Nel terzo libro del <em>De Anima<\/em>, Aristotele affronta il problema dell\u2019intelletto. L\u2019intelletto passivo \u00e8 descritto come principio recettivo delle forme intellegibili della realt\u00e0 sensibile; l\u2019intelletto attivo, invece, come principio che le attualizza. \u00c8 l\u2019intelletto passivo, quindi, a ricevere le forme potenzialmente conoscibili; l\u2019intelletto attivo ne consente la piena attuazione trasformando la conoscenza \u2013 fino a quel momento solo potenziale \u2013 in conoscenza in atto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\">[6]<\/a> Per un approfondimento sulla dottrina dell\u2019intelletto di Aristotele si veda file:\/\/\/C:\/Users\/feder\/Downloads\/lcatani-1761-7188-1-CE.pdf, consultato in data 19 novembre \u201925.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\">[7]<\/a> Questa distinzione tra conoscenza contemplativa e sapienza pratica non appartiene soltanto al mondo antico: diverse riflessioni contemporanee hanno mostrato come ogni forma di intelligenza sia sempre situata, incarnata e legata al contesto dell\u2019azione. Si veda H.L. Dreyfus, <em>What Computers Still Can\u2019t Do: A Critique of Artificial Reason<\/em>, MIT Press, Cambridge 1992, che, pur discutendo di intelligenza artificiale, offre una critica pi\u00f9 generale alla riduzione dell\u2019intelligenza a calcolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\">[8]<\/a> Il tema della <em>conoscenza <\/em>come rapporto diretto con Dio \u00e8 gi\u00e0 delineato dall\u2019autore nel<em> De vera religione<\/em> (390 d.C.). Agostino, ancora fortemente influenzato dal platonismo, invita l\u2019anima a risalire dal mondo sensibile a quello intelligibile. Solo cos\u00ec sar\u00e0 possibile riconoscere in Dio la verit\u00e0 suprema. Nelle <em>Confessioni<\/em> (397-400 d.C.) questa intuizione assume la forma della possibilit\u00e0 di un\u2019esperienza interiore: la verit\u00e0 non \u00e8 unicamente oggetto di contemplazione ma presenza viva, agente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel <em>De Trinitate <\/em>(399-419 d.C.), trattato composto da quindici libri, l\u2019indagine \u00e8 approfondita in chiave teologica, presentando Dio come immagine che si riflette nell\u2019umano attraverso la memoria, secondo una struttura trinitaria del conoscere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\">[9]<\/a><em> Confessioni<\/em>, VII, il principio dell\u2019illuminazione divina, secondo cui la mente umana non crea la verit\u00e0 ma la riconosce perch\u00e9 illuminata da Dio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\">[10]<\/a> Agostino,&nbsp;<em>La vera religione<\/em> (390 d.C.), tr. it. Paravia, Torino 1945, pp. 74-75.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref11\" id=\"_ftn11\">[11]<\/a> <em>Ibid.<\/em>, pp. 72-73, trad. <em>Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell\u2019interiorit\u00e0 dell\u2019uomo abita la verit\u00e0<\/em>. Agostino invita qui l\u2019uomo a rivolgere la propria attenzione all\u2019interiorit\u00e0 per cercare la verit\u00e0 identificata con Dio. L\u2019armonia dei piaceri sensibili \u00e8 unicamente un riflesso \u2013 imperfetto- dell\u2019armonia spirituale che \u00e8 possibile raggiungere solo trascendendo il corpo e la ragione per unirsi alla verit\u00e0 divina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref12\" id=\"_ftn12\">[12]<\/a> La mente umana non \u00e8 illuminata da Dio direttamente, ma partecipa della luce dell\u2019intelletto divino come causa prima della conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref13\" id=\"_ftn13\">[13]<\/a> Sul nesso tra intelletto e verit\u00e0 divina, Internet Encyclopedia of Philosophy https:\/\/iep.utm.edu\/thomas-aquinas-metaphysics\/, consultato in data 19 novembre \u201925.