MANIFESTO PER UNA TECNOSCIENZA CRIP

di:

Aimi Hamraie

Aimi Hamraie

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Kelly Fritsch

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Table of contents

  1. Introduzione
  2. I quattro impegni della tecnoscienza crip
  3. Conclusione
  4. Bibliografia
  5. Risorse

Abstract

CRIP TECHNOSCIENCE MANIFESTO As disabled people engaged in disability community, activism, and scholarship, our collective experiences and histories have taught us that we are effective agents of world-building and -dismantling toward more socially just relations. The grounds for social justice and world-remaking, however, are frictioned; technologies, architectures, and infrastructures are often designed and implemented without committing to disability as a difference that matters. This manifesto calls attention to the powerful, messy, non-innocent, contradictory, and nevertheless crucial work of what we name as “crip technoscience,” practices of critique, alteration, and reinvention of our material-discursive world. Disabled people are experts and designers of everyday life. But we also harness technoscience for political action, refusing to comply with demands to cure, fix, or eliminate disability. Attentive to the intersectional workings of power and privilege, we agitate against independence and productivity as requirements for existence. Instead, we center technoscientific activism and critical design practices that foster disability justice.

1. Introduzione

Come persone disabili impegnate nelle comunità, nell’attivismo e nella teoria disabile, le nostre esperienze e storie collettive ci hanno insegnato che siamo agenti con un effetto sulla costruzione e distruzione di mondi, verso relazioni sociali più giuste. Tuttavia, sui terreni della giustizia sociale e del fare-mondo c’è frizione; le tecnologie, architetture e infrastrutture sono spesso progettate e implementate senza aderire alla disabilità come differenza che conta. Questo manifesto richiama l’attenzione sul lavoro potente, disordinato, non-innocente, contraddittorio eppure cruciale di quella che chiamiamo “tecnoscienza crip”: pratiche di critica, alterazione e reinvenzione del nostro mondo material-discorsivo.

Le persone disabili sono esperte e progettatrici nella vita quotidiana. Ma incanaliamo la tecnoscienza anche nell’azione politica, rifiutando di assecondare richieste di cura, di aggiustamento o di eliminazione della disabilità. Ponendo attenzione ai meccanismi intersezionali di potere e privilegio, ci agitiamo contro l’indipendenza e la produttività come requisiti per esistere. Basandoci su lavori precedenti che definiscono la tecnoscienza crip come attivismo di progettazione [design activism] politicizzato, articoliamo quattro impegni politici della tecnoscienza crip come campo di attivismo, pratiche e teoria critiche. Con un simile inquadramento della tecnoscienza crip, seguiamo gli studi di tecnoscienza femminista descrivendo sia un reame di pratiche che il campo di conoscenza che ne emerge.

La tecnoscienza crip intreccia due concetti provocatori: “crip” [abbreviazione inglese di “crippled”, cioè storpia, N.d.T.], la posizione anti-assimilazionista e non-conforme secondo cui la disabilità è una parte desiderabile del mondo; e ‘tecnoscienza’, la co-produzione di scienza, tecnologia e vita politica. La teoria crip pone la disabilità al centro come luogo di resistenza contro l’imperativo all’abilità [compulsory ablebodiedness] e il nazionalismo abilista [ablenationalism], mobilitandosi contro l’assimilazione liberale e le pratiche di inclusione, marcando la disabilità come una pratica relazionale creativa e desiderabilmente generativa.

Vogliamo avvicinare la teoria crip e la tecnoscienza femminista, esplorare le loro frizioni generative. Per certi aspetti, il campo degli studi disabili è stato intrecciato agli studi di scienza&tecnologia (STS) – e in particolare agli studi femministi di scienza&tecnologia – dalle sue origini, specialmente attraverso le sue critiche della biomedicina e del militarismo, e nel suo abbracciare le epistemologie situate. Nel nominare la tecnoscienza crip, invochiamo lunghe storie di prassi collaborative femministe, queer, antirazziste e disabili, come in progetti di tecnoscienza che ingaggiano il Design Universale, l’ingegneria sensoriale, la giustizia riproduttiva o l’attivismo HIV/AIDS. Tuttavia, finora le studiose crip hanno avuto un coinvolgimento limitato con il concetto critico di tecnoscienza, in particolare rispetto al suo uso negli STS femministi, dove sta a significare l’intreccio produttivo e non-innocente delle conoscenze scientifiche con la fabbricazione tecnologica. Questo coinvolgimento limitato ha dato luogo a una posizione astorica secondo cui scienza, tecnologia e medicina sono maledizioni per un fare-mondo crip, posizione che ignora le appropriazioni attuali e creative delle persone disabili, che disegnano traiettorie aperte di scienza, tecnologia e medicina, soprattutto sotto forma di atti di protesta e “attivismo epistemico”. La tecnoscienza crip perciò propone il concetto di “scienza crip” di Leah Lakshmi Piepzna-Samarasinha per sottolineare le abilità, la saggezza e le risorse, gli hack delle persone disabili per navigare e alterare mondi inaccessibili.

Spingendo per la tecnoscienza crip come campo di ricerca e pratica di un saper-fare critico, invochiamo pratiche frizionali di produzione di accesso, riconoscendo che scienza e tecnologia possono essere usate sia per produrre che per smantellare l’ingiustizia. Come campo di studi, la tecnoscienza crip parte dalle politiche femministe della “non-innocenza” tecnoscientifica, riconoscendo che molte delle tecnologie che hanno permesso a persone disabili di avere accesso al mondo sociale sono state prodotte attraverso ricerca e sviluppo militare-industriale, relazioni imperiali e coloniali, distruzione ecologica; tutti aspetti che contribuiscono alla debilitazione iniqua della vita umana e non-umana. Ciononostante, ribattiamo che la tecnoscienza può essere uno strumento trasformativo per la giustizia disabile.

Contrapponiamo la tecnoscienza crip alla “tecnoscienza disabile” in quanto campo di relazioni & pratiche di competenza tradizionali, preoccupate dalla progettazione per le persone disabili invece che con o da parte di persone disabili. Nella tecnoscienza disabile mainstream, tali aggiustamenti sono intesi come prodotti, servizi per le povere persone disabili (supposte tali, in ultima sede depoliticizzate).

La tecnoscienza disabile posiziona le forme di potenziamento [enhancement] e la capacitazione [capacitation] come passi progressisti verso il superamento della disabilità. Le “hackathon” promosse dalle organizzazioni di beneficenza incarnano l’innovazione fine a sé stessa, e definiscono la disabilità come un problema per cui si cerca una soluzione.

Le persone disabili sono spesso trattate come mere clienti o utilizzatrici. Per esempio, l’organizzazione Tikkun Olam Makers (TOM) descrive le persone disabili come «conoscitrici di bisogni», mentre le persone non disabili che sono designer e ingegnere sono «esperte di soluzioni». Insistere sul termine «bisogni speciali», che associa le persone disabili a interessi minoritari fuori dalle norme della maggioranza, queste designazioni rinforzano la divisione tra persone disabili come recipienti passive di tecnologie di accesso o assistenza, e persone non disabili, designer, sviluppatrici e tecnologhe come, invece, esperte.

