
COME LA RELIGIONE SI È EVOLUTA E PERCHÉ CONTINUA A ESISTERE [tr. it. M. Olzi, Mimesis, Milano-Udine 2024]
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Antropologo fisico, psicologo evoluzionista, studioso del comportamento dei primati, Robin Dunbar è anche un fine saggista, capace di accompagnare il lettore in un’esplorazione profonda di ambiti differenti mantenendo un sapiente equilibrio tra le diverse discipline di cui si occupa. Nel caso del saggio Come la religione si è evoluta e perché continua a esistere, è la fenomenologia della religione a essere indagata dall’autore, che si propone di rintracciare l’origine della religione e di seguirne le modalità del persistere nelle società contemporanee, anche nelle più apparentemente secolarizzate.
A caratterizzare lo studio di Dunbar è proprio la forte interdisciplinarietà, che combina neurobiologia e scienze sociali, psicologia cognitiva e antropologia evoluzionistica, etnologia ed etologia dei primati, inserendosi in un sentiero tracciato, a partire dagli anni Novanta del Novecento, da diversi studiosi (psicologi, antropologi, biologi, etologi) che hanno proposto l’interpretazione del fenomeno religioso mettendo in campo modelli ermeneutici caratterizzati da una forte interconnessione disciplinare. Basti qui, a questo proposito, ricordare Ara Norenzayan, psicologo evoluzionista autore del saggio Grandi dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo, in cui si sostiene la tesi secondo cui le religioni sono alla base della nascita di società complesse, acquisendo quindi una funzione prosociale, e David Sloan Wilson, biologo evoluzionista secondo il quale la religione è un adattamento di gruppo che favorisce la cooperazione. Nel solco di questa ricca attività di ricerca, Dunbar rintraccia l’origine dei fenomeni religiosi nella peculiare caratterizzazione organico-strutturale del cervello umano e, parallelamente, nella particolarità del funzionamento della mente sociale degli esseri umani; la religione ha accompagnato l’uomo nella propria evoluzione biologica e sociale, anzi ha avuto in essa un ruolo fondamentale, favorendola soprattutto attraverso l’accesso a stati non ordinari di coscienza «responsabili della liberazione di una serie di neurotrasmettitori (in particolare le endorfine) che sono in grado di contrastare gli effetti dello stress sociale, favorendo il benessere fisico e psicologico e aumentando la fertilità» (p. 11), come si legge nella prefazione di Franco Fabbro. In questo senso la religione, intesa come un adattamento evolutivo, ha permesso agli esseri umani di avere accesso a forme di vita sociale complesse (caratterizzate da una forte componente di stress), fungendo da garante del benessere e radicandosi profondamente nella storia evolutiva umana.
Il punto di partenza del libro è l’universalità del fatto religioso: non esistono società umane prive di credenza nel soprannaturale, di rituali collettivi, di narrazioni mitiche. Questa semplice constatazione, che solo a uno sguardo superficiale può apparire banale, rappresenta per l’autore un indizio decisivo: lungi dall’essere un prodotto culturale contingente, la religione affonda le proprie radici nella storia evolutiva umana e, vista la sua onnipresenza e pervasività, deve essere portatrice di un evidente vantaggio adattativo.
Chiarito il punto di vista dal quale l’autore vuole affrontare lo studio del fenomeno religioso, Dunbar identifica il vantaggio adattativo della religione nel suo essere un meccanismo di coesione sociale.
A differenza dei gruppi sociali dei primati, sulla cui evoluzione gli studi di Dunbar si sono concentrati soprattutto negli anni Ottanta, le società umane sono caratterizzate da gruppi di dimensioni molto elevate. Le piccole dimensioni dei gruppi sociali dei primati sono strettamente legate alle dimensioni della neocorteccia cerebrale; allo stesso modo, negli esseri umani il limite numerico di relazioni sociali stabili che un uomo può mantenere si innalza, grazie all’aumento delle dimensioni della neocorteccia, fino a superare il numero di 150 (conosciuto come “numero di Dunbar”), identificato come il limite oltre il quale non è più possibile mantenere relazioni personali dirette.
Emergono a quel punto, nei gruppi sociali umani di grandi dimensioni, problemi di coordinamento, fiducia e cooperazione. Ed è allora che la religione, con i suoi rituali, le narrazioni mitiche e le norme morali genera senso di appartenenza condiviso, fornendo una soluzione a questi problemi e permettendo la formazione e la stabilizzazione di comunità stabili e coese.
