LA MACCHINA MUTEVOLE E L’UOMO. A margine dell’Enciclica Magnifica Humanitas

di:

Gianluca Giannini

Gianluca Giannini

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Table of contents

  1. Dalla creatura al processo
  2. AI tra potere e responsabilità
  3. Dentro il Digiticene

 

Abstract

THE MUTABLE MACHINE AND THE HUMAN This essay examines the anthropological implications of artificial intelligence through a critical engagement with Magnifica Humanitas. Starting from a secular and co-evolutionary understanding of Sapiens, it argues that AI cannot be reduced to a neutral tool, since its architectures, datasets, metrics, and infrastructures actively shape visibility, decision-making, responsibility, and power. The essay situates this transformation within the Digiticene, an onto-technological condition in which datification, predictive systems, and SmartEcoSystems reshape human experience, attention, and judgment. Against both technological idolatry and nostalgic rejection, it claims that the question of AI is ultimately a question about forms of life, requiring literacy, institutional accountability, and a renewed ecology of attention. KEYWORDS: Artificial Intelligence, Digiticene, Datification, SmartEcoSystems, Human Condition.

1. Dalla creatura al processo

Dovremmo aver raggiunto oramai uno stato di compiuto disincanto per considerare che non occorre postulare un’origine sacra per cogliere la singolarità dell’umano. Sapiens, infatti, nella sua specificità è tale e non per privilegio metafisico, ma per casuale necessità essendo niente più che un vivente che ha imparato a trasformare la propria fragilità in legame, il proprio limite in linguaggio, la propria sovraesposizione in cooperazione.

Senza grande tema di smentita, viste le straordinarie acquisizioni delle scienze coeve anche in fatto di lògoi su ànthropos, è più che plausibile assumere l’umano come un percorso la cui traiettoria, neanche troppo lunga e sicuramente non lineare, nient’altro è se non una storia co-evolutiva in cui biologia e cultura s’intrecciano, corpo e tecnica s’inseguono, mondi artificiosi edificati ritornano a plasmare i suoi stessi costruttori. Tant’è che ogni grande svolta tecnica non ha aggiunto solamente una serie di mezzi estranei alla dimensione originaria, ma ha sempre riscritto una postura, un ritmo, una soglia del percepibile.

La pietra scheggiata e l’aratro, la stampa e l’elettricità, non hanno mutato semplicemente ciò che facciamo ma, in maniera decisamente più significativa, hanno costituito il transitorio punto di caduta e, correlativamente, le basi di riavvio per altri nostri precari e instabili processi di realificazione per far-mondo e, appunto, renderlo accessibile e praticabile per noi.

Ogni volta il reale, per potersi dare, nell’ottica della nostra strategia persistentiva del Lògos e nel Lògos, ha richiesto plastiche grammatiche operative, ovvero modi per temporaneamente stabilizzare l’instabile mondo esterno, di rendere accessibile e abitabile l’indistinto originario. E tali grammatiche operative, indefettibilmente, hanno mutato le nostre condizioni relazionali con il Mondo Esterno (che diviene tale, per noi, proprio perché frutto della nostra specifica capacità di far-Realtà come un Mondo) e, correlativamente, hanno costantemente trasfigurato i motivi strutturali della nostra condizione quale condizione di per-esistenza.

Oggi, nell’epoca della cosiddetta Rivoluzione/Transizione Digitale questa dinamica, che evidentemente non ha potuto conoscere soluzione di continuità, si palesa con un’intensità che non ha precedenti giacché incide, in maniera oramai evidente, sull’infrastruttura complessiva del pensare, del ricordare, del decidere etc., ovvero sull’intelaiatura profonda della nostra capacità realificativa.

Per cogliere appieno questa svolta vale la pena di ripercorrerne, sia pure per cenni, la genesi. L’Antropocene, l’epoca in cui l’attività umana è diventata la principale forza di modificazione geologica e climatica del pianeta, non ha conosciuto una qualche inaspettata forma di arresto o sospensione ma, semmai, s’è evoluto in un’ulteriore fase, meno rumorosa ma non meno irreversibile.

A partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, infatti, le infrastrutture dell’informazione, e cioè cavi, satelliti, protocolli, Data Center, reti, sono divenute progressivamente e inesorabilmente parte costitutiva del paesaggio terrestre, e proprio in questo passaggio si è consumato un vero e proprio snodo-soglia che ha comportato non più semplice mediazione con il mondo esterno, ma manomissione e riscrittura organica dei suoi stessi tessuti per ancora far-Realtà come un Mondo per noi, ma in forma assolutamente inedita. Da qui il terreno di germinazione di quelli che sono gli SmartEcoSystem, ecosistemi simbolico-informazionali che non si limitano a rappresentare una realtà, ma la riconfigurano, la rendono operativa, la pre-orientano.

È questo l’orizzonte che si può indicare come Digiticene, ovvero una nuova fase antropologica che non sta a dire un semplice marcatore cronologico o un’etichetta da spot, ma un ambiente totale, un ecosistema ontologico e culturale emergente che avvolge e compenetra ogni aspetto della nostra esistenza.

Di fatto, è la nuova condizione esistenziale all’interno della quale le coordinate che definiscono l’umano, e cioè la soggettività individuale e collettiva, i meccanismi della memoria e dell’oblio, la percezione e l’organizzazione del tempo e dello spazio, la natura del lavoro e della creatività, le forme della comunicazione e le pratiche della cura, vengono radicalmente rinegoziate e riconfigurate.

In questa condizione epocale, le tecnologie digitali non sono fattori esterni, accessori meramente funzionali o strumenti neutri a nostra disposizione, ma hanno trasceso tale ruolo, evolvendosi in ambiente, matrice, habitat e nicchie vitali. La nostra esistenza non si svolge più semplicemente con il Digitale, ma intrinsecamente nel Digitale. E ogni ambiente di tal tipo esercita una pressione selettiva, determinando quali forme di vita, quali idee, quali pratiche possono attecchire, svilupparsi e prosperare e quali, al contrario, sono destinate a declinare, a marginalizzarsi o a estinguersi[1].

Il Digiticene, ovvero questa epoca qua in cui il Digitale e l’Intelligenza Artificiale ci si presentano non come meri strumenti a disposizione giacché strutturalmente condizioni di possibilità, svela che gli spazi antropici non sono più semplicemente corredati da supporti artificiali funzionali, ma si  qualificano come veri e propri ambienti operativi in cui i nostri Device non sono più un fuori che impariamo a usare, ma un dentro che usiamo e ci usa, nel senso preciso in cui predispongono opzioni, selezionano visibilità, anticipano scelte, correggono errori prima ancora che compaiano.

Nel Digiticene, quindi, l’insieme delle opzioni visibili tende a coincidere con l’insieme del possibile e il possibile, sempre più spesso, arriva come Output, cioè come risultato di Database, Ranking, modelli, Pipeline che trasformano il reale, riordinandolo e riconfigurandolo costantemente, in una sequenza trattabile e restituibile.

2. AI tra potere e responsabilità

Mi sembra di poter dire che in questa scena appena abbozzata abbia fatto il suo legittimo ingresso l’Enciclica papale Magnifica Humanitas. In special guisa il Capitolo 3, Tecnica e dominio, in cui Leone XIV ha estroflesso una diagnosi sulla condizione umana attuale nel solco, e ovviamente, di una tradizione specifica, quella del magistero sociale cattolico che, indi, fruisce di categorie interpretative sue proprie, divergenti sempre più dalle scienze coeve.

Ragion per cui, per chi non parte dalla fideistica premessa creaturale, la lettura non può che essere onesta intellettualmente e, nell’assumere la radicale divergenza, neppure predisporsi a fingere di colmarla con qualche acrobazia speculativa.

L’Enciclica fonda infatti la peculiarità (e grandezza… e già su questo una prima problematica distanza) dell’umano nella relazione con Dio e nella Grazia. Una prospettiva filosofica che pretende, scientificamente, di essere pensiero critico sul proprio tempo e nel proprio tempo, come si diceva, non può che invece ripartire ogni volta da un angolo di visuale diametralmente opposto, in ragione del quale il vivente storico in co-evoluzione Sapiens è un animale cognitivo che ha costruito nel tempo, attraverso pressione selettiva e accumulo culturale e trasformismo biologico finanche, capacità simboliche, relazionali e riflessive.