La tecnoscienza disabile rinforza l’opinione per cui le persone disabili non stanno già creando, hackerando, smanettando con le configurazioni materiali esistenti. La disabilità è proiettata come oggetto di un discorso sull’innovazione invece che come forza trainante di cambiamento tecnologico. Melanie Yergeau [N.d.T.: ora M. Remi Yergeau] storicizza l’hacktivismo disabile mainstream argomentando che le hackathon sono diventate le «nuove telethon», poiché inquadrano «la disabilità come bisognosa di compassione e di rimedio». In tutta risposta, Yergeau invoca un «hacking criptastico» come «un movimento guidato da persone disabili, invece che una serie di app/toppe/soluzioni progettate da persone non disabili che non si disturbano neanche a parlare con persone disabili». L’hacking criptastico illumina la tecnoscienza crip come campo di relazioni, conoscenze e pratiche che rende possibile il fiorire di modalità crip per produrre e ingaggiare il mondo materiale.

In contrasto con le forme dominanti di saper-fare per la disabilità, invochiamo la tecnoscienza crip per descrivere le pratiche politicizzate di saper-fare non-conforme: pratiche di dis/fare-mondo da e con persone disabili e comunità che rispondono a sistemi intersezionali di potere, privilegio e oppressione lavorandoci da dentro e da vicino. Dall’interno delle STS femministe, troviamo un’apertura preziosa verso le possibilità di produzione materiale, inclusi l’hacking e la programmazione femminista, la biopolitica tattica e il fabbricare critico, pratiche che spingono le tecnoscienze al di là del militare-industriale fino ai reami della resistenza attivista e del ri-fare-mondo. Questa apertura si manifesta nel Manifesto cyborg di Donna Haraway, che ha inaugurato una tradizione di tecnoscienza e attivismo femminista.

Pur riconoscendo l’intreccio non-innocente della maggior parte delle tecnologie con militarismo e capitalismo, Haraway fa appello alla “testimone modesta”: colei che mentre resiste ai sistemi di dominazione cerca strade per hackerarli e pasticciarli; Haraway inquadra la testimone modesta in termini di «principi di progettazione socialisti e femministi», pratiche di fabbricazione che potrebbero funzionare «in alleanza con una scienza antimilitarista».

Studiose femministe come Michelle Murphy hanno ripreso il lavoro della tecnoscienza attivista per descrivere quelli che Murphy chiama «protocolli» di conoscenza e fabbricazione femministe. La promessa della tecnoscienza femminista sta nello sfidare le narrazioni egemoniche sulla tecnologia come sempre incasellante o deterministica, invece di immaginare le possibilità trasformative per l’hacking, la programmazione e la fabbricazione crip, come pratiche di accesso frizionali.

Mentre la fabbricazione critica è riconosciuta come parte della tradizione delle STS femministe, le pratiche di fabbricazione delle persone disabili non sono ancora state pienamente considerate nella storia politica radicale degli studi disabili. L’ampiezza degli studi di tecnoscienza femminista incoraggia la nostra convinzione che la tecnoscienza critica, una grande parte della nostra storia politica e genealogia crip, può anche fornire gli strumenti discorsivi per abbracciare le persone disabili come esperte, fabbricatrici e attiviste che resistono alla tecnoscienza mainstream. Chiamiamo teoria&pratiche di tecnoscienza crip come testimoni modeste, tenendo in tensione la non-innocenza della scienza militare-industriale, la tecnologia, il design e i media, con gli imperativi della giustizia disabile, dell’accessibilità e del ri-fare-mondo.

Noi persone disabili progettiamo i nostri strumenti e ambienti, sia utilizzando la conoscenza esperienziale per adattare gli strumenti all’uso quotidiano che ingaggiando pratiche di design professionale. La tecnoscienza crip richiama lunghe storie di adattamento quotidiano e smanettamento degli ambienti dati. Ricordiamo il cruciale lavoro di fare-mondo del movimento attivista per la Vita Indipendente, in cui le persone hanno imparato a programmare, a riparare le sedie a ruote e a occuparsi di pianificazione urbana mentre rifiutavano di rimanere negli istituti.

Invochiamo anche l’attivismo disabile che pone come pratica di protesta centrale il rifacimento del mondo materiale, che sia prendendo a martellate gli scalini dei marciapiedi o versare sacche di cemento per fare le rampe (come nell’attivismo di ADAPT, orchestrando azioni dirette con dispositivi per la mobilità (come le persone che protestavano lasciando sedie a ruote e stampelle per gattonare sugli scalini del Campidoglio degli USA, o nel caso di Nelia Sargent, donna cieca che ha incatenato la propria sedia a ruote elettrica all’edificio di un reattore nucleare nel 1976, oppure ancora occupando spazi mediatici (come il telethon di Jerry Lewis) per protestare contro la presentazione dei corpi disabili come mancanti e bisognosi di una cura.

Invochiamo la storia della resistenza disabile alle tecnologie assistive (come il rifiuto di Audre Lorde di indossare una protesi del seno, così come alla guerra e al militarismo (come nel caso del veterano Ron Kovic, che ha organizzato una manifestazione alla Republican National Convention [incontro repubblicano statunitense, N.d.T.], «per mostrare la loro solidarietà aggrappandosi ai bracci delle rispettive sedie a ruote grazie alle spinte di altre persone».

Rispettiamo la guida delle leader contemporanee del movimento per la giustizia disabile Alice Wong e Vilissa Thompson, il cui uso strategico delle tecnologie mediatiche per sfidare le narrazioni dominanti sulla disabilità (attraverso i siti «Disability Visibility Project» e «Ramp Your Voice!», i feed Twitter e podcast correlati) dimostra anch’esso la potenza collettiva.

Mentre la tecnoscienza crip mira alla distruzione dei sistemi abilisti e capitalisti militari-industriali, mettiamo al centro anche i progetti di liberazione contemporanei per «l’accesso collettivo». Lottare per un futuro più accessibile in cui la disabilità è attesa, benvenuta, e in cui le persone disabili prosperano, offriamo quattro impegni della tecnoscienza crip come campo di attivismo, pratica e teoria critiche.

2. I quattro impegni della tecnoscienza crip

La tecnoscienza crip pone il lavoro delle persone disabili al centro, come sapienti e creatrici.

La tecnoscienza crip privilegia le persone disabili come designer e costruttrici di mondi, in quanto sanno cosa funzionerà meglio e come sviluppare le abilità, capacità e relazioni per costruire qualcosa dalle nostre conoscenze. A differenza dei tipici approcci alla disabilità che oggettificano le persone disabili e posizionano l’expertise nella professione medica e in chi, da non disabile, si occupa di design e ingegneria, la tecnoscienza crip afferma che le persone disabili sono partecipanti attive nel design della vita quotidiana. Non solo le persone disabili costruiscono l’accesso alla vita quotidiana in modi che non vengono riconosciuti come “design”, ma l’esperienza vissuta della disabilità e l’esperienza condivisa delle comunità disabili creano le specifiche expertise e conoscenze che informano le pratiche tecno-scientifiche.

Chiediamo maggiore riconoscimento per le esperienze vissute e le pratiche di design materiale delle persone disabili nel lavoro dell’intervento tecnoscientifico. C’è una diffusa percezione che le tecnologie di accesso sono fatte per noi da persone esperte non disabili, mentre c’è poco riconoscimento per le nostre stesse pratiche di ri-fare-mondo. Eppure il campo degli studi disabili è nato a partire dall’attivismo contro i modelli di riabilitazione medica esperta e i suoi interventi, fabbricando politiche materialiste che sono fondamentalmente anticapitaliste, e continua a lottare contro l’imperativo all’abilità [compulsory able-bodiedness].

