L’ALTRA FACCIA DELLO SPECCHIO [prima edizione 1973, Adelphi, Milano 1991]

di:

Alfredo Gorlini

Alfredo Gorlini

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Una certa impostazione storiografica sostiene che ogni analisi debba scegliere come proprio oggetto un evento, rispetto ad essa, lontano nel tempo: sostiene, cioè, la necessità di una “distanza legittimante” capace di ridurre quelle contaminazioni – simpatie e antipatie, contrasti e passioni – che possono derivare dall’eccessiva vicinanza cronologica tra il fatto e chi lo descrive, così da garantire il massimo grado possibile di oggettività. Si potrebbe obiettare, a ragione, che se tale principio ha una sua validità, questa si conserva anche più in là del perimetro storiografico: non soltanto un evento, ma anche un lavoro letterario può raggiungere – per riprendere la nota formula di Agamben – una ideale “ora della leggibilità” in un momento diverso da quello della propria produzione, o ritrovare una rinnovata forza espressiva anche anni dopo la sua originaria diffusione. L’altra faccia dello specchio viene dato alle stampe nel 1973: lo stesso anno il suo autore, Konrad Lorenz, è insignito del premio Nobel per la medicina. Pensato come prima parte di un’opera in due atti – il cui seguito, più volte accennato, è poi pubblicato come Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (1973) – il testo non si sforza di nascondere una vocazione rivoluzionaria della quale Lorenz, del resto, pare ben felice di farsi portavoce, quale novello Galileo che intende estendere il metodo scientifico all’analisi della cultura umana.

Per assurdo che possa sembrare, è proprio la sua “vena ribelle” a fare de L’altra faccia dello specchio una lettura oggi attuale almeno quanto lo è stata al tempo della sua prima edizione. Come ogni rivoluzione che si rispetti, anche quella guidata dal padre dell’etologia non può rinunciare a linee di connessione con la temperie culturale coeva, sia che queste conducano ad un approccio critico, sia che, al contrario, permettano di trovare prospettive condivise e punti di contatto con il presente e il passato. Lungi dall’essere un totalmente altro della propria epoca, il «tentativo di fare dello spirito umano un oggetto di osservazione scientifica» (p. 22) che guida l’opera è perfettamente inserito in quell’orizzonte comune a numerose discipline che, a partire dai primi decenni del Novecento – ma con massimo vigore dopo il secondo conflitto mondiale – si propongono di analizzare il fenomeno della conoscenza e i processi di acquisizione e di trasmissione delle informazioni con strumenti e modalità più affini a quelli delle scienze propriamente dette, emancipandosi dalla mera speculazione. Rintracciare gli elementi che rendono Lorenz un figlio del suo tempo non è cosa complessa, vista anche la lodevole abitudine dello scienziato a menzionare in modo esplicito gli studiosi verso i quali sente di nutrire un debito o, più semplicemente, dei quali condivide – anche se solo in parte – le teorie: a fare la loro comparsa nelle pagine del libro sono, tra gli altri, il “realismo ipotetico” di David Campbell e le proposte epistemologiche di Karl Popper; le tesi sull’innatismo linguistico di Noam Chomsky e gli studi sul comportamento umano di Irenäus Eibl-Eibesfeldt. L’innegabile valore del testo è allora da attribuire, più che a una assoluta originalità, alla sua capacità di integrare in un’unica trama spunti tanto numerosi e, talvolta, tanto diversi tra loro, riuscendo a proporre una teoria che, pur avendo all’origine una matrice fortemente interdisciplinare, non rinuncia mai alla coerenza interna.