Non creatura, quindi, ma processualità ibridativa necessariamente aperta.

Non dignità ricevuta per Grazia, ma dignità emergente dall’intreccio di biologia, linguaggio e storia.

Questa differenza radicale, si badi bene, non rende inutile il confronto ma, anzi, lo restituisce come esigente e proprio in questo decisivo snodo epocale. Ciò significa, in prima istanza, prendere sul serio le convergenze senza opacizzare e/o neutralizzare le distanze e, dunque e in seconda battuta, lasciare che gli argomenti mostrino la loro forza anche fuori dall’orizzonte teologico che li ha prodotti.

Una prima forma di confluenza può essere ad esempio formulata senza alcuna timidezza e/o ambiguità allorquando Leone XIV sostiene che «non possiamo considerare l’AI moralmente neutra» giacché, come «ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni»[2].

Si tratta di riconoscerne e assumerne il tratto circostanziato e nel rilanciare che ogni sistema porta con sé scelte inscritte nei dati che lo hanno formato, nelle metriche che ne hanno guidato l’ottimizzazione, nell’architettura che ne ha strutturato la risposta, nel focalizzare la questione centrale. E cioè che la neutralità è un mito comodo, perché fa evaporare ogni possibile accezione di responsabilità, poiché se lo strumento è neutro, la negligenza, l’imperizia, l’errore e lo sbaglio, stanno sempre fuori, nella migliore delle ipotesi, nel singolo uso.

Gli artefatti tecnici non sono invece fogli bianchi.

Dire che un sistema è neutro equivale a dire che una mappa è asettica, eppure ogni mappa è la proiezione di un complesso di decisioni a monte che hanno significato far emergere ciò che conta e ciò che scompare, che cosa viene messo al centro e che cosa resta in periferia. Nel Digiticene questa mappa non solo non resta cartacea, bensì opera in tempo reale, producendo selezioni, visibilità e plausibilità, e cioè forme della realtà. Anche quando l’AI non vuole nulla, ottimizza qualcosa, e ciò che ottimizza diventa criterio di realtà operativa.

Ma la non neutralità, tuttavia, costituisce solo un primo livello di correlazione. Il secondo, forse più crudo, attiene proprio la struttura del potere che sottende le promesse dell’AI. L’Enciclica ha infatti il merito di esplicitare in maniera netta, e dunque senza la timidezza talvolta riscontrabile nei laici mezzi di comunicazione di massa, che il controllo di piattaforme, infrastrutture, dati e capacità di calcolo è in mano a grandi attori economici e tecnologici e «quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto»[3].

Qui, com’è chiaro, non si tratta di una recriminazione anti-mercato da parte del Pontefice, bensì di una prima chiara esplicitazione di una vera e propria forma di scissione in ragione della quale ciò che ordina l’esperienza non coincide più con ciò che la rappresenta politicamente.

La scena del potere non è più soltanto lo Stato, o qualsivoglia dimensione di vivere associato fondata sulla connettiva condivisione di motivi esistenziali storicamente costruiti, bensì la piattaforma che decide condizioni di accesso, regole di visibilità, opportunità economiche e, spesso, perfino le grammatiche della relazione.

Quel che è da intendersi con Digiticene è anche questa scissione quotidiana, giacché la struttura del Digitale è concentrativa, ovvero pochi Data Center, pochi modelli fondazionali, pochi canali di distribuzione, pochi Standard che diventano lingua franca.

Com’è del tutto evidente, l’asimmetria che ne deriva non è soltanto economica e/o politica, bensì epistemica, poiché chi controlla modelli e infrastrutture decide, in larga misura, che cosa è plausibile, che cosa è pertinente, che cosa merita attenzione. E nel Digiticene l’attenzione non è un dettaglio psicologico, giacché costituisce indefettibilmente la moneta di scambio del reale.

