{"id":1822,"date":"2026-01-26T11:07:46","date_gmt":"2026-01-26T10:07:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scienzaefilosofia.com\/new\/?p=1822"},"modified":"2026-01-26T14:32:44","modified_gmt":"2026-01-26T13:32:44","slug":"e-il-nascere-che-non-ci-voleva-storia-e-teoria-dellantinatalismo-milano-udine-2025","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scienzaefilosofia.com\/new\/2026\/01\/26\/e-il-nascere-che-non-ci-voleva-storia-e-teoria-dellantinatalismo-milano-udine-2025\/","title":{"rendered":"\u00c8 IL NASCERE CHE NON CI VOLEVA. Storia e teoria dell&#8217;antinatalismo [Milano-Udine 2025]"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00c8 il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell\u2019antinatalismo<\/em> di Sarah Dierna \u00e8, forse, un libro irrecensibile a causa dell\u2019eccesso di lucidit\u00e0 proprio delle tesi che espone, argomenta. \u00c8 la stessa situazione in cui ci si trova dopo avere concluso la lettura di un testo di Friedrich Nietzsche. Come \u00e8 possibile, infatti, mantenere la giusta distanza fra s\u00e9 e l\u2019opera, quando tale opera ti mette in questione come singolo e, pi\u00f9 generale, come forma di vita esistente? S\u00ec, perch\u00e9 questo testo \u2013 elegante nella forma e stringente nella teoresi \u2013 opera una profonda decostruzione di ci\u00f2 che noi riteniamo essere la cosa pi\u00f9 certa e indubitabile: il fatto di dover esistere e, soprattutto, la necessit\u00e0 di <em>dover <\/em>mettere al mondo qualcun altro. Per tale ragione, pi\u00f9 si procede nella lettura e pi\u00f9 si ha l\u2019impressione che vengano meno le solide fondamenta sulle quali abbiamo edificato la nostra storia. Ci\u00f2 che in particolare viene meno \u00e8 ogni criterio di superiorit\u00e0 e dominio ontologico da noi inventato per schermare il dolore, la sofferenza e l\u2019insensatezza dell\u2019esistere, sia come singoli che come specie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Due di questi criteri sono la \u201cvita\u201d e la \u201cnascita\u201d intesi come valori assoluti. Rispetto a ci\u00f2, la tesi ontologica che Dierna sostiene, dimostra e lascia penetrare nella mente dei lettori \u00e8 la seguente: la nascita \u00e8 un male, essere al mondo \u00e8 un male, generare altre vite \u00e8 un male, dunque il non esserci, e di conseguenza il non generare, \u00e8 un bene. Data la forza e la spigolosit\u00e0 di queste conclusioni, proprio come accade con il demone nietzscheano de <em>La gaia scienza<\/em>, la voce della coscienza, dopo avere abbassato ogni misura di protezione, ci domanda: questa vita, come tu ora la vivi e l\u2019hai vissuta, sei certo che sia davvero un bene e che sia giusto, corretto, necessario tramandarla alla tua futura prole? Tutto il dolore, tutta l\u2019insensatezza, tutte le offese e i pochi, rari piaceri che ti \u00e8 capitato di vivere, vorrai davvero farne dono a chi, come te, dovr\u00e0 scontarli a un prezzo che, di nascita in nascita, si raddoppia? S\u00ec, questo dolore, questa insensatezza, questa offesa, proprio come li vivi adesso, si ripeteranno insieme a tutto il male che hai causato a chi, diverso da te, ha subito la tua presenza nel mondo: le piante, la terra, la natura, gli altri animali. Diversa nella forma, ma uguale nella sostanza, la vita si ripeter\u00e0 incessantemente. La clessidra del dolore si capovolger\u00e0 ancora una volta. E ancora una volta dispenser\u00e0 dolore. Sei pronto, dunque, a fare la tua scelta?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se questo \u00e8 l\u2019esito essenziale e a tratti urticante al quale si perviene al termine del testo di Dierna, \u00e8 opportuno, adesso, presentarne le ragioni e l\u2019itinerario.