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref14\" id=\"_ftn14\">[14]<\/a> La progressiva emancipazione della ragione dalla teologia, preparata dal pensiero medievale, si manifesta pienamente nel Rinascimento e nell\u2019et\u00e0 moderna. In questo senso, la sintesi tomista rappresenta un momento di equilibrio tra fede e ragione che verr\u00e0 poi superato dalle filosofie dell\u2019autonomia del soggetto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref15\" id=\"_ftn15\">[15]<\/a> Sulla definizione dell\u2019identit\u00e0 moderna e l\u2019autonomia della ragione, C. Taylor, <em>Sources of the Self: The Making of the Modern Identity<\/em>, Harvard University Press, Cambridge 1992.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref16\" id=\"_ftn16\">[16]<\/a> Cfr. R. Descartes, <em>Meditazioni metafisiche<\/em> (1641), tr. it. Bompiani, Milano 2001.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref17\" id=\"_ftn17\">[17]<\/a> Criterio di verit\u00e0 come \u00abchiarezza e distinzione delle idee\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref18\" id=\"_ftn18\">[18]<\/a> L\u2019ideale di \u201cordine e misura\u201d che informa la ragione cartesiana sar\u00e0 alla base della scienza modera, riferimento al testo A. Koyr\u00e8<em>, Dal mondo chiuso all&#8217;universo infinito <\/em>(1957), tr. it. Mimesis, Milano-Udine 2025.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref19\" id=\"_ftn19\">[19]<\/a> Tradizione empirista inglese, sviluppata tra il XVII e XVIII secolo, nasce come risposta critica al razionalismo cartesiano sostituendo al principio dell\u2019evidenza quello dell\u2019esperienza sensibile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref20\" id=\"_ftn20\">[20]<\/a> Cfr. J. Locke, <em>Saggio sull\u2019intelletto umano <\/em>(1689), tr. it. Bompiani, Milano 2004.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref21\" id=\"_ftn21\">[21]<\/a> Alle fondamenta della conoscenza vi sono, secondo Locke, le <em>idee semplici, <\/em>che derivano dall\u2019esperienza attraverso: la sensazione, ossia dall\u2019esperienza esterna degli oggetti sensibili, e dalla riflessione, cio\u00e8 dall\u2019esperienza interna mediante la quale la mente percepisce i propri processi interni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref22\" id=\"_ftn22\">[22]<\/a> La causalit\u00e0 non \u00e8 percepita come connessione reale ma come aspettativa generata dall\u2019osservazione ripetuta della successione di eventi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref23\" id=\"_ftn23\">[23]<\/a> Ci\u00f2 \u00e8 valido soltanto per le questioni di fatto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref24\" id=\"_ftn24\">[24]<\/a> Le categorie e le forme a priori dell\u2019intelletto (come spazio, tempo e causalit\u00e0) sono condizioni trascendentali dell\u2019esperienza umana: non derivano dall\u2019esperienza ma rendono possibile l\u2019esperienza stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref25\" id=\"_ftn25\">[25]<\/a> Kant definisce \u201c<em>fenomeno\u201d <\/em>&nbsp;l\u2019oggetto cos\u00ec come \u00e8 costituito dalle forme dell\u2019intuizione e dalle categorie dell\u2019intelletto. L\u2019intelligenza non registra il reale, ma lo ordina secondo strutture a priori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref26\" id=\"_ftn26\">[26]<\/a> Il noumeno \u00e8 pensabile ma non conoscibile, poich\u00e9 manca l\u2019intuizione sensibile che soltanto rende possibile la conoscenza. Il limite fenomeno\u2013noumeno non implica un dualismo ontologico, \u00e8 una delimitazione delle capacit\u00e0 conoscitive umane.