I saper-fare crip formano la base di slogan politici come «Niente su di noi senza di noi», inquadrando le persone disabili non solo come esperte di design ma anche come attiviste epistemiche i cui modi politicizzati di conoscere il mondo materiale pure ci situano per produrre le condizioni materiali che permettono alle disabilità di prosperare, oltre a rifare le conoscenze e le esperienze di disabilità. Senza glorificare le pratiche di design do-it-yourself, la tecnoscienza crip riconosce che il (dis-)fare-mondo delle persone disabili ha origine dalle esperienze situate di dis/allineamento [misfitting] nel mondo. Le persone crip non sono semplicemente formate o agite dal mondo – siamo agenti coinvolte nel suo rifacimento.

Centrando l’expertise delle persone disabili come creatrici e sapienti, la tecnoscienza crip implica l’uso di materiali e tecnologie per produrre forme di accesso altrimenti non disponibili (o economicamente inaccessibili) attraverso canali mainstream di tecnologia assistiva. Ci sono molti esempi di esperienza disabile come saper-fare, così tanti modi creativi e ingegnosi di abitare il mondo. 

Ad esempio, la storica Bess Williamson ha tracciato i modi in cui le persone disabili del dopoguerra statunitense documentavano il loro lavoro come smanettatrici nei periodici comunitari, nelle memorie retrospettive e nelle storie orali. 

Queste persone adattavano la strumentazione medica e assistiva, alteravano le loro case e riprogrammavano gli strumenti casalinghi di tutti i giorni. 

Le persone disabili hanno voltato le spalle alle aziende di forniture mediche e si sono rivolte ai negozi di hardware per alterare gli oggetti a loro vantaggio, asserendo la loro «presenza in un mondo che per la maggior parte le ignorava».

Designer disabili come Alice Loomer, un’utilizzatrice di sedia a ruote, hanno descritto le proprie pratiche di fabbricatrice crip (come l’utilizzo di cose di casa per la manutenzione della sedia a ruote o per tecnologie assistive ad hoc) come «aggrapparsi ai lembi del cappotto della scienza». Loomer afferma che il suo smanettare e le sue pratiche di manutenzione «l’hanno tenuta alla larga da case di riposo e badanti»: «L’ho fatto io. Perciò so come aggiustarlo… magari ho conosciuto altrettanti fallimenti che successi, ma ho la strumentazione che mi serve».

Il lavoro di Loomer complica la tipica associazione del cyborg disabile con un desiderio d’innovazione, spostandosi sulle pratiche di manutenzione come luoghi di esame delle «frizioni, limitazioni e dei fallimenti inerenti ai processi di design tecnoscientifico».

Allo stesso modo, negli anni Sessanta, l’ingegnere disabile Ralf Hotchkiss ha hackerato la sua sedia a ruote per spalare via la neve dai marciapiedi quando frequentava l’Oberlin College, e negli anni Ottanta ha dato inizio alla «Whirlwind Wheelchair International», quando i suoi viaggi per il mondo alla ricerca di un design migliore per le sedie a ruote l’hanno portato in Nicaragua: 

Ho incontrato questi quattro giovanotti che condividevano una sedia a ruote, e l’avevano già riprogettata. L’avevano usata così tanto che si era rotta in 20 posti diversi. L’avevano rinforzata e rimessa tutta insieme, ed era molto più forte di prima. E ne sapevano un botto di un buon design per una sedia a ruote. Era chiaro che erano le persone che stavo cercando per aiutarmi, e anche io potevo aiutarle, perciò lavoriamo insieme da allora. 

Mentre le persone che utilizzano le sedie a ruote non sono spesso trattate da ingegnere, i quattro designer disabili erano diventati esperti nell’ingegneria delle sedie a ruote attraverso tentativi, errori, e creatività, un ethos che continua nelle sedie a ruote della «Whirlwind Wheelchair International»: economiche e open source, pensate per essere mantenute per tutta la vita, permettendo un numero più ampio di persone di avervi accesso.

Più recentemente, il progetto «Engineering at Home» [Ingegneria in casa, N.d.T.] della designer Sara Hendren e dell’antropologa Caitrin Lynch ha attirato l’attenzione sulle pratiche di design ad hoc di Cindy, una donna recentemente disabilizzata con varie amputazioni. Cindy «ha ricevuto le migliori tecnologie di “abilitazione ingegneristica” disponibili sul mercato», e tuttavia ha scoperto che «le servivano a ben poco», optando invece per l’utilizzo di strumenti di sua progettazione. Hendren e Lynch inquadrano il lavoro di Cindy come «design basato sulla persona fruitrice», che può «produrre un’utile correzione alle modalità gerarchiche [in inglese top-down, dall’alto verso il basso, N.d.T.] di manifattura». Un’altra designer disabile, Sarah Welner, ha cominciato la sua carriera come chirurga ostetrica prima di concentrarsi sulla salute ginecologica per persone disabili. Riconoscendo che «i tavoli di esame convenzionali sono troppo alti e stretti» per le donne disabili, specialmente le utilizzatrici di sedia a ruote, Welner ha progettato un tavolo con un «ascensore idraulico» che si attiva con un bottone e un poggiapiedi più confortevole. 

Mentre i professionisti [maschile sovraesteso intenzionale, N.d.T.] hanno storicamente escluso le donne, i lavori di Welner, Loomer e Cindy sono chiari esempi dei luoghi in cui la tecnoscienza crip e le pratiche di design femminista si incontrano. Le expertise di disabilità e genere si diffrangono l’una attraverso l’altra per mettere in discussione le modalità dominanti di saper-fare.

Anche le genitorialità disabili sono state agenti di saper-fare crip. Genitori e genitrici disabili hackerano le culle e cambiano i tavoli, cuciono campanelli ai vestiti infantili per permettere alla madre o al padre ciechi di tenere traccia delle persone piccole quando si spostano in luoghi pubblici. Montano seggiolini sui carrelli dei bagagli per permettere alla genitrice cieca che gira con il bastone o con un cane guida di tirare la persona piccola dietro di sé con la mano libera. Le persone che utilizzano la sedia a ruote adattano le cinture, le coperte e i cuscinetti per portare bebè e persone gattonanti sul grembo. Chi si occupa delle persone piccole, inventa vari strumenti per aiutare a dare da mangiare o a lavare le persone piccole, a vestirle, lavare i loro vestiti, mettere le scarpe e chiudere cappotti, e giocarci.

Le persone disabili trans, queer e di genere non conforme pure hackerano e smanettano con le tecnologie riproduttive per formare parentele, per essere incinte, gestanti, per allattare e condividere le responsabilità. Tutte queste forme di saper-fare sono condivise sui social media (come il sito web del «Disabled Parenting Project» [Progetto delle genitorialità disabili, N.d.T.], blog, feed Twitter e videoprogetti annessi), attraverso pubblicazioni delle comunità disabili ed eventi, e durante le conversazioni al parco o ai giochi. Mentre per realizzare la genitorialità disabile si affrontano molteplici barriere, le persone disabili hackerano, smanettano e alterano il nostro mondo material-discorsivo, creando comunità crip di conoscenze e fabbricazioni che sfidano gli assunti normativi sulla genitorialità come un’attività di consumo priva di expertise.