È proprio a questo livello che la questione diventa antropologica in senso forte. Accortamente l’Enciclica descrive i sistemi contemporanei con un’espressione che merita di essere presa sul serio, e cioè quella in virtù della quale i modelli sono più coltivati che costruiti tant’è che «gli sviluppatori non ne progettano ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’AI cresce»[4].

Il termine coltivati non è un vezzo, sposta difatti la metafora dall’officina al campo, ovvero dice che oggi l’ingegnere non controlla ogni singolo passaggio come controllerebbe un meccanismo, ma prepara un ambiente di addestramento, una dieta di dati, una funzione obiettivo e lascia che il sistema si conformi per adattamento statistico.

Il risultato è certamente efficace, tuttavia opaco quantomeno per struttura.

E qui vale la pena di essere precisi sul significato di opacità in detto contesto, perché non si tratta di una qualche macchinazione di poteri occulti bensì, e propriamente, di un effetto strutturale. Un modello profondo, in altri termini, è opaco perché ha milioni o miliardi di parametri, così come una piattaforma è opaca perché è un sistema di microservizi e di scandagli in movimento, e una rete è opaca perché è globale e dinamica.

L’opacità, indefettibilmente, è una caratteristica della scala, e la scala è la proprietà dominante del Digiticene.

Risulta evidente, allora, che qui la responsabilità non può essere ridotta a un gesto individuale, ma diventa responsabilità di catena, responsabilità di processo e per questo tende progressivamente a sfumare.

Su questo punto, sia chiaro, qualsiasi sia la matrice etica di riferimento, il concetto di responsabilità non sta a designare un mero e vuoto slogan per rassicurare cattive coscienze ma s’impone, alla base e in termini infrastrutturali, quale vera e propria esigenza istituzionale e, dunque, tale da porsi nell’ottica di chiarire chi decide, chi risponde, chi può correggere, chi può ricorrere.

Accortamente, e in quest’ottica anche, la descrizione dell’AI, nel testo, evita un errore tipico del dibattito pubblico, ovvero l’antropomorfismo. I sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana, ma «non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano gioia e dolore, non maturano nella relazione»[5].

Questo passaggio non serve a schiacciare la macchina mutevole.

Tutt’altro.

È funzionale a non destituire l’umano, perché se la scena digitale rende simulabile la relazione, replicabile la parola, imitabile l’empatia, il rischio non è soltanto confondere un Output con una voce, ma letteralmente perdere l’attrito della relazione reale, cioè l’esposizione a un altro che non è ottimizzabile e non è prevedibile.

Nel Digiticene la tentazione è sostituire l’altro con una figura che risponde sempre, che non contraddice, che non chiede tempo, che non impone silenzi. Ma la relazione umana non è una chat ben riuscita, è un incontro che modifica, e che talvolta ferisce, e che proprio per questo forma.

Qui si apre forse la zona più inquietante in qualche modo cifrata da Leone XIV, ovvero la forma contemporanea dello scarto.

3. Dentro il Digiticene

L’Enciclica avverte infatti che affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, significa ridefinire i confini delle possibilità umane e che, perciò, in tale dinamica processuale «l’ingiustizia si fa silenziosa»[6].

In questa chiave di lettura, è proprio l’aggettivo silenzioso a essere decisivo, giacché il potere cambia forma, ovvero dall’atto contestabile alla procedura scalabile, dal volto del decisore al parametro del modello, dal conflitto visibile alla frizione invisibile.

Nel Digiticene, dunque, l’ingiustizia (anche e soprattutto quella sociale) può diventare by design, e cioè non per intenzione esplicita, ma quale portato di inerzia di metriche che ottimizzano efficienza e riducono la persona a traccia, e la traccia a destino.

Il punto, allora, non è dire che l’AI discrimina sempre assumendo una stolta postura tecnofobica e reazionaria per assunto, bensì cogliere sino in fondo che può farlo senza che qualcuno se ne accorga, e che può farlo con l’aura dell’oggettività.

E qui, a ben rifletterci, la forma del danno è radicalmente nuova transitando dalla violenza palese alla sistematicità del filtro.

