NORME DELLA VITA, TECNICA DELLA CURA. Canguilhem e Stiegler di fronte alla medicina digitale

di:

Nicolò Giuseppe Cuccia

Nicolò Giuseppe Cuccia

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Table of contents

  1. Introduzione
  2. Il normale non si normalizza
  3. Stare nel mezzo: il milieu tra organismo e tecnica
  4. Veleno che guarisce, rimedio che avvelena
  5. Competenze senza sapere: il clinico nell’era algoritmica
  6. Ri-normarsi raccontando: dalla proletarizzazione alla cura
  7. Conclusione

Abstract

NORMS OF LIFE, TECHNIQUE OF CARE. CANGUILHEM AND STIEGLER CONFRONTING DIGITAL MEDICINE The following article proposes a reinterpretation of digital medicine through a comparison of Georges Canguilhem and Bernard Stiegler, focusing on the normativity of the living in contemporary technical-clinical contexts. The digitization of care is interpreted in a pharmacological sense: both a therapeutic resource and a factor in the proletarianization of medical knowledge and the patient’s way of life. Within this framework, narrative medicine is reimagined as the pure art of living, capable of reopening a space for renormation within the pathological experience. KEYWORDS: Digital Medicine, Canguilhem, Stiegler, Normativity, Proletarization, Care.

1. Introduzione

La medicina contemporanea è attraversata da una trasformazione che investe al tempo stesso gli strumenti e la struttura dell’esperienza clinica. L’introduzione su larga scala delle cartelle cliniche elettroniche (EHR) e dei sistemi algoritmici di supporto decisionale – come l’IA diagnostica – non si è limitata ad aggiungere un nuovo livello tecnico alla pratica medica, ma ha profondamente riconfigurato tempi, spazi e priorità del lavoro terapeutico, riallocando una parte crescente dell’attenzione percettiva e decisionale del medico sulle interfacce digitali e sugli output automatizzati. Studi sistematici[1] mostrano come i medici lavorino ormai stabilmente tra le 60 e le 80 ore settimanali, dedicando una parte significativa di questo tempo – spesso a casa, o anche in orari serali – alla gestione della Cartella Clinica Elettronica, con un aumento marcato dei sintomi di burnout ed esaurimento emotivo correlati al cosiddetto EHR home time[2]. Parallelamente, la diffusione di dispositivi di telemonitoraggio, app sanitarie e sistemi di sorveglianza digitale trasforma l’essere umano in una sequenza continua di dati, riconducendo la vita del paziente a flussi di parametri misurabili confrontati con standard di normalità computazionale. Da ciò deriva inoltre un riequilibrio dei rapporti di potere a favore di istituzioni e piattaforme[3]. Tuttavia, un tale assetto non è riducibile a un esito esclusivamente negativo; in alcuni contesti, il monitoraggio algoritmico produce risultati clinici migliori o più tempestivi rispetto al solo controllo umano, mostrando come la tecnica possa costituire non solo un fattore di alienazione patologica, ma anche una risorsa terapeutica di notevole rilievo[4]. Proprio questa ambivalenza – che Bernard Stiegler descrive nei termini di un pharmakon, insieme veleno e rimedio – rende insufficiente sia la celebrazione ingenua della medicina digitale come progresso neutro, sia la sua denuncia come dispositivo di controllo biopolitico[5].

Parallelamente, la tradizione inaugurata da Georges Canguilhem ricorda che categorie come normale e patologico coincidono raramente con una norma da intendersi come media statistica, rinviando piuttosto alla capacità del vivente di istituire regole di esistenza e di modulare il proprio rapporto con l’ambiente circostante. Le pagine che seguono propongono una lettura della medicina digitale attraverso il confronto tra Canguilhem e Stiegler, con l’intento di superare la dicotomia manichea tra apologia tecnica e rifiuto luddista, mostrando come in questo campo si intreccino processi di proletarizzazione del sapere clinico a nuove possibilità di cura e di rinormazione.