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref27\" id=\"_ftn27\">[27]<\/a> Nel lessico kantiano, tale funzione va attribuita propriamente all\u2019intelletto (<em>Verstand<\/em>), distinto dalla ragione (<em>Vernunft<\/em>), che interviene invece sul piano delle idee e dell\u2019orientamento pratico. L\u2019uso del termine \u2018intelligenza\u2019 in questo contesto ha qui un valore ricostruttivo e trasversale, volto a indicare l\u2019insieme delle funzioni cognitive superiori attraverso cui il soggetto struttura e orienta la propria esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref28\" id=\"_ftn28\">[28]<\/a> Nella sua filosofia pratica Kant sostiene la ragione morale come autonoma: l\u2019agente razionale si d\u00e0 la legge morale, non subendola dall\u2019esterno, https:\/\/plato.stanford.edu\/entries\/kant-moral\/, e la nozione di autonomia come principio morale fondamentale, https:\/\/philarchive.org\/archive\/KLETPO-32?.com, consultati in data 19 novembre \u201925.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref29\" id=\"_ftn29\">[29]<\/a> Questa interpretazione \u00e8 stata ripresa anche da parte della letteratura contemporanea, che ha mostrato come la centralit\u00e0 moderna del soggetto conoscente non rappresenti soltanto una conquista emancipativa, ma comporti anche una progressiva astrazione dell\u2019intelligenza dai suoi legami corporei, storici e relazionali. Si veda C. Taylor, <em>Sources of the Self. The Making of the Modern Identity<\/em>, <em>op. cit<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref30\" id=\"_ftn30\">[30]<\/a> La crisi del soggetto, la svolta linguistica, la fenomenologia e la nascita delle scienze cognitive producono un pluralismo strutturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref31\" id=\"_ftn31\">[31]<\/a> Nel Novecento il concetto di <em>\u201cintelligenza\u201d<\/em> non indica pi\u00f9 una facolt\u00e0 monolitica: con Bergson si parla di capacit\u00e0 adattive, in Freud di processi cognitivi, di modalit\u00e0 pre-riflessive dell\u2019essere-nel-mondo con Heidegger e moduli cognitivi differenziati nelle scienze cognitive. Il concetto non diventa semplicemente \u201cvago\u201d, ma strutturalmente plurale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sulla frattura tra forme del sapere e modelli dell\u2019esperienza nel pensiero contemporaneo, con un\u2019attenzione al venir meno di un punto unificatore della soggettivit\u00e0 cognitiva, si veda G. Agamben <em>Il linguaggio e la morte Un seminario sul luogo della negativit\u00e0, <\/em>Einaudi, Torino 2008.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref32\" id=\"_ftn32\">[32]<\/a> Pur essendo un testo giovanile, <em>Su verit\u00e0 e menzogna <\/em>contiene gi\u00e0 l\u2019impianto genealogico che il filosofo svilupper\u00e0 successivamente, nelle opere mature: l\u2019idea che le facolt\u00e0 conoscitive non siano orientate alla verit\u00e0, bens\u00ec alla vita. Nietzsche mira qui a smontare l\u2019identificazione platonico \u2013 cartesiana tra ragione e verit\u00e0, mostrando che la conoscenza \u00e8 <em>finzione utile<\/em> e non \u201c<em>scoperta dell\u2019essere<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref33\" id=\"_ftn33\">[33]<\/a> F. Nietzsche, <em>Su verit\u00e0 e menzogna in senso extramorale<\/em> (1873), tr. it. Adelphi, Milano 2015, p. 13.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref34\" id=\"_ftn34\">[34]<\/a> L\u2019animalit\u00e0 dispone di forze istintive e corporee: l\u2019uomo, privo di artigli o capacit\u00e0 offensive naturali, compensa con l\u2019astuzia. L\u2019intelletto \u00e8 quindi un dispositivo adattativo tipico delle specie \u201cmeno robuste\u201d. Questa lettura non introduce <em>ex novo<\/em> l\u2019idea di una compensazione cognitiva di una carenza biologica \u2013 gi\u00e0 presente, ad esempio, nel mito di Prometeo narrato da Platone nel <em>Protagora<\/em> \u2013 ma ne sovverte radicalmente il significato filosofico, privandola di ogni funzione nobilitante o teleologica e reinterpretandola come espressione della volont\u00e0 di potenza e della lotta per la sopravvivenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref35\" id=\"_ftn35\">[35]<\/a> F. Nietzsche, <em>Su verit\u00e0 e menzogna in senso extramorale<\/em>, cit.