
ANTROPOLOGIA DEGLI SCHERMI. Mostrare e nascondere, esporre e proteggere [Luiss University Press, Roma 2024]
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Nell’epoca contemporanea del contactless antropologico emblematicamente richiamato ed esposto dalle e nelle transazioni economiche tramite smart card e smartphone la temporalità antropica, intesa tanto come scansione del tempo quotidiano che del riconoscimento identitario e collettivo[1], risulta contrassegnata da uno specifico rapporto, sempre più prossimo, se non anticipatorio-predittivo, tra utenti umani e schermi digitali.
Al giorno d’oggi, difatti, non risulta strano riconoscere che diversi dispositivi digitali e servizi di piattaforme digitali riescano ad anticipare specifiche richieste degli utenti umani di riferimento: dal brano consigliato che si intende ascoltare (Mi legge nel pensiero!) al regalo da fare per un’occasione speciale (Mi conosce e conosce i miei cari meglio di me!), fino ad una pluralità virtualmente infinita di soddisfacimenti libidico-desiderativi realizzati direttamente dalle tecnologie digitali smart.
Quest’ultime, difatti, compongono, predispongono, richiamano e organizzano la dimensione collettiva libidinale degli spazi di vita schermata contemporanea. Basti pensare ad un esempio banale, i social network come proiezione identitario-lavorativa-relazionale in cui ogni utente umano viene chiamato e richiamato a nuova esistenza, o nuova carne per citare Videodrome, ovvero farsi contenuto di riconoscimento informazionale per alimentare l’estrattivismo dati funzionale alla personalizzazione specifica della propria (e altrui) bolla informazionale di riconferma dei bias identitari in un loop, al contempo, orizzontale e circolari di riconferma continua di ciò che si è (Il tuo feed dice chi sei! Mostramelo e ti dirò chi sei!).
Fatto non scontato, il doomscrolling non è pura operazione di brainrot, bensì, soddisfacimento identitario-morale e libidico-neurale delle contemporanee società schermate.
Il news feed, difatti, in stretta continuità con il rapporto libidico-digestivo nella nota sopracitata, si proietta ed è proiettato dal fluire costante e piatta-formato di un circuito integrato tra: a) auto-proiezioni, altresì chiamati contenuti; b) visualizzazioni di utenti altri (umani e non); c) sistemi di raccomandazione algoritmici; d) assistenti digitali e chatbot.
Quest’ultimi, ritornando all’incipit di recensione, sono capaci di avvicinarsi, sempre più morbosamente, alla soddisfazione del proprio utente di riferimento realizzabile tramite profilazioni, simulazioni, correlazioni e personalizzazioni sempre più intimee dettagliate. Ebbene, tale apparente relazione unidirezionale del soddisfacimento del rapporto soggetto (utente) – oggetto (schermi digitali/tecnologie ICT/servizi di piattaforma) risulta quanto mai fallace nel restituire la complessità antropico-agentiva ed etica, nel senso di ethos, in quanto modalità di persistenza e riconoscimento antropico, delle contemporanee platform society[2].
Nel particolare, anche la dicitura utente utilizzata nelle righe precedenti rimanda ad una specifica enunciazione che fa eco ad uno specifico ordine del discorso contemporaneo che, in modo ideologico, suggerirebbe una tranquillizzante primarietà ontologica ed etica degli utenti sui rispettivi devices digitali, ovviamente per questioni di marketing e propaganda tech di rincuoramento dell’utenza.
All’interno di tale ordine del discorso smart-tech, difatti, i dispostivi digitali, essendo apparentemente posseduti dagli utenti di riferimento, abiliterebbero dei contatti e interazioni, sempre più contactless per gli utenti di riferimento (Basta la voce! In principio fu il verbo!) ma sempre più in contatto, smart-connessi tra loro[3], realizzando, nel rovescio materiale della campagna pubblicitaria ideologica costante di un mondo iperconnesso, un impercettibile contatto senza soluzione di continuitàtra dispositivi e piattaforme digitali che, per costituzione ontologica e modelli di business, non solo esondano le capacità percettive e cognitive antropiche, bensì, richiedono e richiederanno sempre più assistenza smart e abbonamenti/affitti ad aziende tech per sopperire alla richiesta di produzione improduttiva della catena di montaggio digitale servita tramite app.