2. Il normale non si normalizza

Il gesto teorico inaugurale di Canguilhem consiste nel sottrarre la definizione del patologico alla tradizione medica ottocentesca, che lo riduce a una semplice variazione o devianza quantitativa rispetto alla norma. A partire dal XIX secolo, infatti, il termine «normale» viene già impiegato per designare «lo stato di salute organica»[6]. È a partire dalla critica mossa alla medicina della biometria di Comte e Broussais[7], che Canguilhem mette in luce l’inconsistenza puramente descrittiva di categorie oppositive come eccesso e difetto, salute e malattia, normale e patologico, vita e morte: ognuno di questi termini descrive processi instabili attraverso cui l’organismo ridefinisce il proprio rapporto con il mondo.

Il normale non è un fattore neutro, è il prodotto della normatività biologica, ovverosia di quel processo per cui il vivente non si limita ad adeguarsi a norme date, ma ne produce di nuove attraverso il proprio confronto con condizioni – favorevoli o sfavorevoli – entro la costitutiva precarietà della vita stessa. Quest’ultima diviene pensabile nei termini di una polarità dinamica e assiologica, all’interno dei cui confini il normale e il patologico designano modalità differenziali della capacità di creare nuove regole da parte del vivente.

Se si riconosce che la malattia sia una sorta di norma biologica, questo comporta che lo stato patologico non possa essere detto anormale assolutamente, ma anormale in relazione a una situazione determinata. Reciprocamente, essere sano ed essere normale non sono del tutto equivalenti, dal momento che il patologico è una sorta di normale[8].

La vita passa dall’essere concepita nella sua passività, in quanto indifferente alle proprie condizioni di esistenza, a essere matrice di valutazione attiva, che privilegia alcune vie di realizzazione, rigettandone altre e istituendo rapporti differenziali con il proprio ambiente. In tal senso, possiamo dire che «l’uomo è sano in quanto è normativo in relazione alle fluttuazioni del proprio ambiente»[9] e che la salute può coincidere solo con la capacità di affrontare le variazioni dell’ecosistema del vivente senza collassare, ridefinendo di volta in volta le proprie norme di esistenza[10].

Dunque, i concetti di norma e normatività possono essere ricostruiti alla luce della relazione dinamica tra organismo e ambiente, ed è proprio in questo orizzonte che acquista pieno significato l’idea secondo cui «lo stato patologico può essere detto, senza che ciò suoni assurdo, normale nella misura in cui esso esprime un rapporto con la normatività della vita»[11]; la malattia diviene così un’altra forma di organizzazione della biologia dell’organico, più rigida, più vulnerabile, certamente meno aperta alla variazione, ma non per questo riducibile a un semplice deficit.

3. Stare nel mezzo: il milieu tra organismo e tecnica

La normatività non si esercita nel vuoto: l’organismo istituisce norme sempre in rapporto a un milieu, ovverosia alla «maniera universale e normativa di cogliere l’esperienza e l’esistenza degli esseri viventi»[12]. Nell’essere umano, in particolar modo, il milieu è sempre già intessuto di dimensioni tecniche, storiche, sociali e culturali. Canguilhem lo riconosce esplicitamente quando osserva che l’ambiente umano è un ambiente valorizzato, trasformato, mediato da strumenti, istituzioni e pratiche che, oltre ad accompagnare la vita, partecipano attivamente alla sua organizzazione: «Il milieu è veramente un puro sistema di rapporti privo di supporti»[13].

L’ambito circostante non è altro che l’Umwelt[14] dell’uomo, cioè il mondo abituale della sua esperienza prospettica e pragmatica, un mondo già orientato, selezionato e investito di significato:

Bichat diceva che l’animale è abitante del mondo mentre il vegetale lo è soltanto del luogo che lo ha visto nascere. Questo pensiero è ancora più vero per l’uomo. L’uomo è riuscito a vivere in tutti i climi, è l’unico animale […] la cui area di espansione coincida con le dimensioni della terra. Ma soprattutto, è quell’animale che, tramite la tecnica, riesce a modificare dall’interno anche l’ambiente della propria azione. In tal modo, l’uomo si rivela come la sola specie capace di variazione[15].

Su questo sfondo la questione della tecnica acquista rilievo filosofico, perché se il milieu umano è strutturalmente valorizzato e orientato, la tecnica può dunque essere pensata, fuori da ogni concezione che la collochi come altro rispetto alla vita, quale dimensione originaria del dispiegarsi del vivente, nella sua costituzione ontogenetica[16].