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref36\" id=\"_ftn36\">[36]<\/a> Sul significato nietzschiano di <em>simulazione<\/em> o <em>mascheramento<\/em> non vi \u00e8 allusione a un comportamento morale (mentire, fingere) ma si descrive una struttura antropologica: l\u2019uomo sopravvive grazie a schemi concettuali che semplificano il reale. La maschera \u00e8 la condizione necessaria di ogni vita cosciente, non un inganno occasionale. Per questo motivo l\u2019intelligenza \u00e8 definita <em>arte della finzione<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref37\" id=\"_ftn37\">[37]<\/a> Nelle opere mature, soprattutto nella <em>Genealogia della morale<\/em>, Nietzsche chiarisce che ogni forma di razionalit\u00e0 \u00e8 una sedimentazione di rapporti di forza. Le categorie, i concetti, le regole logiche sono espressioni stabilizzate di una dinamica istintiva: ci\u00f2 che appare \u201crazionale\u201d \u00e8 ci\u00f2 che ha vinto un conflitto interpretativo. La conoscenza \u00e8 quindi sempre un atto di potere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref38\" id=\"_ftn38\">[38]<\/a> Cfr. F. Nietzsche, <em>Genealogia della morale. Uno scritto polemico<\/em> (1887), tr. it. Adelphi, Milano 2017.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref39\" id=\"_ftn39\">[39]<\/a> Nietzsche capovolge l\u2019impostazione della tradizione filosofica occidentale secondo cui l\u2019intelligenza \u00e8 concepita come facolt\u00e0 orientata alla verit\u00e0, capace di cogliere essenze stabili; l\u2019intelletto \u00e8 instabile, prospettico, strumentale. L\u2019idea di una ragione \u201cpura\u201d \u00e8 una sopravvivenza teologica mascherata, un residuo metafisico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref40\" id=\"_ftn40\">[40]<\/a> Bergson considera l\u2019intelligenza un prodotto dell\u2019evoluzione biologica, legato alla sopravvivenza e alla manipolazione del reale materiale, non quindi una facolt\u00e0 metafisica autonoma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref41\" id=\"_ftn41\">[41]<\/a> Cfr. H. Bergson, <em>L\u2019evoluzione creatrice <\/em>(1907), tr. it. Rizzoli, Milano 2012.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref42\" id=\"_ftn42\">[42]<\/a> La sua potenza deriva proprio da questo rapporto \u201cprivilegiato\u201d con il misurabile, con ci\u00f2 che pu\u00f2 essere scomposto in elementi stabili e ripetibili. Da qui, l\u2019analisi come modo proprio dell\u2019intelligenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref43\" id=\"_ftn43\">[43]<\/a> Vi \u00e8 la critica da parte dell\u2019autore al carattere spazializzante dell\u2019intelligenza, che tende a immobilizzare ci\u00f2 che invece \u00e8 fluido, riducendo la durata a una sequenza di stati discreti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref44\" id=\"_ftn44\">[44]<\/a> Cfr. H. Bergson, <em>op. cit.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref45\" id=\"_ftn45\">[45]<\/a> L\u2019intuizione non \u00e8 irrazionale, ma un metodo conoscitivo che mira a cogliere il movimento interno della durata; \u00e8 complementare, non opposta, all\u2019intelligenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref46\" id=\"_ftn46\">[46]<\/a> La riduzione dell\u2019intelligenza a funzione evolutiva implica che essa non sia misura di tutto il reale, ma solo di ci\u00f2 che la vita necessita per agire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref47\" id=\"_ftn47\">[47]<\/a> Cfr. S. Freud, <em>L\u2019io e l\u2019Es <\/em>(1923), tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1978.