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come lascia intendere il sottotitolo del libro, la proposta teoretica della studiosa si inserisce all\u2019interno della corrente di pensiero che gi\u00e0 da un po\u2019 di tempo prende il nome di <em>Antinatalismo<\/em>. Il suo esponente contemporaneo pi\u00f9 noto e anche pi\u00f9 discusso \u00e8 il filosofo sudafricano David Benatar, alle cui opere e tesi fondamentali (l\u2019argomento dell\u2019asimmetria, ad esempio) Dierna dedica buona parte del quarto capitolo (<em>Antinatalismo: una teoria della prassi<\/em>), che saggia, approfondisce e dipana gli argomenti logici e in certa misura etici in virt\u00f9 dei quali Benatar pu\u00f2 sostenere che la vita, al di l\u00e0 della percezione che ognuno ne ha, \u00e8 <em>a priori<\/em> un male e che il non esserci, nel senso del non venire al mondo, \u00e8 sempre un bene.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono molti gli argomenti che il filosofo propone a sostegno di questa tesi, e che la studiosa presenta e chiarisce con una puntualit\u00e0 logica non comune. Tuttavia, se vogliamo ridurre all\u2019essenziale il significato di questa proposta filosofica si pu\u00f2 affermare che il non-nascere \u00e8 sempre preferibile al nascere, giacch\u00e9 l\u2019esistenza \u00e8 cos\u00ec ricolma di dolore e sofferenza che non basterebbero i piaceri di due, tre, quattro vite sommate insieme per affrancare la tragicit\u00e0 di una sola vita. Se il non-nascere \u00e8 sempre preferibile al nascere, \u00e8 chiaro che l\u2019atto generativo rappresenta un interesse prima e una colpa (ontologica, etica) poi di chi genera \u2013 colpa che aumenta ancora di pi\u00f9 quando la generazione viene praticata attraverso la FIVET, vera tecnica di eugenetica mediante la quale il figlio viene \u00abridotto ora a merce cui appartiene uno specifico valore d\u2019uso, quello che i genitori vorrebbero appagare con la sua presenza, e uno specifico valore di scambio, definito dalla madre genetica e quella gestante\u00bb (p. 279).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal nascere, pertanto, non deriva nessun beneficio se non quello di dover scontare tanta sofferenza. Il nascere non \u00e8 un dono, n\u00e9 tantomeno \u00e8 un bene. Chi non \u00e8 ancora nato non ha alcun interesse a venire al mondo, n\u00e9 pu\u00f2 vagliare questo interesse in prima persona. Inoltre, la non esistenza non \u00e8 mai un male in quanto non \u00e8 paragonabile alla ben pi\u00f9 significativa esperienza del morire: \u00abl\u2019elemento negativo della morte non sta nel risultato come \u2018<em>being dead<\/em>\u2019, bens\u00ec nel processo del morire (<em>dying<\/em>) che lentamente accompagna qualsiasi essere vivente\u00bb (p. 245). I non nati non subiscono alcuna <em>privazione <\/em>e quindi nessun dolore, al contrario invece dei nati che devono affrontare il travaglio del negativo: il sapersi finiti e fatti di tempo, cio\u00e8 il sapersi destinati non solo alla propria morte ma soprattutto alla morte degli altri, le persone senza le quali la nostra vita perderebbe anche quel residuo e costitutivo significato che ci permette di continuare a esistere. L\u2019esito prassico di queste tesi, Dierna lo restituisce con franchezza e coraggio nelle prime pagine del libro: \u00abPer arrestare questo divenire di dolore e angoscia bisogna fermare il meccanismo della riproduzione e spegnere la vita, qualsiasi sia la sua forma. L\u2019Antinatalismo propone infatti un\u2019etica antiprocreativa ed estinzionista, un agire pratico che mira a evitare il dolore e persegue tale obiettivo non portando pi\u00f9 al mondo nuovi esseri umani, acconsentendo in questo modo al loro lento, ma presto o tardi inevitabile scomparire\u00bb (p. 19).