CHRONOS Scritti di storia della filosofia [Mimesis, Milano-Udine 2023]

di:

Davide Miccione

Davide Miccione

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La produzione filosofica di un pensatore mette capo a ovvie questioni di contenuti di pensiero ma rimanda necessariamente anche a questioni formali, espressive e, inevitabilmente, al senso della scrittura che ognuno che pensi e scriva (che lo tematizzi o meno) coltiva ed esprime. Diverse sono le tipologie di pensatore che si pongono davanti a noi se consideriamo il senso della scrittura a cui fanno riferimento e, se si procedesse a una ipotetica tassonomia delle scritture per come ciascuno le pensa e le agisce non sempre essa avrebbe qualcosa a che vedere con una più canonica separazione per correnti o matrici filosofiche. Tra queste tipologie vi è, sempre più raro a dire il vero, il creatore dell’Opera filosofica, colui che pensa ad essa come raggiungimento della maggiore perfezione possibile e della massima completezza teorica (Sgalambro indicava in Spinoza l’esempio massimo) e che, nei casi limite, è disposto a limarla e riscriverla più volte. Vi è il reiteratore di contenuti che deve assicurare una presenza continua sul campo della battaglia teoretica o, peggio, pubblicistica. Vi sarebbe anche la mozione di minoranza (che Pierre Hadot ha ben definito nei suoi libri) della scrittura come esercizio spirituale e antropotecnico, come conoscenza e rafforzamento di sé, via intima, ardua e lenta che non ha mai raccolto troppe adesioni.

Però onestà vuole si dica che il grosso dei soggetti produttori di filosofia (come di altre discipline) sembra più che altro spinto e cadenzato dal pulsare della nuova macchina accademico-valutativa, con i suoi ritmi, le sue obsolescenze programmate (dopo un certo numero di anni il testo non “vale” più), con la sua traduzione quantitativa e comparativa che spinge tutti a scrivere di più per ritrovarsi tutti insieme nella medesima impasse ma con un numero medio più grande di scritti in circolazione. Il valore passa così dallo “scritto” allo “scrivere”, quasi che questa mera prassi, senza un telos interno, possa avere un senso e mettendo da canto, ovviamente, la questione della “felicità” espressiva del pensiero, del guadagno teoretico e della necessità “interna” della scrittura.

La pressione selettiva di questo sistema che sembra dover portare o alla irrilevanza della scrittura o a una rumorosa afasia trova una, per chi scrive sorprendente, risposta evolutiva nella scrittura di Alberto Giovanni Biuso, docente di Filosofia Teoretica all’università di Catania, che sembra poter tenere insieme la richiesta di indici di produttività elevatissimi con la ricerca di rilevanza teorica (la giusta pretesa di dare un contributo di pensiero necessario) e felicità espressiva (la ricerca del modo migliore di dire quello che penso e di pensare quello che dico). Come ha risolto Biuso, le contraddizioni del sistema? Diventando un tipo di “scrittore di filosofia” (la formula è ancora sgalambriana) su cui queste contraddizioni non fanno presa e che anzi le fa sembrare del tutto irrilevanti. 

Biuso persegue infatti una sua lettura del mondo altamente teoretica e altamente attivante (una lettura del mondo da cui conseguono posizioni pratiche, spesso felicemente radicali, e che ne discendono necessariamente) di cui la scrittura è elemento costitutivo. Biuso persegue una scrittura come laboratorio di pensiero e di forma. Una scrittura quotidiana dove l’indice elevato di produttività è un semplice effetto collaterale di un corpo a corpo con i materiali (cioè il mondo) che egli porta nella sua fucina di trasformazione: ingenti quantità di combustibile filosofico, culturale, visivo, antropologico, scientifico, che consuma e traduce in una forma attentamente cercata. Biuso riporta così per iscritto le sue note di lettura a opere filosofiche antiche e recenti come a romanzi, teorie, notizie, mostre, performance teatrali o film o analisi dei propri viaggi. Lo fa con assoluta indifferenza verso gabbie disciplinari, declaratorie, persino delle stesse regole base di accreditamento (scrive moltissimo anche sul suo sito o su testate non depositate) a dimostrazione che l’elevata quantità di scritti è, rispetto alla richiesta del sistema, un falso positivo. L’intento è semplicemente quello di pensare e mettere in forma questo pensiero in un movimento che è onnivoro e centrifugo (per eterogeneità di materiali) tanto quanto è selettivo e centripeto nel dedurre da tutto ciò un preciso sguardo sul mondo. Una filosofia aperta ma con un centro attrattivo molto forte, pluralista ma non conciliante. 