La tecnoscienza crip si impegna nell’accesso come frizione.

Emergendo dalle storiche lotte per i diritti disabili, i termini accessibilità e accesso sono spesso intesi come inclusione disabile e assimilazione negli ambienti e nelle relazioni normative dei corpi abili. Se le vediamo come sinonimi di inclusione e assimilazione, accesso e accessibilità sono trattati come beni autoevidenti. 

Come spiega Kelly Fritsch, tuttavia, l’etimologia della parola “accesso” rivela due significati frizionali: l’accesso come «opportunità che rende possibile il contatto» così come «un tipo di attacco». Intendere l’accesso come un tipo di attacco rivela il fare-accesso come sito di frizione e contestazione politica. La tecnoscienza crip, sebbene storicamente centrale nelle lotte per l’accesso disabile, è tuttavia impegnata a spingere oltre gli approcci liberali all’accessibilità, basati sull’assimilazione, che enfatizzano l’inclusione nella società mainstream; si tratta piuttosto di perseguire l’accesso come frizione, prestando particolare attenzione al fare-accesso nelle azioni delle persone disabili che esprimono inadeguatezza e protesta. Per esempio, prima delle leggi esecutive sui diritti disabili negli Stati Uniti d’America, le persone disabili hanno usato l’azione diretta per creare rampe e rimuovere scalini; hanno usato il design di rampe e scivoli dei marciapiedi (intesi come leve per facilitare la partecipazione) come sito di frizione produttiva attraverso cui le politiche disabili basate sull’interdipendenza hanno potuto vedere la luce.

Il movimento della Vita Indipendente ha esplorato anche sperimentazioni materiali per mettere in azione la tecnoscienza crip e l’accesso frizionale. Sebbene il movimento fosse critico della riabilitazione come campo di expertise, non rifiutava il linguaggio o gli strumenti della riabilitazione in toto. Oltre all’appropriazione della locuzione “Vita Indipendente” per promuovere una politica disabile dell’interdipendenza, il movimento intendeva la tecnoscienza come un luogo di resistenza politicizzata, e usava regolarmente pratiche di hacking e smanettamento come base dell’organizzazione disabile. Molti dei loro metodi sono raccolti nel libro Design for Independent Living di Ray Lifchez e Barbara Winslow, prodotto in collaborazione con il movimento. Il libro rivela gli hack tecnologici quotidiani che le persone disabili a Berkeley hanno sviluppato negli anni Sessanta e Settanta per prosperare in una città inaccessibile. Emblematico dell’ethos della tecnoscienza crip del movimento, Lifchez e Winslow offrono il concetto di «fruitrici non conformi», illustrandolo con l’immagine di un utilizzatore di sedia a ruote elettrica che va contro il traffico su una strada senza pedane per i marciapiedi. Questo movimento, tecnologicamente assistito, contro il flusso del traffico marca la mobilità crip anti-assimilazionista: non un tentativo di integrare (come nell’approccio liberale ai diritti disabili, ma piuttosto di usare la tecnologia come una frizione contro un ambiente inaccessibile.

Più recentemente, Luke Anderson, residente a Toronto (Canada), era frustrato dalla mancanza di accessibilità per sedia a ruote di cui faceva esperienza ogni giorno. Formatosi come ingegnere strutturale, Anderson ha progettato una semplice rampa di legno portatile nel 2011, con uno stencil dell’URL «stopgap.ca» e ha offerto 13 di queste rampe ai negozi del suo quartiere. Costruita come una sorta di “antivuoto” temporaneo [gap, cioè un vuoto inattraversabile: lo spazio interstiziale tra marciapiede e strada, N.d.T.] per migliorare l’accessibilità, le rampe sono una tecnologia non conforme; non sono pensate per essere una soluzione struttura permanente, non devono seguire i codici di edilizia, e non richiedono un permesso di costruzione cittadino, tute cose che possono essere costose e difficili da ottenere. L’esperimento di Anderson ha preso piede, portando alla formazione della «StopGap Foundation» e al progetto «Community Ramp» [Rampa comunitaria, N.d.T.], che ha ormai distribuito più di milleduecento rampe di legno portatili in tutto il mondo.

In un altro esempio contemporaneo di accesso come frizione, Collin Kennedy, un paziente con il cancro di Winnipeg (Manitoba, USA, ha protestato contro i prezzi del parcheggio dell’ospedale riempiendo il foro di pagamento del parchimetro con la schiuma spray, dicendo al notiziario locale che pianificava di continuare a farlo finché «non si vedranno dei cambiamenti». 

Quando il tempo crip è entrato in frizione con il tempo del parchimetro ospedaliero, Kennedy ha sfidato il capitalismo della salute: «Dovresti essere in grado di venire qui, parcheggiare, ottenere il tuo trattamento, non importa quanto tempo ci vuole… Questa è un’istituzione medica, le persone non sono qui per divertirsi. Non ci vanno per la produttività e il commercio. Siamo qui per questioni di vita o di morte». L’attivismo di Kennedy – l’utilizzo della schiuma spray per fare ostruzione nel parchimetro – crea un accesso frizionale attaccando una tecnologia del tempo capitalista, e contesta la commercializzazione della cura della salute.

La tecnoscienza crip si impegna nell’interdipendenza come tecnologia politica.

Poniamo le politiche crip dell’interdipendenza come fenomeno tecnoscientifico, l’intreccio di circuiti relazionali tra corpi, ambienti e strumenti per creare accesso non-innocente, frizionale. La tecnoscienza disabile mainstream presume che la disabilità sia un’esperienza individuale di menomazione [impairment] invece che un’esperienza politica collettiva di fare e disfare-mondi. Questa percezione ha due conseguenze primarie. Prima, le persone disabili sono percepite come dipendenti e l’obiettivo della tecnoscienza diventa di incoraggiare l’indipendenza. Seconda, disabilità e tecnologia sono entrambe percepite come fenomeni apolitici e stabili, invece che come intrecci material-discorsivi che prendono forma attraverso la lotta, la negoziazione e la creatività.

La categoria analitica crip dell’interdipendenza ci aiuta a capire come la tecnoscienza può essere simultaneamente intrecciata con le reti di dominazione globali e anche offrire opportunità per le parentele e le connessioni. La figura della cyborg di Donna Haraway, ad esempio, è stata presa come metafora materiale per l’intreccio di natura e tecno-culture. Questa figura ha modellato il concetto critico di tecnoscienza mostrando le reti di produzione, materiale e di conoscenze, di cui è fatto il capitalismo globale, come una forza che organizza le relazioni tra corpi, tecnologie e ambienti. Le critiche disabili della figura della cyborg, tuttavia, contendono che l’approccio di Haraway dà per scontato che le persone disabili si fondano facilmente nei circuiti tecnologici, un assunto modellato dagli imperativi di riabilitazione, cura, indipendenza e produttività.

Come dimostra Alison Kafer, l’immaginazione della disabilità nella tecnoscienza femminista si limita spesso a ideali eugenetici di un futuro privo di disabilità, o a ideali «depoliticizzati» del corpo cyborg ibrido; la disabilità è un «tropo magistrale di squalificazione umana» oppure una «integrazione fluida di corpo e macchina». Spesso, la tecnoscienza femminista fa coincidere ‘cyborg’ e ‘persona fisicamente disabilizzata’, trattando le persone disabilizzate come «paragoni postumani». Anche quando è considerata criticamente, la figura della cyborg nella tecnoscienza femminista rinforza le idee sulla disabilità come mancanza ed esclusione.