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref48\" id=\"_ftn48\">[48]<\/a> In Heidegger, la soggettivit\u00e0 subisce una riconfigurazione nel riferimento a un rapporto (Bezug), o, se si vuole, orizzonte di significativit\u00e0, di cui partecipano, sotto l&#8217;egida di una sempre possibile riconfigurazione, l&#8217;uomo in quanto <em>Da-sein<\/em> e l&#8217;essere. La soggettivit\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9, in Heidegger, pensabile alla stregua di una solipsistica ipseit\u00e0, n\u00e9 di mera egoit\u00e0. Le categorie metafisiche applicate al concetto di uomo, mostrano agli occhi di Heidegger la loro costitutiva, se si vuole ontologica, insufficienza: l&#8217;uomo non \u00e8 un concetto, e il suo \u201cch\u00e9\u201d, la sua specificit\u00e0 consiste proprio nella sua struttura ontologica fondamentale, il suo essere-nel-mondo. Alla luce di ci\u00f2, la comprensione diviene un concetto lontano dalla sua possibile sintesi ad atto cognitivo; essa \u00e8 una struttura ontologica: l&#8217;uomo comprende, poich\u00e9 \u00e8 sempre compreso entro una struttura significativa, dotata di significativit\u00e0, il mondo (Welt).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref49\" id=\"_ftn49\">[49]<\/a> <em>Essere-nel-mondo<\/em> non indica una relazione spaziale, ma una struttura ontologica di apertura e coinvolgimento pratico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref50\" id=\"_ftn50\">[50]<\/a> A tal proposito, la conoscenza teorica \u00e8 solo una modalit\u00e0 derivata del prendersi-cura, l&#8217;uomo (il <em>Da-sein<\/em>) nel commercio con il mondo, con gli enti con i quali si intrattiene. Il conoscere, scrive Heidegger, \u00e8 una modalit\u00e0 derivata nell&#8217;essere nel mondo, non il suo fondamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref51\" id=\"_ftn51\">[51]<\/a> Dal tedesco <em>Sorge<\/em>, \u00e8 la struttura fondamentale dell\u2019esistenza umana, <em>l\u2019Esserci<\/em>, che include l\u2019attivit\u00e0 teorica ma come forma derivata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref52\" id=\"_ftn52\">[52]<\/a> La relazione primaria che l&#8217;uomo intrattiene con la realt\u00e0 non \u00e8 di natura concettuale, ma ontologico-esistenziale, tale da preservare il legame con la dimensione dell&#8217;effettivit\u00e0: la vita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref53\" id=\"_ftn53\">[53]<\/a> M. Heidegger, <em>Lettera sull\u2019\u00abumanismo\u00bb<\/em> (1976), tr. it. Segnavia, Adelphi, Milano 1987, p. 286.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref54\" id=\"_ftn54\">[54]<\/a> L\u2019aperto come luogo in cui l\u2019essere pu\u00f2 accadere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref55\" id=\"_ftn55\">[55]<\/a> L\u2019utilizzo del virgolettato \u00e8 dato dal fatto che Heidegger non parla propriamente di ragione, quanto piuttosto di <em>comprensione<\/em>: l\u2019uomo, in quanto essere-nel-mondo \u00e8 gi\u00e0 entro un orizzonte di significativit\u00e0, perci\u00f2, seppur in modo vago, \u00e8 gi\u00e0 in grado di avvicinarsi a una comprensione delle cose che sono, di quell\u2019 \u201d<em>\u00e8<\/em>\u201d che si trova dietro le cose che sono in quanto si manifestano. Heidegger, in ci\u00f2, decostruisce il paradigma dell\u2019intelligenza razionale; non solo la coscienza non \u00e8 pi\u00f9 la sede originaria del senso e la ragione non \u00e8 pi\u00f9 la misura del rapporto dell\u2019uomo con l\u2019essere, ma questo rapporto (esserci-esserci) a partire dagli anni \u201930 in concomitanza con la svolta ontologico-storica del cammino di pensiero heideggeriano sar\u00e0 determinabile a parte dall\u2019essere: \u00e8 l\u2019essere che reclama l\u2019uomo che, a sua volta, ha bisogno dell\u2019essere, ma l\u2019essere, per accadere, non