Questo è un punto in cui la diagnosi del Digiticene fornisce una lente precisa laddove nella nuova condizione onto-tecnologica di Sapiens, la realtà tende a diventare il risultato di Pipeline quale modo concreto, concretissimo, con cui servizi, interfacce e processi decisionali vengono costruiti: raccolta, pulizia, normalizzazione, addestramento, validazione, deployment, monitoraggio, aggiornamento. Un modello in produzione non è una cosa bensì un processo in fieri che produce mondo, perché il suo Output entra in raccomandazioni, filtri, generazioni, graduatorie, e torna sul reale come norma di fatto.

Per questo, nel Digiticene, il reale tende a diventare versionato e più che vero o falso, semplicemente aggiornato o superato; più che stabile o instabile, unicamente compatibile o fuori distribuzione.

C’è un altro livello, forse il più tipicamente digiticenico, che merita di essere nominato con chiarezza ed è quello che attiene la trasformazione del reale in linguaggio computazionale e, insieme, la trasformazione del dato in ambiente.

Datificare significa piegare il mondo esterno in codici, renderlo discretizzabile, confrontabile, correlabile, ma nel Digiticene la datificazione non resta fuori di noi come archivio, ma ritorna come datizzazione, cioè come incidenza continua del dato sul vivente. Il dato, aggiornato senza soluzione di continuità, non descrive soltanto ciò che facciamo, bensì modula e scandisce ciò che tenderemo a fare.

Su questo bisogna essere oltremodo netti. La datificazione non è mera operazione fotografico-rappresentativa in linguaggi computazionali ma è, invece, un’operazione di montaggio-smontaggio e riassemblaggio continui. Taglia il continuo in unità maneggiabili, stabilisce criteri di equivalenza, impone griglie di rilevanza, seleziona ciò che merita di essere visto perché merita di essere calcolato. I continui processi di datificazione predispongono letteralmente il mondo esterno e lo rendono Data-Ready, lo riscrivono in guisa tale che possa entrare in catene di elaborazione, in Pipeline di acquisizione, conservazione, inferenza e restituzione.

Ma se la datificazione riguarda soprattutto la piegatura del fuori, c’è parallelamente un secondo movimento, più sottile e più intrusivo, che riguarda noi. Il movimento della datizzazione, che non coincide con il nitido e naturale atto di produrre dati su di noi, è il modo in cui il dato organico, una volta catturato e messo in circolo dentro un qualsivoglia Ecosistema Antropico Digitale, supera livelli crescenti di incidenza fino a divenire intrinsecamente trasfigurativo.

Il dato non resta traccia, ma diventa ambiente.

Non resta memoria, bensì diventa criterio.

Non resta mera registrazione, diventa piuttosto una forma continua di micro-orientamento.

Ora il punto è cruciale giacché la datizzazione non opera con grandi e roboanti fratture, ma con una torsione accumulativa, poiché il dato che muta di continuo ritorna su di noi come forza che ci riposiziona mentre viviamo. Ciò che viene misurato ritorna come ciò che va ottimizzato, ciò che viene comparato ritorna come ciò che va adeguato, ciò che viene previsto ritorna come ciò che naturalmente accadrà.

Non è una trasformazione spettacolosa e rumorosa ma è, per certi versi, una sorta di gentile correzione, apparentemente benefica, spesso impercettibile. Riduce attriti, suggerisce, ordina priorità, modula tempi e attenzioni, ricompensa alcune traiettorie e ne rende improbabili altre. E nel farlo, senza dichiararlo, sposta le coordinate del possibile, di ciò che desideriamo, di ciò che scegliamo, di ciò che ripetiamo.

Datificazione e datizzazione, distintivamente sovrapponibili e sovrapposte in un tutt’uno, fissano dunque il tratto decisivo dell’attuale realificazione.

Da un lato, infatti, il mondo viene reso computabile e dunque governabile attraverso la sua conversione in dato; dall’altro, l’umano viene reso continuamente corrispondente-adattivo ai propri dati, come se dovesse costantemente coincidere con la propria proiezione informazionale.