Se, come sostiene Kafer, le persone disabilizzate hanno spesso «relazioni ambivalenti» o di disagio con la tecnologia, le nostre pratiche di interdipendenza, intimità di accesso e accesso collettivo possono essere intese come tecnologie politiche alternative: «le persone disabilizzate», scrive Kafer, «non sono cyborg per i loro corpi (ad esempio per il nostro uso di protesi, ventilatori o assistenti, ma per via delle nostre pratiche politiche».

La tecnoscienza crip propone l’interdipendenza come categoria analitica centrale nelle relazioni tra disabilità e tecnologia, riconoscendo che nelle culture, comunità e pratiche di saper-fare disabili l’interdipendenza agisce come una tecnologia politica per la materializzazione di mondi migliori. Alleandoci con la chiamata di Moya Bailey e Whitney Peoples per studi sulla salute nera femminista, la tecnoscienza crip è «sospettosa dell’individualismo e delle pratiche atomizzanti che si vedono ricompensate in accademia, e vede la collaborazione e l’interdisciplinarietà come valori centrali» che devono guidare la produzione intellettuale e materiale.

Questi valori si estendono tuttavia oltre l’accademia. Come scrive l’attivista per la giustizia disabile Mia Mingus, l’interdipendenza offre una politica di alleanza e solidarietà crip: «si tratta davvero di muoversi insieme in un mondo oppressivo verso la liberazione… di lavorare in coalizione e collaborazione». Chiediamo alla tecnoscienza crip di progettare l’accesso collettivo e la giustizia disabile.

Troviamo l’interdipendenza come tecnologia politica attraverso tutta la storia dell’attivismo disabile. Per esempio, nelle storie delle persone attiviste disabili nordamericane la storia che sentiamo narrata più spesso è la protesta della 504. Questa protesta risale al 1977, quando un gruppo attivista disabile di Berkeley (California) ha occupato il Dipartimento di Salute, Educazione e Servizi Sociali per protestare chiedendo l’applicazione della sezione 504 della Legge federale sulla riabilitazione, una legge che imponeva che i programmi, gli spazi e i servizi federali fossero accessibili. 

Il movimento attivista per la Vita Indipendente aveva cercato di promuovere una «consapevolezza trasversale delle disabilità», dalle persone Sorde e cieche alle persone con disabilità motorie. Alla protesta hanno trasformato questa consapevolezza in una tecnologia politica, usando la Lingua dei Segni Americana per comunicare con l’esterno quando le linee telefoniche furono tagliate, accroccando un condizionatore a partire da altre parti meccaniche dell’edificio, e tirando su delle reti di cura.

Narrazioni simili sono arrivate dalla nascita della comunità Autistica attraverso un’organizzazione resa possibile da Internet e da spazi di comunicazione accessibili alle persone autistiche, e si stanno attualmente scrivendo con nuovi progetti di tecnoscienza crip (come quelli presentati nella sezione Critical Commentary del numero di «Catalyst» [in cui è stato pubblicato questo manifesto, N.d.T.]).

Queste e altre pratiche materiali descrivono una sensibilità tecnoscientifica crip in cui l’interdipendenza disabile permette anche quello che Mingus chiama «intimità di accesso»: una pratica relazionale crip prodotta quando l’interdipendenza informa la creazione di accesso.

La tecnoscienza crip gioca anche con i limiti della fiducia, dell’interdipendenza e delle relazioni crip. L’artista cieca Carmen Papalia, ad esempio, mostra alcuni usi crip della tecnologia nello spazio pubblico. In una pratica, Papalia usa un bastone bianco lungo circa 6 metri su strade molto trafficate per creare un senso di antagonismo con le altre persone a piedi, rendendo l’accesso una pratica frizionata; in un’altra performance, chiamata “Blind Field Shuttle”, Papalia conduce gruppi di persone (vedenti) sui marciapiedi con gli occhi chiusi. Entrambe le pratiche fanno uso di una tecnologia – il bastone bianco di Papalia – per mettere in scena interazioni sociali nello spazio pubblico che rimettono in discussione le idee sull’indipendenza.

Anche la pratica di «descrizione partecipativa» di Georgina Kleege e Scott Wallin si ispira all’interdipendenza politica crip: richiama contenuti visivi narrati attraverso metodi di gruppo. Invece del ruolo tradizionale della descrizione audio «come atto di traduzione distaccato, neutrale, che funziona solo come aggiustamento abilitante», la descrizione partecipata usa modalità tecnoscientifiche, come database di video da Internet, per «esplorare il sottotesto estetico, ideologico, politico ed etico di questo lavoro di rappresentazione e l’oggetto o evento che descrive».

La descrizione audio partecipata ha anche influenzato l’emergenza di nuovi strumenti tecnoscientifici per progetti di mappatura dell’accessibilità. Josh Miele, designer cieco, ha ad esempio lavorato con Touch Graphics, Inc. per la progettazione di mappe tattili e audio del sistema di trasporto rapido della Bay Area (California, USA). Ci sono anche altri progetti che usano la mappatura per l’accesso collettivo. Diversamente dai progetti per le disabilità pensati dalla tecnoscienza mainstream tramite crowdsourcing [sviluppo di un progetto che si basa sul contributo spesso volontario di una collettività esterna all’ente promotore, N.d.T.] tecnoscienza mainstream per le disabilità, che richiamano un modello caritatevole della disabilità in cui le persone non-disabili raccolgono dati senza essere coinvolte nelle politiche o nelle culture disabili, progetti emergenti come Mapping Access stanno rendendo la creazione di accesso partecipativa la base di una certa «intimità di accesso» tecnoscientifica attraverso pratiche come il «crowdsourcing critico» di dati sull’accessibilità.

Invece di limitarsi alla creazione di mappe funzionali, Mapping Access si concentra sulla mappatura come strumento per la produzione di relazioni critiche tra corpi, ambienti e tecnologie. Il progetto coinvolge chi colleziona dati, disabili e non, disabili e non, in “mappa-tone” collettive dove si discute il processo confuso del fare-accesso in condizioni istituzionali, e si descrivono collettivamente queste condizioni.

Le pratiche di crowdsourcing critico includono il coinvolgimento di grandi quantità di persone, disabilizzate e non, per collaborare ai sondaggi e alla descrizione dell’accessibilità degli edifici; allo stesso tempo identificano degli aspetti di conformità con l’Americans with Disabilities Act che non riescono a considerare le esperienze vissute dell’accessibilità. Le mappature collettive visualizzano l’evidenza dell’inaccessibilità creando opportunità per una risposta collettiva. La tecnoscienza cartografica crip perciò rende possibile un design ancora più critico, e la messa in discussione dell’ambiente quotidiano.

Il nostro appello per la teoria&pratica della tecnoscienza crip tiene in tensione le politiche crip dell’interdipendenza di Kafer con l’ambivalenza crip nei confronti della tecnologia. Seguiamo Kafer facendo appello all’utilità della cyborg (e dei circuiti tecnoscientifici che incarna) non come figura disabile di per sé, ma come uno strumento per «mettere in scena i nostri interventi blasfemi nella teoria femminista».