Già questo breve aggancio introduttivo, seppur apparentemente sgangherato, alla recensione del testo di Mauro Carbone e Graziano Lingua su “Antropologia degli schermi. Mostrare e nascondere, esporre e proteggere” tradisce una specifica serie di fronti investigativi emergenti e squadernati dal testo, ovvero: a) il rapporto tra utenti e schermi nell’epoca contemporanea; b) cosa si intenda con schermo e cosa c’entri il rapporto precedentemente introdotto tra il vedere e il pre-vedere (anticipare) nelle contemporanee società schermate; c) le inedite possibilità di esposizioni e protezioni derivanti dalle nuove forme di contatto sempre più apparentemente contactless, ovvero, trasparenti, light, smart e, ancora, apparentemente senza attrito tra utenti-schermi-ambienti digitali; d) le ideologie e i discorsi abilitanti l’asimmetria di potere tra gli utenti predisposti all’interazione con le tecnologie digitali e le aziende/ piattaforme di distribuzione dei prodotti e servizi accessibili tramite gli schermi.
Approfondendo tale cornice critico-problematica, pertanto, in stretto contatto tra il mostrare, il vedere, l’esporre, il proteggere e il computare, ovvero, eseguire comandi, Carbone e Lingua esaminano gli schermi contemporanei e non in quanto «dispositivi di azione, capaci di orientare globalmente le nostre interazioni sociali e di riconfigurare radicalmente il rapporto con gli spazi, vicini e lontani, con cui ci relazioniamo» (p. 136).
Il tema incipit della recensione, ovvero quello della sempre più prossima ibridazione di soddisfacimento libidico-digestiva tra superfici di contatto organico-antropiche e schermi, difatti, emerge e si colloca in una delle prospettive teorico-critiche più delicate del testo di Carbone e Lingua, ovvero, la capacità degli schermi di operare «in quanto quasi-soggetti» (p. 16).
In piena continua con lo sviluppo sinergico tra schermi digitali e interfacce apparentemente contactless presentate in avvio di recensione, non a caso, gli autori interpretano, all’interno del loro lavoro, il corpo come proto-schermo originario, ovvero, in continua origine, significazione, estensione e ibridazione in quanto interfaccia organica[4] di mediazione tecno-organica tra collettività umane e mondo: «l’essere umano ha progressivamente esteriorizzato le funzioni schermiche in oggetti tecnici prodotti per esporsi al mondo e insieme proteggersi da esso» (p. 136).
Approssimando tale schermatura centrale del lavoro bisogna, tuttavia, contestualizzare storicamente la gestazione produttiva del testo di Carbone e Lingua che, non a caso, si situa in uno specifico momento schermico-traumatico della specie Sapiens, la pandemia di covid-19: «la pandemia, imponendoci uno scioccante ricorso di massa agli schermi, ha dato evidenza a un insieme di funzioni che in realtà essi esercitavano fin dai primordi della vicenda umana» (p. 135), «l’esperienza dei confinamenti ci ha infatti insegnato che gli schermi non sono – ne sono mai stati – semplici superfici utili a mostrare o nascondere certe porzioni del visibile e, magari, tra loro intrappolarci […] in ogni epoca gli schermi hanno operato una certa distribuzione del visibile e dell’invisibile (storicamente, culturalmente e tecnologicamente variabile), a essa esponendoci e insieme da essa proteggendoci per evitarcene la portata eccedente, in ogni caso istituendo relazioni e perciò consentendo o impedendo azioni, comunque aprendo esperienze mediate» (pp. 9-10).
Il lavoro di Carbone e Lingua, pertanto, emerge, a sua volta, in quanto schermo di esposizione e protezione da uno stato d’eccezione inedito delle corporeità schermiche contemporanee (la pandemia covid, appunto), ereditando ed esorcizzando il trauma collettivo, sviluppando e proponendo una pragmatica delle esperienze schermiche (p. 139): «ci troviamo continuamente chiamati a interagire con superfici schermiche – elettroniche, digitali e persino […] organiche – operanti quali peculiari ‘quasi-soggetti’, dotati di una propria composita agentività […] essendo gli schermi interfacce che istituiscono relazioni, tale pragmatica è chiamata a misurarsi con i riflessi di quell’ontologia della relazionalità dividuale, innestata appunto di agentività non umane o postumane» (pp. 139- 140).
Questo punto permette, si spera, di chiarire i temi dell’aggancio introduttivo proposto ad inizio recensione che emergevano dall’ascolto dell’obiettivo costitutivo del testo di Carbone e Lingua, ovvero, il reimparare a vedere gli schermi come fertile possibilità del rileggere e re-interpretare la condizione antropologica contemporanea.