Emanuele Clarizio ha mostrato come questa prospettiva si radichi nella tradizione della «filosofia biologica della tecnica» – inaugurata da Bergson e poi sviluppata da Canguilhem –, secondo cui l’invenzione tecnica si configura in qualità di funzione biologica dell’organismo, vale a dire come prolungamento evolutivo orientato a rispondere alle esigenze vitali mediante la modellazione della materia ambientale[17].

Quando il vivente crea uno strumento, ne esteriorizza una capacità biologica: lo strumento prolunga un potere già inscritto nel rapporto tra organismo e ambiente. La freccia diventa così il prolungamento dello sguardo e del braccio, mentre la lente artificiale è l’estroflessione dell’occhio, e un dispositivo diagnostico appare – quantomeno in linea di principio – come un’estensione della capacità di attenzione e di analisi del clinico[18]. Interpretare la medicina digitale in senso canguilhemiano significa, pertanto, interrogare l’emergere di un nuovo milieu tecnico della clinica e superare l’idea che essa consista in una mera sommatoria di strumenti giustapposti dall’esterno alla relazione terapeutica, per quanto essi possano rivelarsi utili.

4. Veleno che guarisce, rimedio che avvelena

Il problema emerge, infatti, quando l’esteriorizzazione tecnica acquisisce autonomia e tende a rovesciare il rapporto originario che la rende possibile. Proprio perché la normatività si esercita sempre in rapporto a un ambiente tecnico, le trasformazioni radicali di quest’ultimo non possono essere relegate a uno sfondo occasionale o indifferente rispetto all’agire del vivente. Quando la tecnica cessa di funzionare da mediatore assumendo il ruolo di norma, il vivente rischia di adattarsi a dispositivi le cui logiche non contribuisce più a istituire.

Qui si inserisce la riflessione di Bernard Stiegler, la cui prospettiva organologica aiuta ad approfondire in che modo gli organi biologici, gli organi tecnici e gli organi sociali si co-determinano reciprocamente[19]. La nozione di proletarizzazione – che Stiegler riprende e rielabora a partire dal vocabolario economico marxiano – designa tale processo di disabilitazione progressiva delle capacità umane:

È proletarizzato colui il quale perde il proprio sapere: il produttore proletario perde il suo saper-fare, passato nella macchina, e diviene pura forza lavoro; il consumatore proletario perde il suo saper-vivere, divenuto modo di impiego e non è più che un potere d’acquisto. […] il capitalismo appare qui come ciò che tende a liquidare tutte le forme di sapere, a produrre entropia e disgusto, nonché a rendere il mondo insipido. Si vede così che, se le industrie cognitive mettono il sapere al servizio esclusivo dell’economia, le industrie culturali hanno trasformato le arti e le lettere in puro divertissement […][20].

La proletarizzazione del sapere vero e autentico è la perdita universale di savoir-fairesavoir-vivre e persino di savoir-théoriser, provocata dall’automazione tecnologica e dall’esternalizzazione del sapere in hypomnèmata terziari, all’interno di un processo ciclico di ritenzione mnemonica che la tecnica interrompe come pharmakon ambivalente. L’inadeguata appropriazione critica di tale processo, privato di riconfigurazione costruttiva degli apparati psichici e collettivi, genera una dissociazione insanabile, nella quale – come lo stesso Stiegler esemplifica riprendendo un’osservazione di Jean-François Lyotard – il sapere si oggettiva in codici e protocolli, mentre il soggetto sapiente si svuota della capacità di comprenderlo e criticarlo in chiave trasformativa[21].

In una società iperindustriale come quella contemporanea, «persino le classi dirigenti si sono completamente proletarizzate perché non esiste più il sapere», sostituito, quest’ultimo, da competenze frammentarie asservite alla logica sistemica. In un articolo pubblicato su Radical Philosophy[22], Solange Manche sottopone a un’attenta critica la ricezione stiegleriana del marxismo, evidenziando le aporie di una filosofia della tecnica che – secondo Manche – seppur debitrice di Marx, finisce per isolare la dinamica della proletarizzazione dal motore capitalistico dell’accumulazione. Manche contesta la periodizzazione stiegleriana in quanto questa privilegerebbe l’innovazione tecnologica come forza motrice storica a scapito delle determinazioni economiche. Tale analisi rafforza, tuttavia, la nostra ipotesi: la proletarizzazione stiegleriana, per quanto suscettibile di critiche dato il suo scarto dall’analisi economicista marxiana, rende manifesto il processo di cattura tecnico-economica del giudizio clinico nella medicina digitale.