La tecnoscienza crip prende in prestito gli strumenti dell’hacking e della programmazione femminista per spergiurare contro le teorie liberali dei diritti disabili e degli imperativi di riabilitazione, e pure contro gli essenzialismi tecnologici degli studi disabili. Mentre la tecnoscienza disabile è spesso usata per terapie o migliorie non richieste, noi sosteniamo che può essere anche “crippata”, riappropriata, hackerata e smanettata per creare un mondo più accessibile.

La tecnoscienza crip si impegna per la giustizia disabile.

La tecnoscienza crip si allinea col movimento per la giustizia disabile, con le sue critiche ai concetti mainstream dei diritti disabili, e il suo focus sull’intersezionalità, la liberazione collettiva e l’integrità. La tecnoscienza crip sottolinea che le persone disabili non sono mere consumatrici di, oppure oggetto di, tecnologie assimilazioniste; al contrario, le persone disabili hanno relazioni agenziali, politicizzate e trasformative con la tecnoscienza.

Rispetto alla giustizia disabile, notiamo che le persone disabili spesso rifiutano dispositivi che causano dolore o portano a infezioni, rifiutano farmaci con effetti indesiderabili, scartano le tecnologie prodotte solamente per rendere le persone non disabilizzate più comode (invece di rendere la vita più facile per le persone disabilizzate, problematizzano gli strumenti costosi creati dal complesso medico e militare-industriale, chiedendo invece forme di accesso più pubbliche e diffuse. Queste critiche e pratiche allineano la tecnoscienza crip con l’impurità, abbracciando il brutto e continuando a convivere col guaio.

Mentre scriviamo dalle nostre posizioni di coloni del Nordamerica, due persone anglofone, accademiche e creatrici immigrate, ci impegniamo per una tecnoscienza crip che pone al centro la guida delle persone più impattate, incluse le expertise delle persone disabilizzate nere, di colore e Indigene. Vogliamo una tecnoscienza crip che rompa con i privilegi della bianchezza e del colonialismo negli spazi progettati, sottolineando che l’accesso è un progetto frizionato che non può prescindere dalla decolonizzazione e dalla giustizia razziale.

Immaginiamo la tecnoscienza crip informata dalla giustizia disabile, costruita su progetti come Open in Case of Emergency, un numero dell’«Asian American Literary Review» curato da Mim Khuc nel 2017, che usa immaginari simbolici, immagini e cultura stampata per hackerare il Manuale Statistico Diagnostico (DSM). Questo progetto interattivo parte da oggetti tecnoscientifici [dei Disturbi Mentali] (come il DSM), così come poesia, tarocchi e scienza hackerata, per lavorare attraverso i traumi e gli spostamenti intergenerazionali asiatico-americani. Immaginiamo anche l’alleanza della tecnoscienza crip con lavori emergenti nella tecnoscienza femminista di colore, come un recente Lab Meeting di «Catalyst» su Black Lives Matter e pedagogia, che descrive alcune possibilità per estendere idee critiche sulla razza, l’intersezionalità e la costruzione ambientale della salute, alla riabilitazione, all’immunologia e alla disabilità mentale. La tecnoscienza crip non sta solo in alleanza con questi progetti, ma assume la posizione per cui questi devono essere centrali quando immaginiamo futuri accessibili.

Impegnandoci per la giustizia disabile, la tecnoscienza crip ingaggia esplicitamente le tensioni che emergono quando prendiamo i corpi disabili come integri, invece che prenderci per danneggiati, tragici o bisognosi di cure. Approcciare i corpi disabili come integri rimarca l’importanza degli approcci collettivi, relazionali e interdipendenti alle disabilità. Seguendo Eli Clare, rendiamo crip l’integrità includendo «ciò che è collassato, schiacciato o spezzato», enfatizzando che integro e spezzato non sono opposti ma possono invece stare in tensione produttiva.

Seguendo la cornice della giustizia disabile, marcare le persone disabilizzate come integre significa «dare valore alle persone per come sono, per chi sono, e capire che le persone hanno un valore intrinseco, fuori dalle nozioni capitaliste della produttività». Prendere l’integrità in questo modo si riferisce anche alla complessità del desiderare di accettare i corpi disabilizzati come sono, mentre allo stesso tempo desideriamo hackerare, smanettare e ingaggiare relazioni modificate, altre, con i nostri corpi e la tecnologia. Come chiede Clare: «Come posso riconciliare la mia lotta di una vita per amare il me disabile esattamente com’è, con il mio uso della tecnologia medica per riplasmare la mia mente-corpo genderizzata, sessuata?».

La tecnoscienza crip abbraccia questa contraddizione, facendo spazio per stare in una relazione critica con gli interventi tecnologici, pur mantenendo che tali interventi non sono obbligatori.

Troviamo ispirazione per la tecnoscienza crip e la giustizia disabile in quello che Alice Sheppard chiama «tecnoscienza estetica-culturale», in particolare i modi in cui l’arte, la performance e i media disabili esplorano le complessità dell’integrità, non cercando né di superare la disabilità, né di cadere nella celebrazione della differenza individuale in sé e per sé.

Per esempio Sins Invalid, una performance collettiva incarnata da persone queer e disabilizzate di colore, usa live e video-performance, ma anche pubblicazioni, per trasmettere prospettive alternative a quelle dei diritti disabili centrate sull’assimilazione. Nelle loro performance, che includono persone utilizzatrici di dispositivi assistivi come bastoni e sedie a ruote elettriche, stampelle, persone Sorde, amputate, e persone con disabilità non visibili, «i paradigmi normativi di ‘normale’ e ‘sexy’ sono sfidati, offrendo invece una visione di bellezza e sessualità che sia inclusiva di tutte le individualità e le comunità». Nella loro pubblicazione Skin, Tooth and Bone, il collettivo traccia una cornice di riferimento per l’organizzazione della giustizia disabile che si basa sulle performance e su un lavoro di attivismo reso possibile con le tecnologie.

Allo stesso modo, l’organizzazione artistica disabile canadese Collaborative Radically Integrated Performers Society in Edmonton (CRIPSiE) sfida «le storie dominanti sulle disabilità e altre forme di oppressione, attraverso arte performativa matta e crip, di gran qualità, arte video e programmi di educazione pubblica e sensibilizzazione» che «celebrano le possibilità generative della ‘disabilità’ e della ‘malattia mentale’, nella misura in cui queste esperienze possono offrire importanti prospettive alternative».

Nel progetto di video-art di danza Other-wise, Danielle Peers e Lindsey Eales esplorano i temi dell’interdipendenza, dell’accesso e dell’integrità, parlando i movimenti della loro danza mentre i corpi di Peers e Eales si muovono l’uno verso l’altro e poi si allontanano, gli arti che si attorcigliano sopra e intorno alla sedia a ruote di Peers: «Tira su. Supporta. Mi tira fuori e dentro. Connette… Noi siamo la sedia… Noi non supereremo, ma stiamo diventando». Gli usi performativi della tecnologia trasformano il significato della tecnologia funzionale da riabilitativa o adattiva a culturale.

Un altro luogo da cui ri-fare-mondo con la tecnoscienza crip è la moda disabile. Ad esempio il progetto «Crip Couture» di Chun-Shan Sandie Yi crea arte indossabile, protesi fatte su misura e ortesi che sottolineano la differenza e la disabilità. Yi lavora con materiali non convenzionali, come pelle e capelli, per ingaggiare le contraddizioni dell’integrità disabile. Il progetto «Myostomy» del designer James Shutt pure offre otturatori per stomie a tema lingerie per chi utilizza le sacche per colostomia, oppure prodotti di arte corporea che esteticizzano lo stoma. 