Un buon esempio del laboratorio trasformativo di Biuso è costituito proprio da un suo recente volume, Chronos. Scritti di storia della filosofia, uscito per Mimesis nel 2023. Il punto di fusione della fucina è dato in questo caso, e a questo punto non dovrebbe sorprendere, dall’essere degli scritti, come indica il sottotitolo, che mostrano indubbiamente la teoreticità della storia della filosofia (o più ampiamente della storia delle idee) e la storicità della riflessione teoretica (non è del resto in questo chiasmo, quando riesce, uno dei titoli di orgoglio della filosofia europea?). La scelta, ampia per temi (con una significativa presenza di pensatori-artisti, da Eschilo a Canetti) e per cronologia (dal politeismo greco a Eugenio Mazzarella) risente ovviamente delle preferenze di Biuso o, forse meglio, della possibilità degli autori e dei temi di entrare in dialogo fruttuosamente con la sua prospettiva teoretica.

Si principia con gli amati greci, con il loro politeismo e con il loro rapporto con la natura, con Eschilo e con Euripide, ma i greci tornano anche nella seconda parte del volume, attraverso lo sguardo di Nietzsche e nel saggio su Heidegger e Sofocle e su Heidegger e la gnosi. Una frequentazione che fa da “sistema passante” nel pensiero di Biuso congiungendo la questione del limite, l’avversione ai vari dogmatismi (tema entro cui si inserisce il recente Zdanov. Sul politicamente corretto per i tipi di Algra [2024]), il rifiuto di una trascendenza da usare come scalino mimetico (come imitatio dei) per staccarci dalla natura animale vegetale minerale cosmica. Un giro teorico che sembra provare a esorcizzare l’ossessione del “posto nel mondo” per l’uomo. “Prendi un posto qualsiasi” – sembra dirci Biuso – un non-posto che non preluda a un uomo copula mundi ma bensì sia proprio a “un posto qualsiasi”, nella linea di quell’antropodecentrismo che da tempo l’autore persegue e che metta fine all’ansia da prestazione che da qualche millennio ci portiamo dietro, sempre intenti a preparare il nostro destino speciale. È proprio la lezione greca, il paganesimo e il politeismo che ci mette in salvo, secondo Biuso, dalla nostra ignoranza: «ignoranza che si esprime in modo radicale nei monoteismi abramitici, i quali ritengono che un Dio persona, e quindi totalmente antropomorfico, sia ontologicamente separato dalla materia, l’abbia prodotta per un inspiegabile – vista l’autonomia del Dio – atto di volontà e abbia posto uno dei suoi elementi come padrone e signore di tutto il cosmo, vale a dire di ciò su cui nessuna parte del pianeta terra può minimamente influire» (p. 11). 

Il pensiero di Biuso è vario e composto da tanti temi ma profondamente coerente e intento a ricucire gli strappi che l’uomo nella sua millenaria riflessione ha causato. Il politeismo e l’antropodecentrismo si legano, come si vede anche nel saggio su Lucrezio, a una lettura diversa del nostro rapporto con la natura, (un’idea più approfondita può aversi dalla lettura di Animalia, suo volume del 2020 dove riflette sull’antropologia umana attraverso quella animale, cioè il nostro presunto  “altro”), del rapporto tra le diverse culture nessuna delle quali può fregiarsi di un dio “vero” e infine del rapporto tra impermanenza e stabilità che con il monoteismo inclina pericolosamente verso una forma di rifiuto della trasformazione naturale, dunque della morte. Rifiuto che fa il paio con quello della nostra animalità e, appunto, dimentica che «inoltrepassabile è il morire. La morte è un debito che qualunque animale che sia nato deve prima o poi saldare» (p. 49). L’animalità ritorna nel dialogo tra Biuso e i suoi interlocutori: in Lucrezio come già detto ma soprattutto in Machiavelli di cui si analizza, in un paragrafo, “una questione animale” nonché nel saggio su Derrida e Heidegger dove Biuso scrive «animale è una parola di guerra. La guerra che da tempi immemorabili gli umani conducono contro un ambiente che vedono bene essere anche ostile e non apparecchiato per loro» (p. 253).