Tale scarto teorico si rivela, in realtà, un vero e proprio guadagno in sede epistemica non appena lo si integri alla normatività canguilhemiana: la farmacologia stiegleriana assunta come criterio di discernimento pratico, consente infatti di valutare gli ambienti medici digitali non esclusivamente in termini di causalità economica, ma di pharmaka differenziali, ossia di restringimenti o ampliamenti della potenza normativa del vivente entro il milieu tecnico.

5. Competenze senza sapere: il clinico nell’era algoritmica

Sul terreno della medicina digitale – ma non solo – la diagnosi stiegleriana risulta particolarmente proficua. Sul versante del paziente, infatti, la medicina predittiva e il telemonitoraggio continuo ingabbiano la vitalità entro processi di automazione che la traducono in dati, rendendola calcolabile:

è soltanto quando il calcolo digitale integra questa modulazione, nel senso della governamentalità algoritmica, che la società iperindustriale si realizza del tutto come automatizzazione delle esistenze[23].

La governamentalità algoritmica[24], tuttavia, non inaugura una frattura inedita: essa porta a compimento e intensifica, mediante dispositivi tecnici di nuova generazione, un orientamento epistemico che riduce da lungo tempo il soggetto malato a oggetto misurabile e che lo ha sottratto alla dimensione propriamente esistenziale della sofferenza[25]. Sul versante dell’operatività sanitaria, il medico inserito in sistemi clinici governati da logiche burocratiche e protocollari subisce una progressiva riduzione della propria autonomia di giudizio: «la proletarizzazione trasforma il lavoro nel suo insieme in impieghi svuotati di qualsiasi sapere, che richiedono unicamente delle competenze»[26]. L’adozione massiccia delle cartelle cliniche elettroniche e dei sistemi di supporto decisionale algoritmici tende a trasformare l’atto clinico da esercizio di sapere contestuale, capace di integrare competenza scientifica, esperienza pratica e attenzione alla singolarità del paziente, a esecuzione di procedure standardizzate dettate da sistemi informatici[27].

Sebbene sia qui in gioco una modificazione profonda del savoir-faire medico, della capacità di formulare diagnosi per il paziente e non soltanto sul paziente, allo stesso tempo, occorre evitare ogni riduzionismo interpretativo. Una corrente significativa della letteratura metodologica – dagli studi su trial clinici randomizzati, alle linee guida per la evidence-based medicine – difende la standardizzazione come presupposto imprescindibile di trasparenza, equità e credibilità scientifica nella ricerca clinica[28].

Tale obiezione ci consente dunque di precisare i limiti dell’analisi farmacologica, riorientando l’indagine dalla standardizzazione in quanto tale, alla configurazione tecnica che ne riorienta l’esercizio nella pratica clinica.

6. Ri-normarsi raccontando: deproletarizzazione e cura

A questo punto il dialogo tra Canguilhem e Stiegler mostra tutta la sua fecondità: la proletarizzazione stiegleriana, applicata alla medicina digitale, può essere riletta alla luce della normatività vitale canguilhemiana proprio come un processo di restringimento della capacità normativa del vivente, da cui emerge l’esigenza di ripensare la cura nei termini di riattivazione della normazione.

Simile necessità trova una formulazione fenomenologicamente pregnante nell’analisi esistenziale di Binswanger sul soggetto malato: la condizione patologica viene descritta come una «singolare quanto fragilissima mancanza di mondo», come un «restringimento» che può giungere fino ai limiti dell’annichilimento e come una «chiusura al mondo», una «povertà esistenziale» in cui l’uomo precipita finché «non riesce a penetrare fino in fondo e, quindi, a godere della partecipazione al mondo comune»[29].