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Possiamo leggere questa conclusione non solo nello spazio dell\u2019argomento della qualit\u00e0 della vita, ma anche all\u2019interno della questione pi\u00f9 ampia del senso. Nel primo capitolo (<em>Venire al mondo: origine, senso e fine<\/em>), Dierna insiste molto sul fatto che da un punto di vista cosmico, <em>sub specie aeternitatis<\/em>, l\u2019esistenza umana \u00e8 un \u00abaneddoto\u00bb (pp. 21 e ss.) della materia, un modo finito, per dirla con Spinoza, della sostanza infinita, una increspatura che non esaurisce n\u00e9 determina il significato del tutto. Il tutto, pi\u00f9 esattamente, non ha un significato. La rosa fiorisce perch\u00e9 fiorisce, sostiene icasticamente Silesius. La materia, di cui siamo una espressione finita e priva di significato, segue il suo corso, fatto di potenza ed energia, atomi che agglomerandosi e disgregandosi generano altra materia. Necessit\u00e0 ha voluto che noi comparissimo sul pianeta Terra. Necessit\u00e0 vorr\u00e0 che noi non ci saremo pi\u00f9. Non importa quando e come, ma accadr\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio perch\u00e9 \u00e8 difficile reggere e sostenere questa verit\u00e0 abissale e tremenda, <em>sub specie temporis<\/em>, ci siamo impegnati nella produzione di molteplici antropotecniche (la generazione, fra queste) volte a tessere di senso e significato ogni aspetto della vita organica e inorganica, introducendo scopi e gerarchie ontologiche l\u00e0 dove, invero, tutto ci\u00f2 manca. Anche da questo punto di vista, l\u2019antinatalismo proposto dalla studiosa rappresenta uno strumento di misura assai prezioso, in quanto permette una <em>torsione ontologica<\/em> entro ogni forma di antropocentrismo, volta a favorire le condizioni di possibilit\u00e0 per un pensiero \u00abontocentrico\u00bb (p. 17) che ci aiuti a leggere il mondo e la vicenda umana da una prospettiva ermeneutica pi\u00f9 misurata, umile, se non addirittura \u00abmeta-<em>umana<\/em>\u00bb (p. 334).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, di quale antinatalismo stiamo parlando? Pongo questa domanda perch\u00e9, se \u00e8 vero che Benatar ha avuto il merito di dare forma e contenuto filosofico ad alcune delle questioni finora trattate, dall\u2019altro lato ho l\u2019impressione che il testo di Dierna sancisca un superamento, nel senso hegeliano dello <em>aufheben<\/em>, proprio dell\u2019antinatalismo cos\u00ec come, in epoca recente, si \u00e8 configurato con il filosofo sudafricano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dierna, infatti, accoglie i temi, gli scopi teoretici, i metodi di indagine e in particolare i fini di tale indagine, ma tutto ci\u00f2 viene recepito e insieme superato all\u2019interno di un discorso ampio e maturo che vuole restituire all\u2019antinatalismo la sua <em>storia filosofica<\/em>. Inoltre, la studiosa toglie all\u2019antinatalismo quell\u2019aura che rischia di farlo apparire \u2013 nonostante la forza logica dei suoi argomenti \u2013 come una trovata recente, un po\u2019 eccentrica e stramba, frutto della stanchezza esistenziale di noi contemporanei, che non siamo pi\u00f9 disposti ad affrontare con pienezza il travaglio del vivere. Al contrario, l\u2019antinatalismo, nella declinazione proposta da Dierna, ha una storia, una tradizione di pensiero assai antica e significativa che converge in forme e modi diversi nella domanda perenne del filosofare: \u00abperch\u00e9 l\u2019essere e non il nulla?