Nel capitolo secondo, L’atteggiamento mistico, Dunbar introduce uno dei contributi più originali del saggio, che prenderà spazio anche nei successivi capitoli. Si tratta dell’analisi dei rituali religiosi: nucleo e motore della funziona adattativa della religione è l’esercizio delle pratiche rituali. Danze collettive, canti liturgici, cerimonie di iniziazione, riti di guarigione intervengono con l’attivazione di specifici meccanismi neurobiologici legati alla produzione di endorfine che, oltre ad alimentare il benessere individuale, stimolano la creazione di legami affettivi e la percezione di solidarietà all’interno del gruppo sociale.
In questo senso ogni religione è prima di tutto un potente strumento di coesione sociale; sicuramente prima dei contenuti proposizionali, che si tramutano in dottrina, è importante la funzione delle pratiche di culto: ciò che conta non è tanto in cosa si crede, quanto ciò che si fa insieme (e come lo si fa). Il rituale, più che il contenuto dottrinale, è il cuore pulsante della religione.
Un altro elemento rilevante del libro (affrontato soprattutto nel capitolo V, Cervello sociale, mente religiosa) è l’attenzione alla dimensione cognitiva del fenomeno religioso. L’autore riprende alcune teorie della psicologia evoluzionistica secondo cui l’evoluzione ha «modellato la mente umana in modo da poter interpretare il mondo in termini intenzionali» (p. 114). Il riferimento è principalmente alla teoria dell’atteggiamento intenzionale di Daniel C. Dennett, secondo cui la tendenza del cervello umano a individuare agenti intenzionali anche dove non ci sono (per esempio un fruscio dell’erba che viene interpretato come generato da un predatore, ossia da un agente intenzionale, invece che dal vento) sarebbe all’origine della religione, riconducibile quindi a un sottoprodotto cognitivo dell’atteggiamento intenzionale stesso. La tendenza a cercare nel mondo agenti intenzionali, infatti, avrebbe condotto l’essere umano a intuire l’idea di entità soprannaturali dotate di intenzionalità.
Dunbar rielabora queste teorie integrandole con una prospettiva sociale: la credenza negli dèi non è un semplice sottoprodotto cognitivo, ma un elemento funzionale alla regolazione dei comportamenti all’interno dei gruppi sociali umani. Gli dei, osservatori onniscienti, intenzionalmente agenti ma soprattutto moralmente esigenti, contribuiscono a ridurre i comportamenti opportunistici e a rafforzare la cooperazione e la coesione sociale.
Nel titolo del saggio, accanto all’evoluzione della religione viene citata la sua persistenza: questo peculiare aspetto è presente sottotraccia in ampie parti dell’opera. Rifiutata l’idea, tipica di certa sociologia novecentesca (basti qui ricordare opere come La religione nel mondo contemporaneo di Brian Wilson o la teoria del disincanto del mondo di Max Weber), secondo cui le società contemporanee, caratterizzate da mobilità umana, anonimato e frammentazione dei legami sociali, avrebbero condotto inevitabilmente a una profonda secolarizzazione, Dunbar fa emergere il bisogno fisiologico e sociale tipicamente umano di dotarsi di strumenti capaci di generare senso e coesione. Pur all’interno di società secolarizzate la religione, trasformandosi e riorganizzandosi nel quadro di un declino delle religioni istituzionali, continua a offrire risposte che altre istituzioni non riescono a dare.
Nuove forme di spiritualità, movimenti comunitari, ritualità secolarizzate emergono come alternative funzionalmente analoghe alle religioni istituzionali.
L’interesse dell’opera di Dunbar risiede principalmente nel saper fornire una lettura realmente integrata del fenomeno religioso. La religione (che vede una prima fase animista, tipica delle religioni sciamaniche e immersive, e una seconda fase dottrinale, strutturatasi nelle prime grandi organizzazioni sociali) è parte integrante dell’evoluzione biologica e sociale dell’uomo e si modifica e ristruttura continuamente, partecipando a modellare le comunità e le individualità umane. La continua riemersione della religione nelle società secolarizzate è legata alla sua capacità di dare risposte a bisogni evolutivi fondamentali: per questa ragione la religione, quando tende ad affievolirsi in intensità come forma istituzionale, si riorganizza come spiritualità individuale, che sovente, alla ricerca di un approdo ove trovare le esperienze emotive necessarie al benessere nelle società complesse, si indirizza verso le figure di leader carismatici, che a loro volta danno vita spesso a nuove forme di culto. Ed è così, osservando il persistente intrecciarsi dialettico della religione e dell’evoluzione umana, che Dunbar conclude rivolgendosi alla storia e al linguaggio metaforico: «la storia ci dice che le religioni sorgono e diminuiscono nel tempo con la monotonia del flusso e riflusso della marea» (p. 232).