necessita dell\u2019uomo in maniera essenziale, poich\u00e9 il suo \u00e8 un accadere storico-epocale. La comprensione \u00e8 comprensione dell&#8217;essere non nel senso che \u00e8 un concetto, ma \u00e8 dell&#8217;essere perch\u00e9 \u00e8 data dall&#8217;essere, \u00e8 quella la significativit\u00e0; non \u00e8 l&#8217;uomo che crea significativit\u00e0, egli la deve \u2018solo comprendere&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref56\" id=\"_ftn56\">[56]<\/a> Cfr. H. Gardner, <em>Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e apprendimento<\/em> (2005), tr. it. Erickson, Roma 2005.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref57\" id=\"_ftn57\">[57]<\/a> Cfr. D. Goleman, <em>Intelligenza Emotiva. Che cos\u2019\u00e8 e perch\u00e9 pu\u00f2 renderci felici <\/em>(1995), tr. it. Rizzoli, Milano 2011.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref58\" id=\"_ftn58\">[58]<\/a> Si veda https:\/\/courses.cs.umbc.edu\/471\/papers\/turing.pdf, consultato in data 19 novembre \u201925.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref59\" id=\"_ftn59\">[59]<\/a> Il <em>gioco dell\u2019imitazione<\/em> consiste in un esperimento conversazionale triangolare \u2013 interrogatore, macchina, essere umano &#8211; condotto tramite interfaccia testuale; se il giudice non distingue chi \u00e8 la macchina, essa viene considerata \u201cintelligente\u201d secondo il criterio funzionale ipotizzato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref60\" id=\"_ftn60\">[60]<\/a> Si veda http:\/\/jmc.stanford.edu\/articles\/dartmouth\/dartmouth.pdf, consultato in data 19 novembre \u201925.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref61\" id=\"_ftn61\">[61]<\/a> Il termine <em>intelligenza<\/em>, applicato alle macchine, cambia dunque statuto: non \u00e8 ontologico, n\u00e9 trascendentale e metafisico, ma <em>funzionale<\/em>. Dipende dalla prestazione <em>osservabile<\/em> e non <em>comprensibile<\/em>. In questo senso, l\u2019intelligenza artificiale non \u201ceredita\u201d il significato classico del termine, ma lo ridefinisce operativamente, secondo una modalit\u00e0 che sarebbe stata impensabile senza il progressivo processo di formalizzazione della razionalit\u00e0 avviato dalla modernit\u00e0. \u00c8 proprio a partire da questa svolta \u2014 dall\u2019intelligenza come <em>facolt\u00e0 di cogliere l\u2019essere<\/em> all\u2019intelligenza come <em>capacit\u00e0 di eseguire operazioni<\/em> \u2014 che si rende possibile l\u2019estensione del concetto all\u2019ambito delle macchine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref62\" id=\"_ftn62\">[62]<\/a> Esperimento utilizzato per confutare la teoria dell\u2019intelligenza artificiale forte (<em>strong AI<\/em>). Searle riprende la domanda sollevata da Turing \u201cLe macchina possono pensare?\u201d opponendosi alla tesi secondo cui l\u2019intelligenza umana possa essere riprodotta dalla macchina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">John Searle immagina un esperimento mentale: si supponga di costruire un computer capace di sostenere una conversazione in cinese in modo convincente, tale da superare il Test di Turing, cio\u00e8 da far credere a un parlante cinese di dialogare con un\u2019altra persona. Il computer riceve simboli in ingresso e, consultando un insieme di regole formali, restituisce simboli adeguati in uscita, senza mai ricorrere a significati o comprensione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo punto, Searle si sostituisce idealmente al computer: seduto in una stanza, riceve simboli cinesi che non conosce e, seguendo un manuale di istruzioni, produce risposte altrettanto appropriate, senza capire nulla della conversazione. L\u2019idea \u00e8 che, pur producendo risposte corrette, egli non comprende la lingua cinese. Da