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Saggiando questa domanda, che pone al centro della riflessione l\u2019essere in quanto tale e non una sua parziale manifestazione come la vita organica, nel secondo capitolo (<em>Profilo storico dell\u2019antinatalismo<\/em>) Dierna traccia un itinerario che dai greci fino a Schopenhauer, passando attraverso il buddismo, l\u2019induismo e il cristianesimo, restituisce il senso e il significato di quanto viene definito come <em>proto-antinatalismo<\/em>. Espressione che trova il suo orizzonte nel fatto che in questa tradizione di pensiero, in particolare presso i greci, \u00abla riflessione sul nascere rimane metafisica\u00bb (p. 83), non prospettando, quindi, un agire pratico finalizzato a interrompere l\u2019atto di riproduzione. Ci\u00f2 si presenta come \u00abuna sorta di intellettualismo etico, [\u2026] nel quale la comprensione teoretica dell\u2019essente e dell\u2019essere diventa centrale, determinante, necessaria e forse sufficiente per risolvere il problema della nascita\u00bb (p. 120). Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate al cristianesimo, dove la studiosa, grazie alla puntuale ermeneutica condotta da de Giraud sui testi sacri, mostra come possa esistere un antinatalismo biblico e cristiano \u2013 si pensi al <em>Qo\u00e8let <\/em>e a <em>Giobb<\/em>e, in particolare. Dell\u2019induismo e del buddismo Dierna mette in luce la postura filosofica, la quale riconoscendo il male ontologico che intesse ogni ente, su tutto l\u2019ente umano, si propone di interrompere il ciclo eterno di nascita e reincarnazione a un livello strettamente personale. Per l\u2019induista e per il buddista \u00e8 doveroso \u00abinterrompere il ciclo a causa della sofferenza del mondo ma l\u2019interruzione riguarda la<em> propria<\/em> esistenza e non quella delle generazioni future. Si tratta di impedire il proprio nascere e in questo modo di salvarsi\u00bb (p. 119).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Davvero raffinate sono, inoltre, le riflessioni che Dierna conduce sul <em>Mondo come volont\u00e0 e rappresentazione<\/em> di Schopenhauer, dalle quali emerge con chiarezza che il filosofo di Danzica \u00abesclude certamente l\u2019ipotesi di un Antinatalismo attivo, contemporaneo e che nega la procreazione. A mio avviso la sua filosofia esclude anche l\u2019ipotesi del non nascere, quale che sia il modo in cui lo si persegue. La volont\u00e0 si nega assecondandola, mentre diviene e nel suo divenire stesso\u00bb (p. 147). Il proto-antinatalismo, in sintesi, pu\u00f2 essere letto e compreso come un gesto di pensiero che riconosce s\u00ec il dolore, il male, la sofferenza che caratterizza il vivente, ma questa consapevolezza privata \u00e8 gi\u00e0 via e forma di redenzione. Ci\u00f2 che manca, in questo orizzonte, \u00e8 la prospettiva di una prassi ecumenica che l\u2019antinatalismo contemporaneo, invece, suggerisce e pensa come opportuna, necessaria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qual \u00e8 dunque il punto di incontro e anche di snodo fra l\u2019antinatalismo antico e quello contemporaneo? Dierna individua questo punto nel pensiero del norvegese Zapffe, al quale \u00e8 dedicato il terzo capitolo (<em>Peter Wassel Zapffe<\/em>), forse il pi\u00f9 intenso e ricco di tutto il libro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con Zapffe, Dierna fa luce non soltanto sulla dimensione tragica dell\u2019esistenza, ma anche sulle diverse antropotecniche, come dicevamo sopra, attraverso le quali l\u2019umano scherma l\u2019insensatezza e l\u2019orrore dell\u2019esistenza. Fra queste tecniche la pi\u00f9 potente ma anche la pi\u00f9 rovinosa \u00e8 la <em>coscienza cartesiana<\/em>, la quale piuttosto che essersi arrestata davanti a una consapevolezza <em>tragica <\/em>dell\u2019essere vivente, ha fondato su s\u00e9 stessa il senso e il fine di ogni cosa, cos\u00ec sancendo una esiziale cesura fra l\u2019umano e il mondo, fra l\u2019umano e la natura, fra l\u2019animale umano