In termini canguilhemiani, la chiusura descritta da Binswanger coincide con l’erosione della normatività del vivente. Si tratta allora di spostarsi dallo sguardo oggettivante della clinica a un piano in cui la malattia si manifesta anzitutto come alterazione qualitativa dell’esistenza.

Su questo terreno si innesta la categoria stiegleriana del pharmakon: la tecnica clinica può infatti intensificare proprio quella disindividuazione che dovrebbe contrastare[30]. Parallelamente, da un simile spostamento deriva anche la revisione del concetto di salute, che Canguilhem decifra nei termini di «possibilità di oltrepassare la norma che definisce il normale momentaneo, […] di tollerare infrazioni alla norma abituale e di istituire norme nuove in situazioni nuove»[31]. Curare non può più coincidere con l’atto di ricondurre il paziente alla condizione pregressa e assunta come idealmente – ovvero in senso biometrico – normale. Curare significa restituire alla vita la possibilità di elaborare forme compatibili con la situazione trasformata dalla malattia, portando l’individuo a essere in «buona salute»: la condizione di lusso biologico per cui è possibile «poter cadere malato e ristabilirsi»[32].

La salute del vivente – e quindi dell’essere farmacologico che siamo – abita la propria dimensione di metastabilità[33] come una dimensione del disaggiustamento, o meglio ancora, come «margine di tolleranza nei confronti dell’infedeltà del milieu»[34], fino al punto da riconfigurarsi in quanto eccesso:

Questa inadeguatezza primordiale che è ciò che Simondon analizzerà come sfasamento dell’individuo in rapporto al suo milieu preindividuale […], è anche ciò che per Winnicott costituisce la creatività e che chiamo, con Simondon, l’individuazione[35].

Tale prospettiva investe per intero la configurazione collettiva degli ambienti clinici. La nozione stiegleriana di «territori di apprendimento contributivo»[36] – elaborata nel contesto educativo – ci suggerisce la possibilità di creare ambienti in cui i saperi emergono da processi di co-produzione anziché da nozionistica trasmissione d’informazioni, e in cui la medicina si riconfigura come techne orientata alla singolarità del paziente. Un processo simile non può fare a meno di risorse biologiche, richiedendo, al contempo, condizioni simboliche e tecniche che ne rendano possibile l’elaborazione.

La coppia concettuale che Stiegler dispiega in Qu’appelle-t-on panser?, ovverosia il gioco omofono tra penser e panser – pensare e fasciare, medicare, prendersi cura – è più di un artificio retorico, è l’enunciazione di una tesi strutturale in cui pensare è già – nella sua radice – un atto di cura: la noesi opera quale risposta a un milieu ferito, assumendosi il ruolo di bussola dell’attenzione verso la neghentropia[37]. Dentro il quadro della clinica digitalizzata, ogni autentica deproletarizzazione dell’ambiente terapeutico dipende da una riattivazione congiunta della riflessione e della pratica curante; per tale ragione la narrative medicine[38] acquista in questa sede una rilevanza paradigmatica, collocandosi nel punto nevralgico in cui la rinormazione dell’esperienza patologica diviene possibile.

Il suo significato farmacologico non risiede né in una generica compensazione umanistica della tecnica, né tantomeno in un supplemento empatico aggiunto alla diagnosi strumentale. Rita Charon ha formulato questo paradigma nei termini di una «narrative competence», vale a dire di una capacità di ascolto e interpretazione riflessiva che non si accosta all’eccellenza scientifica a guisa di elemento ornamentale, ma che ne costituisce piuttosto una condizione ermeneutica essenziale. Essa diviene decisiva proprio nei punti in cui il progresso tecnologico si mostra insufficiente a cogliere la dimensione intersoggettiva della sofferenza, l’ermeneutica della malattia e l’unicità delle traiettorie biografiche del malato.

A partire da ciò, deriva anche la centralità delle quattro dimensioni narrative della clinica – il dialogo tra medico e paziente, il rapporto del medico con sé stesso, il legame professionale con i colleghi e il discorso etico rivolto alla società – che verranno successivamente e con successo approfondite dal campo delle medical humanities[39].

La deproletarizzazione del saper-vivere del paziente appare, perciò, inseparabile dalla decontrazione dello spazio narrativo entro cui la malattia può ancora essere interpretata e vissuta come esperienza personale, in forma di rinormazione.