questo, Searle conclude che anche il computer, che opera nello stesso modo \u2013 manipolando simboli in base a regole sintattiche \u2013 non comprende davvero ci\u00f2 che sta dicendo, perch\u00e9 non possiede intenzionalit\u00e0 o contenuto semantico. Simulare il comportamento intelligibile non equivale a comprendere. La sintassi non \u00e8 sufficiente per generare significato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref63\" id=\"_ftn63\">[63]<\/a> Va tuttavia notato che l\u2019argomento della stanza cinese \u00e8 stato oggetto di numerose discussioni critiche, tra cui l\u2019osservazione secondo cui una qualche forma di comprensione semantica sembra comunque presupposta nel soggetto che applica correttamente le regole del \u201cmanuale\u201d, questione che rimane tuttora aperta nel dibattito filosofico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref64\" id=\"_ftn64\">[64]<\/a> Cfr. L. Floridi, <em>Filosofia dell\u2019informazione<\/em>, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref65\" id=\"_ftn65\">[65]<\/a> Cfr. L. Floridi, <em>Etica dell\u2019intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunit\u00e0, sfide<\/em>, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref66\" id=\"_ftn66\">[66]<\/a> Su quest\u2019ultimo punto \u00e8 in corso un ampio dibattito: alcuni autori, come Maurizio Ferraris, sostengono che la specificit\u00e0 dell\u2019intelligenza umana (e animale) risieda nel fatto che essa \u00e8 inseparabile dall\u2019esperienza vissuta del corpo, qualcosa che un sistema computazionale astratto non pu\u00f2 replicare. Si veda M. Ferraris,<em> La pelle. Che cosa significa pensare nell\u2019epoca dell\u2019intelligenza artificiale<\/em>, il Mulino, Bologna 2025.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref67\" id=\"_ftn67\">[67]<\/a> L. Perilli, Coscienza artificiale<em>. Come le macchine pensano e trasformano l\u2019esperienza umana<\/em>, pp. 25-26, il Saggiatore, Milano 2025.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref68\" id=\"_ftn68\">[68]<\/a> G. Giannini, <em>L\u2019insostenibile leggerezza dell\u2019InfoSapiens (del Digiticene e dintorni)<\/em>, M. Cosenza, L. Lo Sapio (a cura di), <em>Life-on-life: l\u2019umanesimo di fronte alle sfide dell\u2019intelligenza artificiale<\/em>, fedOA Press, Napoli 2025, pp. 77-100.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref69\" id=\"_ftn69\">[69]<\/a> Con l\u2019espressione <em>Ecosistema Digitale<\/em> (o, in senso ancor pi\u00f9 ampio, <em>Ecosistema Cognitivo e Simbolico<\/em>), Giannini non si riferisce semplicemente all\u2019insieme delle tecnologie informatiche, bens\u00ec a una trasformazione strutturale dell\u2019ambiente umano: il <em>Digitale<\/em> non \u00e8 pi\u00f9 un mezzo esterno, ma diventa l\u2019ambiente stesso nel quale si danno esperienza, conoscenza e azione. Gli ambienti digitali non si limitano a mediare le relazioni e i saperi: li generano, li riconfigurano e spesso li sostituiscono, plasmandoci in una dinamica co-trasformativa continua. In tale prospettiva, l\u2019ecosistema digitale opera come dispositivo di soggettivazione e produce una nuova condizione dell\u2019umano (l\u2019<em>InfoSapiens<\/em>), che vive, decide e conosce dentro reti, piattaforme e algoritmi che definiscono il campo del possibile, ridefinendo le categorie stesse di reale, identit\u00e0 e agentivit\u00e0, <em>Ibid.,<\/em> pp. 88-89.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. Introduzione Dietro l\u2019apparente ovviet\u00e0 del concetto di intelligenza vi \u00e8 una storia tutt\u2019altro che lineare: un percorso lungo e complesso che subisce non poche mutazioni, evidenziando, all\u2019interno di varie prospettive teoriche, sfumature e aspetti talvolta difficilmente conciliabili[1]. 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