e l\u2019animale non umano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se \u00e8 normale che la coscienza filtri e tessa di significato il vuoto di senso e di teleologia che <em>ab origine<\/em> \u00e8 l\u2019esserci di ogni cosa, meno corretto, lo ribadiamo, \u00e8 far coincidere l\u2019attivit\u00e0 della coscienza con il fine, il senso, il tutto. A tal proposito Zapffe\/Dierna ci ricordano che la cultura, il pensiero, le istituzioni, l\u2019agire razionale e ogni forma di attivit\u00e0 umana sono appunto tecniche di senso, che mai, tuttavia, devono superarsi in un eccesso di positivit\u00e0, il cui esito, come noi tutti possiamo constatare osservando il mondo, \u00e8 uno <em>squilibrio <\/em>profondo all\u2019interno degli ecosistemi naturali, sociali, culturali. Quando la parte si arroga il diritto di imporsi sul tutto e di valere pi\u00f9 del tutto, allora \u00e8 la catastrofe.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per tale ragione, <em>L\u2019ultimo messia<\/em> di Zapffe annuncia un messaggio tremendo, ma vero: \u00ab<em>Know they selves; be unfruitful and let there be peace on Earth after thy passing<\/em>\u00bb (p. 191); \u00abconoscete voi stessi, siate sterili. Lasciate che la pace regni sulla terra dopo che sarete scomparsi\u00bb. Su questo scrive la studiosa: \u00abL\u2019interesse di Zapffe \u00e8 preservare la Terra, la sua Norvegia e le sue montagne. L\u2019intero e non una sua parte. Ci\u00f2 che non soffre \u2013 o che soffre soltanto a causa di <em>Homo sapiens<\/em> \u2013 e non colui che soffre\u00bb (p. 192). In ci\u00f2 viene a confermarsi la prospettiva \u00abontocentrica\u00bb di Zapffe\/Dierna, per i quali non si tratta soltanto filantropicamente di porre fine al dolore che \u00e8 <em>Homo sapiens<\/em>, ma cosa pi\u00f9 importante si tratta di salvare l\u2019intero, il respiro silenzioso e pacato della natura. Qui possiamo scorgere le ragioni profonde della svolta antinatalista posta in essere da Zapffe rispetto agli antichi: la conoscenza non basta, \u00e8 necessario mettersi in cammino verso l\u2019estinzione, se davvero vogliamo redimerci e insieme redimire il mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bench\u00e9 sia Zapffe sia Dierna presentino, talvolta, le religioni soltanto come fenomeni negativi, \u00e8 chiaro che in questo plesso opera un dispositivo teologico che, nel volere divenire prassi, traduce l\u2019ontologia in <em>escatologia<\/em>. L\u2019<em>eschaton<\/em> che viene \u00e8 la fine dell\u2019umano, la quale sola pu\u00f2 davvero schiudere un altro inizio: l\u2019inizio della fine dell\u2019era umana. Una \u2018religione\u2019 del pensiero, quindi, che tenendo la giusta distanza da qualunque apocalittica o da ogni mistica dell\u2019ultimo giorno indica, con freddezza e rigore, la via verso il superamento del paradigma antropocentrico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste conclusioni pongono le giuste premesse per il quinto e ultimo capitolo del libro (<em>Gelassenheit. Oltre il paradigma antropocentrico<\/em>), dedicato alla questione ambientale e alle prospettive future dell\u2019umano. Seguendo l\u2019analisi di Dierna, la soluzione per risolvere i problemi ecologici non sta nelle cos\u00ec dette politiche della <em>green ecology<\/em>, la quale ha soltanto il merito di essere la voce camuffata di un sistema di produzione che trasforma la natura in mero valore di consumo: etichette verdi, macchine verdi, cibo verde e biologico, e cos\u00ec via dicendo nel lungo rosario di insensatezze che alimentano la debole coscienza contemporanea. Tutto questo \u00e8 semplicemente falso. Inquinamento, sovraffollamento, deforestazione, cementificazione, diffusione delle plastiche nei mari, agenti patogeni e