Corretto è dire che L’altra faccia dello specchio presenta una natura miscellanea; altrettanto corretto è sostenere la presenza di una struttura di fondo che garantisce organicità all’opera, e che la sorregge nell’audace percorso che questa intraprende dall’epistemologia fino alle soglie dell’antropologia e della teoria della cultura. A una prima breve sezione introduttiva – grossomodo coincidente con i Prolegomeni gnoseologici, e utile ad inquadrare l’impostazione di Lorenz all’interno della tradizione filosofica, a partire dai rimandi all’idealismo trascendentale di Kant – fa seguito un’ampia parentesi caratterizzata da un approccio più tecnicistico, che rende sin da subito evidente il metodo di esposizione seguito dal naturalista, costantemente oscillante tra il dato rilevato dall’analisi di laboratorio e la sua integrazione all’interno di una riflessione che si spinge oltre la dimensione fisica. Il lettore, anche quello più avvezzo a questo tipo di dettato, ha tutto il diritto di sentirsi spaesato di fronte alla naturalezza con la quale l’autore saltella dall’a priori kantiano ai meccanismi di acquisizione delle informazioni dei sistemi viventi, dalle categorie dell’essere di Nicolai Hartmann a una descrizione della cellula ameboide che non sfigurerebbe all’interno di un manuale di citologia. Chi è però disposto a compiere quel minimo sforzo necessario a far propria la prospettiva di Lorenz, comprende che tali salti non soltanto sono legittimi, ma addirittura indispensabili per una descrizione della struttura fisiologica degli animali e dell’uomo – e del rapporto di questa con la dimensione extrasoggettiva – che intende andare oltre l’approccio del realista – che «guarda solo verso la realtà esteriore senza rendersi conto di esserne lo specchio» (p. 46) – e dell’idealista – che «guarda solo nello specchio voltando le spalle alla realtà esteriore» (ibidem), ovvero in grado di descrivere l’altra faccia dello specchio, quella «non riflettente, che lo pone sullo stesso piano degli elementi reali che esso riflette» (ibidem).

Intesa questa necessità, ogni paragrafo, anche quello all’apparenza troppo tecnico o specifico, acquista il proprio senso nell’economia dell’opera, come mattone del più ampio edificio teoretico che Lorenz intende costruire, in accordo con quel principio della scienza moderna che impone a chi si occupa dei massimi sistemi di spingersi fino al livello dei minimi particolari. La descrizione dei sistemi viventi – anche di quelli più semplici – proposta nei primi capitoli diventa, allora, il presupposto necessario per quell’analisi che sin da subito, come si è visto, dichiara di voler porre lo spirito umano sotto la lente del proprio microscopio. Per capire come l’uomo e la sua peculiare capacità di comportarsi siano emersi nella storia del divenire naturale – sembra sostenere Lorenz – occorre ripercorrere questa storia dall’inizio, a partire dalla “doppia reazione accoppiata positiva” che caratterizza la vita come processo cognitivo, e che garantendo agli esseri viventi l’acquisizione simultanea di energia e di informazioni, ha permesso alla selezione naturale di sviluppare forme tanto variegate e tanto complesse in un arco di tempo altrimenti troppo breve. Solo passando attraverso queste tappe – grazie ad un itinerario che si snoda dalle strategie di adattamento più elementari fino a quelle più avanzate, come il pensiero concettuale e il linguaggio – è possibile «formulare una gnoseologia fondata sulla conoscenza dei meccanismi biologici e filogenetici dell’uomo e, contemporaneamente, […] delineare un’immagine dell’uomo corrispondente appunto a una tale gnoseologia» (p. 22). La prima parte dell’opera è così funzionale alla seconda, che vede il discorso fare rotta verso una antropologia sì biologicamente orientata, ma che al tempo stesso non rinuncia a riflessioni di altra natura: sociale, culturale, etica.

Anche sotto questo aspetto Lorenz si rivela perfettamente inserito nel dialogo intellettuale del tempo: basti pensare alla sua proposta di considerare la cultura un sistema vivente, con a fondamento l’idea che è possibile rintracciare delle analogie tra la trasmissione culturale e quella filogenetica. La stessa idea, appena tre anni dopo, riappare in un testo destinato a diventare un classico della letteratura di settore: Il gene egoista (1976) di Richard Dawkins. Non una voce fuori dal coro, quindi, ma una voce che del coro dell’approccio naturalistico a questioni di ordine filosofico è parte integrante e che, per certi versi, si propone di condurlo. Si commetterebbe però un errore se si tentasse di ridurre L’altra faccia dello specchio agli elementi condivisi con opere orbitanti nella sua stessa galassia: il testo di Lorenz gode di una sua autonomia, se non altro per quella verve critica che accompagna l’intento, apparentemente privo di implicazioni di carattere etico, di «dare una visione generale dei meccanismi cognitivi nell’uomo» (p. 396) e di produrre una inedita «autoanalisi riflessiva della cultura umana» (p. 398). Questo secondo carattere dell’opera non può essere trascurato, considerato anche il tenore della produzione ad essa successiva: non soltanto il già citato Gli otto peccati capitali della nostra civiltà – che, a ben vedere, viene pensato da Lorenz proprio come appendice dedicata a quei temi appena accennati ne L’altra faccia dello specchio, e troppo poco “scientifici” per essere approfonditi al suo interno – ma anche testi come Natura e destino (1978) e Il declino dell’uomo (1983) lasciano trasparire la vicinanza dell’etologo – oltre che con quella che si è soliti chiamare “biofilosofia” – con il tema della crisi e del tramonto culturale, che caratterizza molte riflessioni filosofiche del Novecento e che inizia ad essere delineato – seppur ancora dietro la maschera dell’analisi naturalistica –  nelle pagine dedicate alla fisiologia della conoscenza e alla cultura come sistema che può conservarsi ed evolvere solo nel fragile equilibrio dato dai movimenti contrapposti dei suoi elementi di varianza e di invarianza.