La datificazione riguarda il mondo come oggetto di traducibilità, laddove la datizzazione riguarda l’umano come soggetto di corrispondenza, cioè come figura che viene progressivamente agganciata e riagganciata ai propri tracciati.

E per cui, non siamo solo descritti, siamo letteralmente ri-sintonizzati.

È in questo esatto avvitamento che prende forma la nuova condizione dell’umano con la quale si confronta Leone XIV, opponendovi il tradizionale calco stazionario metafisico articolato nella categoria di sacra vita da custodire, nuova condizione umana che, invece, a rigore dovremmo intendere e appellare come InfoSapiens.

InfoSapiens che non sta a dire di una qualche suggestiva etichetta per dire in maniera affettata l’uomo digitale, ma la figura di un nuovo soggetto agente (al solito storico e storicizzabile) che non utilizza sic et simpliciter il digitale, bensì è totalmente un Soggetto Agente Digitale, immerso e co-determinato da reticoli informazionali che operano come dispositivi di soggettivazione e selezione dell’attenzione.

InfoSapiens che è il prodotto e, al tempo stesso, l’infaticabile produttore di questa nuova ecologia cognitiva, con mente ibridata e in costante co-evoluzione con dispositivi intelligenti, corpo mappato e tracciato, memoria distribuita, identità moltiplicata in profili.

È in questo senso – autentico punto di non ritorno rispetto a una divergenza di interpretazione con l’Enciclica che non potrà mai trovare composizione alcuna, come pure si diceva in apertura – che la co-evoluzione assume una forma nuova, poiché la soggettività viene lentamente risintonizzata da correlazioni e previsioni che agiscono a un livello pressocché impercettibile.

Qui appare un altro tratto decisivo, quello della correzione continua, fatto di Autocorrect, suggerimenti grammaticali, filtri che perfezionano immagini, Nudging di interfaccia che rettifica comportamenti, e che però produce un mondo in cui l’errore diventa meno visibile perché viene rettificato prima di apparire.

Ma l’errore, storicamente, è stato luogo di apprendimento anche per la nostra Specie. Se l’errore scompare, scompare una parte della formazione. E la formazione, nel Digiticene, non è un capitolo separato, costituisce invece la linea di continuità che decide, potrà decidere, se la potenza tecnica genererà adulti capaci di giudizio o utenti perfetti, cioè eterodiretti.

Un ultimo fondamentale aspetto resta però estraneo all’analisi di Leone XIV, quello relativo agli SmartEcoSystem, ovvero il nuovo modo dello Spazio Antropico in cui infrastrutture, protocolli e modelli diventano l’ambiente vitale anche della vita sociale.

Lo SmartEcoSystem non è solo un insieme di servizi, bensì è un ecosistema stratificato fatto di Layer fisico, Layer logico, Layer semantico, nuova (e inedita) forma e capacità di spazio in cui biodiversità e resilienza vengono tradotte in latenza, Throughput, ridondanza, e persino l’equilibrio diventa compatibilità operativa.

Il Digiticene, allora, non riguarda solo l’AI come applicazione, concerne piuttosto la configurazione complessiva di un mondo che si lascia riscrivere e rappresentare come informazione e che, riconfigurato in tal guisa, cambia struttura per noi nei termini in cui si fa, anche e soprattutto, nicchia vitale sempre più ospitale per una forma di agentività che abbiamo voluto originariamente, qualitativamente e quantitativamente, di gran lunga più efficace di noi.

Di fatto, quando parliamo di AI dovremmo preliminarmente esser consapevoli di aver destruttarato e ristrutturato il mondo esterno sì come una-Realtà per noi e dunque quale Mondo Esterno ma, correlativamente, anche per un altro attore sintagmatico che, anzi, in tale tipo di spazio-ambiente è a suo perfetto agio.