La filosofia di Biuso è intenta a suturare la realtà senza annegare le differenze. Allo stesso modo sembra condursi il dialogo con i filosofi dei singoli saggi di questo libro e questo aspetto “radunatore” ma plurale si mette in evidenza dei filosofi trattati. Così ci appare anche Platone giacché, scrive Biuso: «il pensiero platonico sembra vivere di una duplice tendenza: da un lato la fiducia nella ragione umana propria del V secolo, dall’altro la disincantata e amara consapevolezza di che cosa sia l’uomo e di quanto poco egli valga. Platone come Achille e Odisseo (dei quali discute nell’Ippia Minore) aveva molte anime e molti strati anche perché le fonti del platonismo sono assai diverse tra di loro: Eraclito Pitagora (e dunque la tradizione orfica), Parmenide, Socrate» (p. 65). Così anche Plotino di cui si accentua la dialettica tra i molti e l’Uno. Così Spinoza, di cui si pone in evidenza, oltre la sua natura di custode della libertà di pensiero, la «tonalità teoretica e insieme prassica con la quale questo filosofo abita il mondo e che deriva sia dal suo carattere sia dalla varietà delle sue fonti: la mistica ebraica; forse l’eretico Uriel da Costa; il suo maestro di latino e di varia umanità Franciscus Van den Enden, certamente Euclide o Descartes; gli stoici. Fonti che vengono pensate e rielaborate sino alla proposta di una tra le più originali e plausibili interpretazioni dell’essere». (pp. 123-124), così infine Nietzsche colto di fronte alla tentazione di essere “tutti i nomi”. 

I pensatori con cui Biuso entra in risonanza vengono dunque osservati in questo lavoro di “riunione” del molteplice e di rispetto per la complessità del mondo. Ma un lavoro di sutura che si rispetti non può essere fatto solo tra elementi affini e, seppur meno frequentemente, il laboratorio di Chronos si apre a riflettere con chi lavora a una geniale raccolta che non vuole essere ricondotta a struttura unitaria (così Biuso legge i francofortesi, ad esempio). Infine, seppur con maggiore teoretica diffidenza, si tenta un dialogo anche con quei pensatori che cercano di blindare il circolo del pensiero come Gentile e Severino. Una scrittura, questa di Biuso che si propone come una sorta di perenne spola, berlinianamente, tra ricci e volpi di cui Spinoza, convinto fautore con parole e opere della libertà di pensiero e al contempo della necessita di «essere compresi nell’intero e coglierne dunque la necessità» (p. 152), potrebbe essere il perfetto simbolo. 

Questo tentativo di ridare al mondo la sua varietà senza che esso appaia come una congerie di elementi irrelati fa sì, non dovrebbe a questo punto stupire il lettore, che Biuso cerchi di spostare la lettura del mondo dall’etica nelle sue varie forme filosofiche e nobili o volgari e recenti (dal manicheismo al moralismo al “correttismo”) all’ontologia; dalla gerarchizzazione tra buoni e cattivi, umani e animali, civilizzati e primitivi, alla fenomenologia. Del resto, ci avverte Biuso, «scrivere di filosofia significa mappare l’intera realtà, l’essere, il divenire poggiandosi sulla materia del mondo e rimanendone però separati da uno strato di teoresi» (p. 272). Avere l’impegno di mappare il mondo e al contempo restarne separato dal pensiero: un compito arduo. E questo compito che richiede un laboratorio di scrittura all’altezza giacché «è la scrittura il nemico della morte» (p. 328). Per visitare questo laboratorio, vasto e ferreamente organizzato e al contempo pieno di sorprese e tuttora in via di ampiamento, Chronos appare come il miglior ingresso.