7. Conclusione

L’intreccio teorico delineato in questo contributo vuole riconsiderare la cura nei termini di categoria al tempo stesso biologica, tecnica e simbolica. Canguilhem ne ha fissato il nucleo irriducibile nella normatività del vivente: la salute non è conformità a parametri dati, ma capacità di istituire nuove norme a partire da condizioni concrete, spesso avverse. Stiegler ha evidenziato in che modo tale capacità sia oggi esposta a una proletarizzazione sistemica, in cui la progressiva esteriorizzazione del sapere clinico e del saper-vivere del paziente in dispositivi algoritmici produce un impoverimento dell’elaborazione transindividuale. Insieme intercettano teoricamente un problema che la medicina contemporanea non può eludere senza contraddire la propria vocazione terapeutica; inoltre, le riflessioni contemporanee sull’autonomia nell’era dei Big Data rendono tale urgenza ancora più stringente, evidenziando il modo in cui sorveglianza, profilazione e opacità algoritmica erodono silenziosamente i presupposti stessi della decisione libera e del consenso informato.

In questi termini, la cura riconfigurata come processo di transindividuazione accoglie il paziente non più come un oggetto da ricondurre a una norma esterna, ma come soggetto in divenire, coinvolto nella ricostruzione attiva di margini di iniziativa, interpretazione e infine trasformazione della propria esistenza. Rimane aperta, e anzi si impone con crescente pressione, la questione politica e istituzionale: in quale misura sistemi sanitari, strutturati attorno a logiche di efficienza e riduzione dei costi, sono disposti a riorganizzarsi secondo le esigenze di una pratica della cura intesa in senso farmacologico? E in che misura la formazione medica, ancora largamente modellata sulla trasmissione di sapere scientifico-procedurale, è oggi in grado di formare medici e clinici capaci di esercitare un critico e situato discernimento? A queste domande – che Canguilhem ha posto al cuore di una medicina autentica – non è possibile rispondere sul solo piano speculativo; eppure già formularle con precisione costituisce, nei termini di Stiegler, il primo gesto di una farmacologia della cura: l’atto in cui penser e panser coincidono.


[1] C. Li, C. Parpia, A. Sriharan et al., Electronic medical record-related burnout in healthcare providers: a scoping review of outcomes and interventions, in «BMJ Open», XII, 2022. La documentazione della correlazione tra uso intensivo dell’EHR e burnout medico, evidenzia il peso del lavoro digitale extra-orario e del tempo sottratto alla relazione medico paziente.

[2] Il termine EHR Home Time indica il tempo che i professionisti della salute trascorrono lavorando sulla Cartella Clinica Elettronica (Electronic Health Record) fuori dall’orario di lavoro, tipicamente da casa. L. S. Rotenstein, N. Hendrix, R. L. Phillips, J. Adler-Milstein, Team and Electronic Health Record Features and Burnout Among Family Physicians, in «JAMA Network Open», VII, 11, 2024.

[3] N. Martinez-Martin, D. Char, Surveillance and Digital Health, in «American Journal of Bioethics», XVIII, 9, 2018, pp. 67-68.

[4] In alcuni reparti di terapia intensiva la sorveglianza algoritmica mostra tassi di mortalità dei pazienti significativamente inferiori rispetto ai reparti che operano un monitoraggio esclusivamente umano, suggerendo come la tecnica possa configurarsi non solo come fattore di alienazione, ma anche come risorsa terapeutica genuina. Cfr. C. Barber, J. Mintz, A. Karbasi et al., Algorithmic versus human surveillance leads to lower patient mortality, in «Nature Medicine», XXX, 2024.

[5] I termini dispositivo, biopolitica e governamentalità algoritmica, utilizzati più volte all’interno del presente contributo, rimandano evidentemente al quadro analitico foucaultiano – e in particolare a M. Foucault, Surveiller et punir 1975, La volonté de savoir 1976, e ai corsi Sécurité, territoire, population 1977-78 e Naissance de la biopolitique 1978-79 – che tuttavia non viene qui tematizzato autonomamente. La scelta è intenzionale: si privilegia infatti il nesso Canguilhem–Stiegler come chiave interpretativa della medicina digitale, mentre l’articolazione di tale prospettiva con la genealogia foucaultiana del potere medico – sebbene resti in questa sede sullo sfondo – non viene qui sviluppata.