Avendo circoscritto uno dei plurimi obiettivi del testo, che non possono essere pienamente attraversati in questa sede, la pragmatica proposta dagli autori si sviluppa attraverso un’analisi degli schermi non in quanto oggetti di utilizzo in funzione dell’utente, bensì, in quanto pratiche e relazioni specifiche degli utenti con sé stessi e gli altri, nel continuo aggiornamento di riconoscimento identitario e collettivo delle società schermate contemporanee.
Difatti, l’intero lavoro di Carbone e Lingua realizza la propria indagine sulle esperienze schermiche, a fronte de «l’importanza crescente che gli schermi hanno acquisito con la svolta digitale» (p. 135) implementando, a propria volta, una serie di dualità dialettiche schermiche, non dualistico-esclusive e/o ontologicamente gerarchiche, in continuità epistemologica all’ontologia relazione non deterministica degli schermi digitali abilitanti l’interazione tra soggetti umani, agenti artificiali e ibridi, ambienti smart-digitali: «abbiamo lavorato su due coppie di funzioni tra loro intrecciate – mostrare/nascondere ed esporre/proteggere – che ci sono sembrate costituire la struttura antropologica fondamentale delle esperienze schermiche» (p. 136).
Ed è proprio nel punto di contatto tra visione ed esposizione, mostrare e proteggere, che il lavoro, in continuità al trauma storico di gestazione dell’opera, al contrario di ogni prospettiva imagocentrica (p. 11, p. 136), interpreta gli schermi in quanto relazioni e funzioni che «sollecitano non soltanto la visione, bensì la totalità del sensorio umano, coinvolgendo il nostro corpo nella sua interezza» (p. 136).
Il corpo, difatti, come anticipato, viene letto dagli autori come primo proto-schermo (p. 20) e interfaccia organicaprimaria di ogni possibile mediazione tra esseri umani (identità collettive) e mondo (alterità).
Questo passaggio permette di comprendere il perché, in fase di avvio di recensione, si è insistito sulla stretta continuità che intercorre e interessa le contemporanee condizioni di temporalizzazione esisteziale antropica contrassegnate dalla stretta interattività del mutuo touchscreen tra utenti e schermi di esposizione e protezione digitale.
Quest’ultimo rapporto, sempre più prossimo, vale la pena evidenziarlo, riguarda tanto il versante di superficie mutuale tra gli utenti in richiesta di riconoscimento e soddisfazione libidica sulle piattaforme e gli schermi di accesso al riconoscimento e soddisfacimento, tanto, la subface degli utenti oscurati e sguazzanti nel deep web/dark web o nell’anonimato voyeurismo social.
È interessante notare che l’opacità della subface degli schermi costantemente investigata dagli autori nelle contemporanee società schermata risulta faccia speculare della catena di montaggio dell’estrattivismo dati delle piattaforme ontologicamente ed epistemologicamente impercettibili per gli utenti umani aventi accesso ma non detentori dei mezzi di produzione digitali.
Questa serie di questioni fin qui accennate attraverso il testo di Carbone e Lingua con una raffinatezza, ampiezza e specificità di difficile restituzione per una recensione, pertanto, qui si intende esclusivamente riportare alcuni passaggi macroscopici del testo.
I primi tre capitoli del lavoro, in particolare, offrono una genealogia dei diversi angoli e tessiture della cornice critico-problematica fin qui richiamata occupandosi nel particolare del rapporto concentrico tra: 1) Poteri dell’arci-schermo; 2) Schermi come protesi del nostro corpo; 3) Immagini e parole. Funzioni schermiche e tecnologie dell’espressione. In tale ottica, gli autori giustificano una strutturale centralità di mediazione atavica degli schermi (dal corpo biologico agli artefatti inorganici) nelle storiche e pre-storiche strutturazioni di senso antropico adoperando il concetto di arci-schermi inteso come «principio transistorico che coinvolge non solo la coppia di funzioni appena nominata [mostrare e nascondere], con cui normalmente gli schermi vengono identificati, ma anche quella che consiste nell’esporre e insieme nel proteggere […] le due coppie di funzioni, insomma, a vicenda si implicano indissolubilmente senza meramente sovrapporsi» (p. 20).