Il parallelismo tra evoluzione e cultura – «entrambe imprese per accrescere contemporaneamente sapere e potenza» (p. 295) – è allora funzionale non soltanto alla descrizione positiva dello spirito umano, ma anche delle componenti patologiche che sembrano attanagliarlo con implicazioni sempre più drammatiche. Rifugiandosi nell’abitudine del fisiologo di non vedere nel disturbo patologico «un ostacolo per lo studio del sistema cui esso si riferisce, […] [ma] la chiave che permette di comprendere il senso dei suoi meccanismi» (p. 24), Lorenz può integrare nella sua teoria elementi che, altrimenti, parrebbero essere poco adatti a una lettura dei fenomeni culturali in chiave naturalistica. Fortunatamente, si potrebbe dire: se a rendere un’opera un classico è la sua capacità di acquistare un presente sempre nuovo, L’altra faccia dello specchio la acquisisce proprio in virtù dei suoi frammenti apparentemente spuri. Le considerazioni dell’autore riguardanti le interferenze nella trasmissione delle tradizioni culturali – e gli «identity problems della gioventù attuale» (p. 339) che da queste derivano – e l’incrinarsi del rapporto tra «i valori consacrati dalla tradizione e la curiosità ribelle» (p. 365) – oltre a tutta una serie di riflessioni sulla crescente concorrenza intraspecifica tra gli uomini e sul sempre più marcato allontanamento della “umanità” dal sostrato naturale da cui essa deriva – rendono l’opera più che mai viva, e gli avvertimenti che essa contiene forse ancor più ineludibili per il lettore rispetto a quanto non lo fossero nei primi anni Settanta, in un momento storico in cui questi temi iniziavano appena ad uscire dalla cerchia degli esperti e a colpire la sensibilità del grande pubblico. Inseriti nel contesto di una storia naturale della conoscenza, tali moniti riescono a liberarsi dal vuoto moralismo e dal catastrofismo che accompagnano molte “profezie della fine del mondo”, portando a propria genesi non una ipotesi escatologica, ma la certezza di una deriva patologica dell’uomo e delle sue strutture che non può più essere ignorata. Pur non volendo proporre una propria filosofia della storia – soluzione da Lorenz vista come via di fuga seguita da quanti non riescono a comprendere le potenzialità dell’evoluzione (biologica e culturale) senza riconoscerle un carattere teleonomico – l’autore si dichiara certo che il livello raggiunto dalla cultura impone a questa di passare dal piano dell’analisi a quello dell’autoanalisi. Sulla scia della rivoluzione avviata da Kant – al quale, del resto, si sente legato anche in virtù del fatto di averne ereditato la cattedra di psicologia comparata a Königsberg nel 1939 – l’etologo porta dinanzi al tribunale della cultura la cultura stessa, per accertarne la matrice biologica e studiarne i sistemi di regolazione interni, così da ricondurre all’analisi naturalistica anche quella tendenza al declino, già intuita da Spengler, che sembra accompagnare inevitabilmente le civiltà superiori. La pressione selettiva a cui è esposta l’umanità attuale, esacerbata dallo spegnersi delle capacità creative di una evoluzione culturale ormai incanalata verso il livellamento su scala globale, è allora l’ultimo capitolo di una saga da guardare per intero, sin del suo primo episodio, del quale è protagonista la piccola ameba che con una fuga “paurosa” «si sottrae […] a un effetto nocivo, o si dirige verso uno favorevole» (p. 92).