Come il lavoro di Yi, questi interventi trasformano la tipica comprensione della tecnologia assistiva, rendendola moda, arte, cultura crip.

La produzione mediatica crip è un altro strumento per produrre nuove rappresentazioni della disabilità che mettono in discussione i discorsi della tecnoscienza disabile. Per esempio, l’artista disabile Sue Austin ha sviluppato una sedia a ruote che le permette di fare immersioni subacquee. Documentando queste esperienze nelle profondità oceaniche, circondata dall’acqua blu e dalle creature oceaniche, Austin evidenzia la gioia e la libertà del «rivisualizzare il familiare» usando una sedia a ruote per negoziare mondi inaspettati. Il lavoro di Austin, che appare nel documentario su disabilità e tecnologia «Fixed» di Regan Brashear, offre modi di «vedere, essere e conoscere» con le disabilità che affermano il ri-fare-mondo crip.

Nell’era digitale, YouTube e altri servizi online sono diventati strumenti per distribuire contenuti di giustizia disabile. Il manifesto dell’attivista autistica Mel Baggs, In My Language (con oltre 1,5 milioni di visualizzazioni al momento della scrittura di questo testo), usa audio&video per perorare la causa della dignità e dell’appartenenza delle persone Autistiche alla comunità umana [personhood]. In una serie di clip, Baggs fa suoni, tocca oggetti e usa il suo corpo per muoversi nello spazio. Poi mostra gli stessi spezzoni con una voce generata dal computer che spiega che spostarsi e sentire costituiscono un linguaggio. Poiché «il modo in cui pensa e risponde naturalmente alle cose ha un aspetto e una consistenza così diversa dalle concezioni standard, alcune persone non lo considerano affatto ‘pensare’, eppure è una modalità di pensiero a sé stante». Al contrario, Baggs lotta per l’agentività e la potenza delle persone Autistiche, in particolare le persone non verbali, che sono spesso escluse dalle narrazioni mainstream delle disabilità.

Pur riconoscendo i modi ingiusti in cui molte persone arrivano alla disabilità, la tecnoscienza crip afferma che la vita disabile è una vita desiderabile, una vita degna di essere vissuta, e una differenza che conta. I diritti disabili prefigurano spesso un quadro di riferimento incentrato sull’orgoglio [pride] senza riconoscere le relazioni tra orgoglio e «la violenza delle condizioni socioeconomiche del capitalismo».

La tecnoscienza crip riconosce che i quadri di riferimento incentrati sull’orgoglio potrebbero rendere difficile «riconoscere la sofferenza devastante che risulta dalla colonizzazione, dalla guerra, dalla fame e dalla povertà», perciò diventa cruciale rigettare «i modi in cui la disabilità è attualmente impiegata come meccanismo per l’oppressione nel contesto globale». All’interno di tali contesti, «rivisitazioni positive della disabilità» non sono sempre politicamente salienti.

Tuttavia, prendendo le mosse dalla giustizia disabile, la tecnoscienza crip pone al centro il ruolo trasformativo delle persone disabili sia in condizioni tecnoscientifiche che attiviste, per costruire e al tempo stesso smantellare il mondo verso relazioni sociali più giuste, incluso lo specifico coinvolgimento delle «specifiche sensibilità e discorsi» che la cultura disabile offre, per rifiutare la disabilità «come vettore di controllo sociale» o «arma di debilitazione».

Seguendo Clare chiediamo «come siamo testimoni, come nominiamo e resistiamo alle ingiustizie che rimodellano e danneggiano ogni sorta di corpi-menti: piante e animali, organiche e inorganiche, non-umane e umane, senza far corrispondere la disabilità con l’ingiustizia?». Questa domanda riconosce l’ingarbugliatezza [messiness] del fare-accesso in condizioni dettate dal colonialismo, dal militarismo e dalle ingiustizie, ma ci chiede anche di andare avanti e localizzare le condizioni e la potenza trasformativa dei saper-fare crip sotto questi sistemi.

Le persone disabili usano la tecnoscienza per sopravvivere e alterare gli stessi sistemi che producono disabilità o cercano di dipingerle come rotte. Prendiamo l’esempio di Safwan Harb, un rifugiato siriano con due parenti disabili. Mentre vivevano in un campo profughi, Harb ha progettato un monopattino accessibile con materiali di scarto, permettendo a sé stesso e ai suoi parenti di navigare le strade sterrate del campo. L’invenzione di Harb significa un saper-fare crip in spazi prodotti da guerra e spostamenti. La mobilità, in questo contesto, non è uno strumento di rinforzo del nazionalismo abilista, della produttività, ma neanche dei diritti. L’invenzione di Harb invece è un risultato di un processo di progettazione attuato dall’esperienza crip.

La tecnoscienza crip riconosce i contesti non innocenti in cui le conoscenze emergono e l’accesso. In alcuni casi, la tecnoscienza crip può essere una conoscenza e una creazione individuale che riorienta il mondo materiale. In altri, può essere un lavoro collettivo, politicizzato, verso l’interdipendenza e la giustizia. A partire da Haraway, proponiamo la tecnoscienza crip come un progetto critico che tiene in tensione gli imperativi ingiusti dell’innovazione tecnoscientifica con le capacità trasformative del modellare la materia e il significato attraverso le prassi.
Il punto non è raggiungere la purezza ideologica al di fuori della tecnoscienza disabile mainstream, del militarismo o del capitalismo, ma situare e centrare fili di resistenza che già si danno all’interno e contro questi sistemi.

Mentre la tecnoscienza si espande al di là dell’enfasi sul militarismo propria del momento storico della Guerra Fredda, per includere condizioni spesso considerate innocenti o non controverse (come la sostenibilità), le persone disabili restano intrappolate tra imperativi diversi, come salvare le risorse e creare accesso – un conflitto sottolineato di recente dal dibattito sul divieto delle cannucce (#StrawBan, discusso nel pezzo di Alice Wong del numero di «Catalyst» [su cui è stato pubblicato questo manifesto, N.d.T.]). 

Ma la tecnoscienza crip può offrirci una sensibilità e una serie di pratiche per rispondere ai problemi collettivi come il cambiamento climatico e l’inquinamento. 

Non solo [noi] persone disabili [agiamo] da esperte e progettatrici per ridurre l’uso di plastiche monouso come quelle delle cannucce, ma possiamo anche attingere alle pratiche di accessibilità e Design Universale generate dalle comunità per elaborare risposte all’Antropocene. 

Per esempio, studi recenti stimano che i composti chimici organici volatili (VOC) nei prodotti di bellezza profumati e negli spray aerosol producono più emissioni di CO2 delle macchine. Le persone disabili con sensibilità chimiche o ferite lottano da tempo per avere spazi privi di profumi per evitare emicranie, confusione cerebrale, malattia, oltre a richiedere una riduzione dell’inquinamento industriale. Attiviste come Piepzna-Samarasinha hanno già fatto pedagogia sull’accessibilità delle fragranze, ma hanno anche hackerato la produzione di prodotti senza fragranze. 