La co-strutturazione storico-ibridativa tra corpo come proto-schermo e artefatti inorganici prosegue, nella genealogia proposto dagli autori, fino agli schermi contemporanei delle tecnologie digitali, in stretta continuità all’obiettivo fondativo del testo nel realizzare “una ricerca transdisciplinare che si concentri sullo studio non degli schermi, ma delle esperienze schermiche multimodali presenti e prossime venture, nella convinzione della loro perdurante centralità e della loro decisiva influenza sul più ampio raggio delle nostre interazioni sociali” (p. 16).
Il capitolo 4 e 5, invece, argomentano e circoscrivono le ricadute etico-politiche tra “l’ideologia della trasparenza 2.0” in quanto richiesta di progressiva trasparenza e tracciabilità degli utenti negli ambienti digitali e l’adattamento degli organi antropico-biologici in quanto schermi di proiezioni specifiche analizzati nel capitolo “Schermi sarete voi”. È interessante notare l’arco narrativo e il processo dialettico, suggerito da questi due capitoli, tra le ricadute materiali dell’ideologia della trasparenza (ovvero, il progressivo adattamento inorganico delle corporeità antropiche in schermi) e l’idealizzazione dello sfruttamento (la tracciabilità degli utenti è per il loro bene: personalizzare i servizi).
Il lavoro si conclude con una proposta in dieci punti “per un’etica degli schermi” sulla base della tesi secondo cui gli schermi «investendo e riplasmando la percezione e affettività, modi di conoscenza e modi di pensiero, non possono che intrecciarsi alle pratiche quotidiane con cui orientiamo le nostre scelte e ci costruiamo in quanto singoli e in quanto comunità» (p. 137).
Le questioni etiche vengono proposte dagli autori non a partire da una prospettiva moralistico-prescrittiva, bensì, attraverso una perimetrazione di specifiche criticità che contraddistinguono le contemporanee interazioni e condizioni schermico-antropiche.
Nel particolare è possibile selezionare alcuni passaggi della proposta in dieci punti fornita dagli autori:
1) Screen Time: «L’idea di un uso responsabile degli schermi non può quindi esaurirsi nel fissare un tempo per il loro utilizzo, ma rimanda piuttosto alla qualità degli stili di vita con cui ci rapportiamo a essi» (p. 139). Questa tesi intende decostruire qualsiasi impostazione di etica prescrittiva nella regolazione dei tempi di utilizzo degli schermi in quanto soluzione fallace poiché teoricamente e logicamente errata rispetto alla problematica che intende risolvere.
2) Pragmatica delle esperienze schermiche: «La proposta di un’antropologia degli schermi si motiva proprio a partire dalla qualità delle pratiche in cui essi ci coinvolgono […] per sviluppare tale proposta occorre concentrarsi non tanto sugli oggetti, quanto sulle funzioni che entrano in gioco nelle nostre esperienze schermiche» (p. 139). A sostegno della tesi precedente, difatti, le questioni poste non riguardano l’oggetto in sé (gli schermi digitali), bensì, le funzioni e le relazioni abilitate da questa fase schermico-antropica.
3) Soglie operazionali: «da sempre gli schermi sono stati soglie di contatto e transizione, operando come confini porosi di mediazione tra dimensioni differenti del nostro stare al mondo. Anche sotto questo aspetto il passaggio al digitale ha quindi evidenziato e accentuato un loro carattere di lunga durata […] lo statuto degli schermi quali vere e proprie soglie operazionali[…] negli ambienti digitali le macchine reagiscono infatti alla stessa reazione dell’utente, innescando una dinamica interattiva che perdura per tutto il loro utilizzo» (p. 140). Punto di sintesi delle due tesi precedenti.
4) Immediatezza/mediazione: «abbiamo mostrato come gli oggetti digitali, e in particolare quanto identifichiamo come “immagini”, abbiano una natura doppia. Per un verso, essi si offrono alla percezione umana come visibile surfaces, per l’altro risultano costituiti da una subface logico-macchinica non direttamente percepibile, in cui avviene il lavoro computazionale che genera la visibilità della surface. È chiaro che tanto meno questo lavoro risulterà percepibile, quanto più la superficie pixellata dei nostri dispositivi ci apparirà “trasparente”»(p. 141), «quella che abbiamo chiamato “Trasparenza 2.0” nasconde però opacità di vario tipo […] porta con se il peso di nuove forme di potere che sfruttano la retorica della disintermediazione […] prendere coscienza del carattere fondamentalmente ideologico dell’imperativo della trasparenza assoluta è quindi decisivo per risultare meno vulnerabili alle sfide etico-politiche che ci pone costantemente il dispositivo socio-culturale in cui siamo avviati a vivere» (p. 141). Questa tesi decostruisce l’ideologia della trasparenza 2.0 precedentemente accennata.