[6] G. Canguilhem, Il normale e il patologico (1966), tr. it. Einaudi, Torino 1998, p. 199.

[7] La critica principale di Canguilhem è rivolta a Broussais e alla tesi della continuità ontologica tra normale e patologico. Comte è coinvolto come sostenitore della fisiologia positivista, ma non è il bersaglio diretto allo stesso modo. G. Canguilhem, op. cit., pp. 23-29. Per i testi di riferimento cfr. F.J.V. Broussais, Examen de la doctrine médicale généralement adoptée et des systèmes modernes de nosologie, Méquignon-Marvis, Paris 1816; X. Bichat, Recherches physiologiques sur la vie et la mort, Brosson-Gabon et Cie, Paris 1800.

[8] G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., p. 160.

[9] Ibid., p. 163.

[10] I lavori di ricerca su Canguilhem hanno mostrato come tale impianto conservi ancora oggi piena fecondità teorica, anche in dialogo con la filosofia della biologia contemporanea. A tal riguardo cfr. G. Contino, Reconciling art and science in the era of personalised medicine: the legacy of Georges Canguilhem, in «Philosophy, Ethics, and Humanities in Medicine», XVIII, 5, 2023.

[11] G. Canguilhem, op. cit., p. 214.

[12] Id., Il vivente e il suo ambiente, in Id., La conoscenza della vita, tr. it. il Mulino, Bologna 1976, p. 185.

[13] Ibid., p. 192.

[14] Id., Il vivente e il suo ambiente…, cit., p. 205.

[15] Id., Il normale e il patologico, cit., pp. 144-145.

[16] «La tecnica è una esperienza della vita, l’esito dell’intenzionalità del vivente, secondo quella prospettiva di biologizzazione della tecnica di cui daranno testimonianza, a partire dal ’43, gli scritti di Leroi‑Gourhan». M. Porro, Canguilhem: la norma e l’errore, in G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., pp. xxii-xxiv.

[17] E. Clarizio, Technical Invention as Biological Function: A Brief Introduction to Canguilhem’s Philosophy of Technology, in «Techné: Research in Philosophy and Technology», XXVII, 1, 2023, pp. 21-24.

[18] «L’uomo, anche fisico, non si limita al proprio organismo. L’uomo, avendo prolungato con strumenti i propri organi, non vede nel proprio corpo che il mezzo di tutti i mezzi d’azione possibili». G. Canguilhem, Il normale e il patologico…, cit., p. 164. Non può che sorgere spontaneo l’accostamento qui alla nozione di Organprojektion in E. Kapp, Grundlinien einer Philosophie der Technik. Zur Entstehungsgeschichte der Cultur aus neuen Gesichtspunkten, G. Westermann, Braunschweig 1877, p. 29.

[19] B. Stiegler, Reincantare il mondo. Il valore spirito contro il populismo (2006), Orthotes, Napoli-Salerno 2010, p. 121, n. 15.

[20] Ibid., p. 90. Rimando, sempre in merito alla definizione di proletarizzazione in Stiegler anche a Id., Intervista a Bernard Stiegler. A cura di P. Vignola, in «Kainos. Rivista on line di critica filosofica», XI, 11, 2011, in https://www.kainos-portale.com/index.php/11-ignoranza-e-cultura/56-emergenze/181-intervista-a-bernard-stiegler (ultima consultazione: 8 luglio 2026).

[21] Id., I saperi per uscire dall’Antropocene, in I. Gaspari (a cura di), E se domani. Kit di sopravvivenza per approdare al futuro, Feltrinelli, Milano 2021, p. 56.

[22] S. Manche, The problem is proletarianisation, not capitalism. A critique of Bernard Stiegler’s contributive economy, in «Radical Philosophy», 11, 2, 2021, pp. 38-50.

[23] B. Stiegler, La società automatica. Vol. 1: L’avvenire del lavoro (2015), tr. it. Meltemi, Milano 2019, p. 47.

[24] T. Berns, A. Rouvroy, Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation. Le disparate comme condition d’individuation par la relation? in «Réseaux», 177, 2013, pp. 163-196.