inquinanti di vario tipo sono frutto del vero ente inquinante, che in natura non trova pi\u00f9 abbastanza predatori che alleggeriscano la pressione sull\u2019ambiente: <em>Homo sapiens<\/em>, l\u2019essere umano. A ci\u00f2 si deve aggiungere la strage che ogni anno viene perpetrata a danno di pi\u00f9 di sessanta miliardi di animali non umani che vengono uccisi e trucidati per soddisfare le pance dei quasi otto miliardi di animali umani che vagano per la terra. Animali prodotti in serie per un \u2018bene\u2019 pi\u00f9 alto, la vita umana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dove sta, dunque, la soluzione? Con una formula icastica e agostiniana, la studiosa sostiene che \u00abmasse e salvezza non sono conciliabili tra di loro\u00bb (p. 319). La soluzione risiede inevitabilmente in una lenta, non sofferta e pacifica decrescita: \u00abLa forma di salvezza passa per la sterilit\u00e0. Al contrario, generare significa commettere un crimine in cui il delitto consiste proprio nel metterli [i figli] al mondo\u00bb (p. 328). Questa prospettiva, che pu\u00f2 sembrare misantropica, invero non lo \u00e8 affatto. Si tratta, invece, di un\u2019etica del tutto filantropica che vuole indicare, nel concreto, in cosa consiste il bene per l\u2019umano ma anche per l\u2019ambiente, cio\u00e8 la decrescita, l\u2019estinzione, la sterilit\u00e0. E ci\u00f2 \u00e8 reso possibile dallo scaturire di tale etica da una posizione ontologica forte, che evita infingimenti e consolazioni di ogni tipo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La studiosa vuole indicare una prospettiva di serenit\u00e0 che richiede un grande sforzo, anzi, per dirla con Heidegger, una <em>Kehre<\/em> ontologica dell\u2019essere umano, il quale da padrone del mondo deve accontentarsi di divenire una semplice parte della materia. Per raggiungere tale serenit\u00e0 \u00e8 necessario \u00abriconciliarsi dunque con il proprio tempo finito rispetto all\u2019infinito durare della materia. E quindi, nonostante tutto, sorridere cercando di non farsi troppo male nel vivere e certamente non facendo del male agli altri generandoli. Per coloro che gi\u00e0 esistono insomma la vita pu\u00f2 ancora essere degna di continuare\u00bb (p. 299).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come dicevamo all\u2019inizio, <em>\u00c8 il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell\u2019antinatalismo<\/em> \u00e8 un libro nietzscheano. Dierna pensa e scrive con il martello, non risparmia e non nasconde nulla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Adesso, a conclusione di questo percorso, riportiamo il monito che la studiosa rivolge al lettore: \u00abVorrei soprattutto ricordare che per coloro che non sono qualcosa il contrasto tra l\u2019essere e il non-essere \u00e8 ancora una linea sottile. Occorre preservare costoro dal male, lasciarli l\u00ec sulla soglia e non farli entrare. L\u00ec, al confine col niente. Il rifugio pi\u00f9 sicuro per sopportare il buio di un\u2019esistenza senza sole\u00bb (p. 340).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, rispetto a un pensiero cos\u00ec impopolare, \u00e8 opportuno, forse, trarre una conclusione popolare: per nostra fortuna Dierna ha superato quella soglia, ci ha donato una goccia di luce per navigare la tenebra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Enrico Moncado<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell\u2019antinatalismo di Sarah Dierna \u00e8, forse, un libro irrecensibile a causa dell\u2019eccesso di lucidit\u00e0 proprio delle tesi che espone, argomenta. \u00c8 la stessa situazione in cui ci si trova dopo avere concluso la lettura di un testo di Friedrich Nietzsche. 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