5) Processi di soggettivazione: «La mole dei dati personali che affidiamo al web ci espone certo alle dinamiche della sorveglianza e dello sfruttamento economico, ma le vere e proprie forme di confessionalità che si adottano sugli schermi possono anche promuovere pratiche di soggettivazione che consentano di appropriarsi discorsivamente delle proprie identità. Essere presenti sui social network costituisce infatti per molti, specialmente giovani e giovanissimi, una importante occasione di socializzazione, facilitata dalla funzione protettiva degli schermi» (p. 142). Tesi che insiste sullo sviluppo di nuove soggettivazioni possibili a partire da una presa di coscienza critico-relazionale dell’antropologia degli schermi contemporanei.
6) Controllo e cura: «Occorre individuare con esattezza quale sia il terreno su cui si colloca lo scontro politico relativo ai media digitali, al di qua di ogni ingenua e astratta rivendicazione di libertà, ma anche di ogni forma di determinismo tecnologico. Per comprendere le potenzialità e i pericoli di carattere etico, sociale e politico legati alla svolta digitale, occorrerà dunque individuare con precisione gli aspetti sui quali è possibile operare e le tendenze emergenti che, generando resistenze dal basso o a livello istituzionale, possono proporre alternative realistiche» (p. 143). Vengono fornite prospettive su possibili punti di intervento di resistenze al capitalismo di sorveglianza quale struttura materiale dell’ideologia della Trasparenza 2.0.
7) Resistenza e resa: «In seno a ogni dispositivo socio-culturale, anche del tipo di cui stiamo parlando, possono prodursi comportamenti imprevisti e devianti, fenomeni di resistenza, azioni di contro-potere, magari eversive (per la nostra epoca pensiamo a movimenti come Anonymous o a organizzazioni come WikiLeaks) inevitabili zone occulte (oggi, tipicamente, il deep o dark web)» (p. 144). Vengono forniti specifici esempi di forme di resistenza o resa al capitalismo della sorveglianza.
8) La narrazione del dividuale: «Occorre insomma mettere in questione la narrazione – o, come l’abbiamo chiamata nel quarto capitolo insieme a Régis Debray, l’ideologia, – dell’individuo che appare sempre meno sostenibile all’interno del dispositivo socio-culturale che ci va avvolgendo» (p. 144). Vengono ipotizzate nuove forme di superamento del concetto di individuo attraverso la prospettiva del dividuale ripresa da Deleuze.
9) Nuove forme di identità: «Riteniamo che il rapporto con le tecnologie digitali imponga oggi di ragionare nei termini di una costante integrazione e negoziazione tra dividuale e individuale […] certo, i dati che ognuno dissemina online entrano in processi di dividualizazione predatoria, in cui vengono sezionati e organizzati per essere sfruttati economicamente o politicamente. Tuttavia non si può dimenticare anche l’altra faccia della medaglia: questi stessi dati vengono anche restituiti a ciascun utente sotto forma di informazioni «personalizzate” che possano rivelarsi estremamente importanti e a volte vitali» (p. 147). Vengono valutati possibili sviluppi di inedite identità post-individuali.
10) Nuove forme di socialità: «proponendo la nozione di relazionalità dividuale per leggere la vita tra e tramite gli schermi nonché le sue più ampie implicazioni sulla nostra socialità, vogliamo evidenziare come quelle dinamiche finiscano per produrre anche significative potenzialità di liberazione da certe fondamentali ruolizzazioni che Appadurai vede complementari alla nozione di individuo» (p. 149). Si discutono possibili sviluppi di inedite forme di socialità.
La presente recensione, avendo circoscritto parzialmente le dinamiche costitutive e argomentative del lavoro, intende concludersi ponendo attenzioni finali sulle tematiche racchiuse nel capitolo 5 dal titolo “Schermi sarete voi. Da corpi con protesi a corpi come ‘quasi-protesi’?” (p. 114).
Entrando nello specifico, è possibile evidenziare il tema delle tecnologie indossabili (p. 114) come segnale di una possibile interiorizzazione tecnologica delle contemporanee condizioni schermico-antropiche attraverso l’uso di certi «organi del nostro corpo (l’occhio o la pelle, per esempio) come componenti aggiuntive di artefatti tecnologici, più precisamente digitali, virtualmente connessi e ancora una volta principalmente centrati sulla visione o comunque tali da coinvolgerla» (p. 115).