[25] Canguilhem mostra come la medicina moderna tenda a rendere «trascurabile» l’esperienza patologica diretta del paziente, giungendo persino a considerarla «sistematicamente falsificatrice del fenomeno patologico obiettivo». In questo modo lo sguardo clinico oggettivante sottrae il soggetto malato alla dimensione esistenziale della sofferenza. G. Canguilhem, Il normale e il patologico…, cit., pp. 63-64.

[26] B. Stiegler, La società automatica. Vol. 1, cit., p. 244.

[27] C. S. Kruse et al., Physician Burnout and the Electronic Health Record Leading Up to and During the First Year of COVID-19: Systematic Review, in «Journal of Medical Internet Research», XXIV, 3, 2022.

[28] A. H. Morris et al., Standardization of clinical decision making for the conduct of credible clinical research in complicated medical environments, in «Proceedings of the AMIA Annual Fall Symposium», 1996, pp. 418-422.

[29] D. Discipio, Introduzione, in L. Binswanger, Forme fondamentali e conoscenza dell’esserci umano. Amore e amicizia come forme della vita autentica (1942), tr. it. Tab edizioni, Roma 2021, pp. 38-39.

[30] «L’individuazione psico‑sociale è soggetta a oscillazioni e può quindi essere pensata come dinamica di polarizzazione nella quale sono presenti due tendenze: verso la successiva individuazione o verso la dis‑individuazione. Il pericolo legato alla miseria simbolica è proprio quello di una dis‑individuazione regressiva in quanto perdita di quel sapere che lega lo psichico al collettivo – la perdita del sapere, perciò, è perdita della capacità di transindividuazione» (P. Vignola, Introduzione,in B. Stiegler, Reincantare il mondo, cit., p. 35).

[31] G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., p. 160.

[32] Ibid., p. 162.

[33] Cfr. G. Simondon, L’individuation à la lumière des notions de forme et d’information (2005), tr. it. Mimesis, Milano 2011, pp. 35-39. Sul concetto di metastabilità in Simondon si veda anche la definizione che ne dà Carrozzini: «Nel settore della chimica e della fisica, si definisce metastabile quello stato in cui la sostanza considerata presenti condizioni energetiche diverse da quelle che caratterizzano il suo stato di equilibrio stabile». G. Carrozzini, Simondoniana, Mimesis, Milano-Udine 2020, p. 24.

[34] G. Canguilhem, Il normale e il patologico, cit., p. 161.

[35] B. Stiegler, Della farmacologia. Ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta (2010), tr. it. Orthotes, Napoli-Salerno 2025, p. 64.

[36] Bernard Stiegler non si è limitato alla teorizzazione, ma ha sperimentato concretamente i territori di apprendimento contributivo attraverso vari progetti, tra cui quello lanciato in collaborazione con l’Institut de Recherche et Innovation (IRI) e l’associazione Ars Industrialis, nel territorio di Plaine Commune alla periferia nord di Parigi, dal 2016 al 2020. https://organoesis.org/en/plaine-commune-contributory-research-project (ultima consultazione: 8 luglio 2026).

[37] B. Stiegler, Qu’appelle-t-on panser? 1. L’immense régression, Les liens qui libèrent, Paris 2018; tr. it. in Pensare, curare. Riflessioni sul pensiero nell’epoca della post-verità, a cura del Gruppo di Ricerca Ippolita, Meltemi, Milano 2024, p. 12.

[38] «Con il termine di Medicina Narrativa (mutuato dall’inglese Narrative Medicine) si intende una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato (storia di cura) […] La Medicina Narrativa (NBM) si integra con l’Evidence-Based Medicine (EBM) e, tenendo conto della pluralità delle prospettive, rende le decisioni clinico-assistenziali più complete, personalizzate, efficaci e appropriate». Istituto Superiore di Sanità, Linee di indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa in ambito clinico-assistenziale, per le malattie rare e cronico-degenerative, Conferenza di Consenso, in «I Quaderni di Medicina. Il Sole24Ore Sanità», 7, 2015, p. 13.

[39] R. Charon, Narrative Medicine: A Model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust, in «JAMA», CCLXXXVI, 15, 2001, pp. 1897-1902.