Seguendo Piepzna-Samarasinha, che descrive l’accessibilità come «atto d’amore», la tecnoscienza crip immagina l’hackeraggio di risorse non danneggianti come atto di amore planetario, attraverso cui l’accessibilità per le persone marginalizzate come quelle disabili e con condizioni di sofferenza indotte da sostanze chimiche, marginalizzate, possa anche mitigare il danno chimico all’atmosfera e agli oceani.

Queste opportunità per hackerare e smanettare con pratiche pervasive come l’uso di VOC mostrano anche che l’expertise e l’ingegno crip non devono basarsi su narrazioni di orgoglio disabile per sfidare le condizioni globali che danneggiano la vita umana e non-umana. Partendo dai principi della giustizia disabile, la tecnoscienza crip crea agitazione contro l’obbligo della corporeità abile e il nazionalismo abilista, e contro gli imperativi dell’indipendenza e della produttività; lavora su scale molteplici: dagli hack più basilari della vita di tutti i giorni agli sforzi organizzati per l’accesso collettivo, per materializzare futuri accessibili in cui i corpi non debbano essere percepiti come produttivi, leggibili, articolati o belli per essere compresi come agenti importanti del ri-facimento del mondo.

3. Conclusione

La tecnoscienza crip spazia dalle pratiche di design all’attivismo politico alle alleanze accademiche, ai sistemi globali e alle resistenze su micro-scala, contemporanee e storiche. Vogliamo pratiche di tecnoscienza crip che mettano in discussione l’economia politica della tecnologia, in particolare perché è piena di trappole di ingiustizie perpetuate dagli imperativi per aggiustare, curare o eliminare la disabilità.

La tecnoscienza crip lotta per dei futuri in cui la disabilità è anticipata e benvenuta, in cui tutte le persone disabili prosperano, senza badare alla produttività. Sostenendo futuri accessibili, rifiutiamo di trattare l’accesso come una questione di conformità tecnica o riabilitazione, come semplice aggiustamento tecnologico [fix] o una lista di cose da spuntare. Al contrario, definiamo l’accesso come collettivo, incasinato, sperimentale, frizionale e generativo. I futuri accessibili richiedono la nostra interdipendenza.

Poniamo al centro l’attivismo tecnoscientifico e le pratiche di progettazione critica radicate nella giustizia disabile, nell’accesso collettivo e nella trasformazione collettiva verso relazioni disabili più giuste dal punto di vista sociale. Chiediamo a persone attiviste, accademiche e creatrici di espandere i futuri possibili per le persone disabili. Troviamo i saper-fare crip nella progettazione e nell’implementazione di architetture, tecnologie e infrastrutture. Cerchiamo ampio riconoscimento per la forza del (dis-)fare-mondo della tecnoscienza crip, e coinvolgimento in essa.

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  • Sayers, J., 2018, Making things and drawing boundaries: Experiments in the digital humanities, University of Minnesota Press, Minneapolis.
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  • Shotwell, A., 2016, Against purity: Living ethically in compromised times, University of Minnesota Press, Minneapolis.
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  • Sins Invalid (Ed.), 2016, Skin, tooth, and bone—The basis of movement is our people: A disability justice primer, Sins Invalid, San Francisco.
  • Sins Invalid, 2018, About us, https://www.sinsinvalid.org/mission.html. 
  • Snyder, S., & Mitchell, D., 2006, Cultural locations of disability, University of Chicago Press, Chicago.
  • Sobchack, V., 2006, A leg to stand on: Prosthetics, metaphor, and materiality, in The prosthetic impulse: From a posthuman present to a biocultural future, ed by M. Smith & J. Morra, MIT Press, Cambridge, pp. 17-41.
  • Sterne, J., 2001, A machine to hear for them: On the very possibility of sound’s reproduction, «Cultural Studies», XV, 2, pp. 259-294.
  • Thompson, V., 2019, How technology is forcing the disability rights movement into the twenty-first century, in «Catalyst: Feminism, Theory, Technoscience», V, 1.
  • UPIAS, 1976, Fundamental principles of disability. London: Union of the Physically Impaired Against Segregation.
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  • Wong, A., 2019, The rise and fall of the plastic straw: Sucking in crip defiance, in «Catalyst: Feminism, Theory, Technoscience», V, 1.
  • Yergeau, M., 2014, Disability hacktivism, in «Computers and Composition Online».
  • Yi, C. S., 2017, Crip couture, https://www.cripcouture.org.
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5. Risorse

Consigli minimi di lettura nel contesto italiano

  • E. Alimena, Lotta per l’inclusione. Il movimento delle persone con disabilità motorie negli anni Settanta in Italia, Erickson, Trento 2021.
  • E. A. G. Arfini, Che cos’è l’intersezionalità?, Carocci, Roma 2024.
  • F. Baroni, L. Des Dorides, Deaf studies. Per una lettura critica della sordità, Erickson, Trento 2025.
  • A. Bartoccini, L. Petrachi, G. Russo (a cura di), Politiche dell’autismo. Etica, epistemologia, attivismo, DeriveApprodi, Bologna 2024.
  • R. Bellacicco, S. Dell’Anna, E. Micalizzi, T. Parisi (a cura di), Nulla su di noi senza di noi. Una ricerca empirica sull’abilismo in Italia, FrancoAngeli, Milano 2022.
  • M. G. Bernardini, B. Casalini (a cura di), “Fare e disfare” genere e disabilità, in «Minority Reports. Cultural Disability Studies», XIV, 1, 2022, pp. 7-26.
  • C. Bersani, F. D. D’Amico, G. Traversi, Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip, Sossella, Roma 2025.
  • S. Carnovali, Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi, Aracne, Roma 2018.
  • I. Crippi, Lo spazio non è neutro, Tamu, Napoli 2024.
  • F. D. D’Amico, Lost in Translation. Le disabilità sulla scena, Bulzoni, Roma 2021.
  • F. Monceri, Disabilità o disabilitazione? Una questione politica, Morcelliana, Brescia 2025.
  • C. Montalti, Introduzione ai Disability Studies, Biblioteca Clueb, Bologna 2025.
  • C. Montalti, Prospettive cyborg sulla disabilità. Tecnologie, relazioni di cura e futuri culturali, DeriveApprodi, Bologna 2025.
  • E. Paolini, M. C. Paolini, Mezze persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo, Aut Aut, Palermo 2022.
  • M. Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci, Roma 2012.
  • C. Tarantino  (a cura di), Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, Bologna, Il Mulino 2024.
  • E. Valtellina (a cura di), Teorie critiche della disabilità. Uno sguardo politico sulle non conformità fisiche, relazionali, sensoriali, cognitive, Milano-Udine, Mimesis 2023.
  • E. Valtellina  (a cura di), Sulla disabilitazione. Introduzione ai Disability Studies, Torino, UTET 2025.
  • A. Vanolo, La città autistica, Einaudi, Torino 2024.

Associazioni, collettivi, progetti 

  • ALternative DIsability QUAlity Artists
  • Associazione Culturale Fedora. Integrazione e Accessibilità
  • Culturaccessibile. Soluzioni creative per l’accessibilità
  • Disability Pride Network
  • Movimento Antiabilista
  • Neuropeculiar. Movimento per la biodiversità neurologica
  • Progetto “Giochiamoci”
  • Oltre i limiti
  • Fondazione Time2
  • Persone. Coordinamento nazionale contro la discriminazione delle persone con disabilità
  • Brigata Basaglia