Attraverso tale prospettiva Carbone e Lingua propongono di «qualificare quegli organi, quanto sottoposti a tale uso, come “quasi-protesi” dei relativi artefatti, dove il prefisso “quasi-” vuole evidentemente segnalare non già una loro proprietà costante, ma un loro modo temporaneo d’esistenza» (p. 115).
Nel paragrafo specifico «la nostra retina come quasi-protesi e il mercato degli sguardi» (p. 115), difatti, gli autori utilizzano come caso studio i prodotti “Google Glass” che sfruttano una tecnologia basata sulla “retinal projection”: «il nostro occhio viene fatto funzionare come schermo di proiezioni […] le tecnologie di tracciamento oculare consentono di determinare dove il vedente tracciato stia guardando, cosa stia guardando e per quanto tempo il suo sguardo si stia soffermando su un punto o una zona dello spazio» (p. 118).
Il punto centrale richiamato fin da inizio recensione, nel rapporto sempre più prossimo e apparente immediato contactlesstra utenti umani e schermi digitali, pertanto, contrassegna, secondo gli autori, il contemporaneo regime di visibilità entro cui «proprio la visibilità è diventata la principale posta in gioco economica e politica del capitalismo globalizzato» (p. 119).
Tale passaggio permette di chiudere la presente recensione richiamando l’incipit introduttivo sul sempre più prossimo azzeramento della distanza tra il vedere antropico e la predittività macchinica come contrassegno specifico delle contemporanee e future (?) condizioni schermo-antropico delle platform society.
All’interno di quest’ultime, difatti, l’interazione-alimentazione sempre più prossima tra utenti e schermi alimenta il rapporto complementare tra: a) esposizione alla datificazione; b) vedere ed essere visti (datificati) in quanto mutuale riconoscimento identitario schermico-digitale.
Il punto centrale tra questi due fronti schermati, pertanto, pone in essere una inedita problematica sul come e da cosa gli utenti umani si proteggono quotidianamente: si proteggono dal peso della realtà informazionale e l’overload informativo troppo complesso e caotico? Si proteggono dal riconoscersi al di fuori dell’apparentemente assenza di attrito degli schermi contactless?
Il lavoro di Carbone e Lingua, in tale ottica, risulta un quanto mai florido e fertile invito per ripensare le nostre interazioni e costituzioni schermiche quotidiane per comprendere a che tipo di esposizioni e protezioni intendiamo con-segnarci e che tipo di schermi vogliamo e non vogliamo diventare.
[1] In continuo aggiornamento e sempre più in realizzazione tramite lo scambio di memorie digitalizzate, individuali e collettive, esteriorizzate ed interiorizzate tramite supporti tecnici e dispositivi digitali biometrici che scandiscono le quotidiane attività biologiche degli utenti umani: dal suono della sveglia mattutina al controllare lo smart calendar prima di andare a letto, nell’intermezzo dell’ininterrotto aggiornamento automatico delle memorie digitali condivise sui social, passando per le newsfeed social e le chat di messaggistica “privata” fino ai consigli degli assistenti digitali sul cosa e come mangiare, per arrivare allo scrolling e doomscrolling digestivo come momento di distensione, ansia auto-indotta e svago apparentemente improduttivo pur fruttuosissimoper le piattaforme di filodiffusione dei canali mediatici di riconoscimento digitale contemporaneo. Gli esempi sulla scansione biologico-temporale antropica contemporanea, sempre più assistita da tecnologie digitali, risultano potenzialmente infiniti. Per una circoscrizione sulla questione libidinale e digestivo-libidica tra umani, schermi e tecnologie è possibile far riferimento a due film capolavori del regista canadese David Cronenberg: Videodrome (1983), Crimes of the Future (2022).
[2] «Il termine si riferisce a una società nella quale i flussi di traffico sociale ed economico sono sempre più spesso convogliati da un ecosistema globale di piattaforme online (prevalentemente aziendali), guidato da algoritmi e alimentato da dati», in J. van Dijck T. Poell M. de Wall, Platform society. Valori pubblici e società connessa (2018), tr. it. Guerini Scientifica, Milano 2019, p. 27
[3] Ovvero nel macro-sistema interconnesso smart dei dispositivi digitali connessi alla rete, ovvero, connessi in un rapporto fisico tra loro seppur non empiricamente riscontrabile dalla percezione organico-coscienziale degli utenti.
[4] «Insomma, anziché semplici superfici, gli schermi hanno sempre funzionato da interfacce» (p. 10).