Per questo, anche quando l’Enciclica chiede di non idolatrare né demonizzare gli strumenti e di governarli a partire da un punto fermo, è quasi costretta a toccare, nonostante il mancato sviluppo sulla complessità degli Ecosistemi Digitali, un nervo vitale del Digiticene, ovvero quello in conseguenza del quale l’ambiente digitale è trasparente finché funziona. Lo si vede solo quando manca. Ci si accorge della rete quando cade, del Cloud quando non risponde, del modello quando sbaglia. Il resto del tempo l’ambiente è trasparente, e la trasparenza, questo tipo di invisibilità, è la sua forza ontologica giacché permette immersione.

Ma proprio perché permette immersione, impone (imporrebbe) discernimento invocando istituzioni capaci di renderlo visibile quando serve, cioè prima che la sua invisibilità diventi dominio.

Ma la capacità del discernimento è sempre più impresa ardua, perché in questa logica descritta, il circuito anticipatorio assume un ruolo decisivo, facendo sottilmente scivolare nell’atrofia persino l’attitudine critica.

Sotto questo profilo non serve evocare scenari apocalittici, è sufficiente prestare una pur minima attenzione al quotidiano in cui, ad esempio, la ricerca predittiva che completa una frase, il suggerimento di testo che anticipa un’intenzione, la correzione automatica che sostituisce una parola, sono micro-anticipi che, sommati, producono un linguaggio che non è più soltanto espressione ma, nella migliore delle ipotesi, co-produzione.

Nel caso dei modelli generativi, questa co-produzione si amplifica e il lavoro simbolico dell’umano viene attraversato da una nuova forma di automazione, quella del simbolico.

Ciò non sta a dire che il simbolico diventi meccanismo, ma significa che il simbolico diventa trattabile come sequenza e distribuzione, entrando nel dominio del calcolo. Nel Digiticene, così, non c’è soltanto digitalizzazione della comunicazione ma, com’è ovvio, computazione del senso e questo, indefettibilmente, implica una metamorfosi dell’atto critico-interpretativo tant’è che non sta più soltanto a significare attribuire significato, ma anche valutare Output, distinguere versioni, scegliere tra generazioni, gestire incertezza probabilistica.

Questa trasformazione ha una conseguenza che spesso resta fuori dal dibattito, e cioè che la competenza ICT è divenuta progressivamente abilità epistemica. Capire che un modello genera per probabilità, che una risposta non è vera ma plausibile, che un Output dipende da Prompt e contesto, che un sistema è sensibile a Bias di addestramento e a distribuzioni dei dati, implica già una trasvalutazione epistemica.

Qui la moralizzazione a buon mercato, l’etica da etichetta, non ha presa giacché s’impone un’alfabetizzazione multilivello. E l’Enciclica di Leone XIV, pur da una prospettiva diversa, riconosce lo stesso punto quando parla di educazione e igiene dell’attenzione[7]. È un passaggio importante, perché nomina ciò che spesso è sottovalutato, e cioè che l’ambiente digitale non cambia solo ciò che sappiamo, cambia come sappiamo. E ciò che cambia come sappiamo, cambia inevitabilmente il chi siamo.

Da qui, evidentemente, la questione della disumanizzazione (dalla prospettiva di chi scrive, meglio sarebbe dire, ri-umanizzazione), che l’Enciclica formula con un lessico sorprendentemente concreto laddove chiaramente esplicita che ciò s’inscrive in una dinamica in cui e da cui le molte cose che sappiamo retroagiscono inducendo i soggetti a faticare a dare orientamento alla propria vita, incapaci di connettere informazioni e conoscenze, smarrendo l’orizzonte di senso.

Il Digiticene è un ambiente che aumenta informazione e può diminuire orientamento e questo perché l’orientamento non è un dato, bensì una pratica. Richiede tempo, attrito, verifica, memoria lunga.

C’è poi un’altra dimensione che nel Digiticene si tende a occultare, quella da cui pure s’era partiti, ovvero la materialità del digitale. La retorica dell’immateriale, del Cloud come nuvola, è una favola comoda. I sistemi di AI richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono sulle emissioni, consumano risorse in maniera intensiva, e si appoggiano su macchine, cavi, Data Center, infrastrutture energivore[8]. Questa materialità riannoda Digiticene e Antropocene poiché, e non sarebbe possibile altrimenti, la superficie computazionale è inscritta nella superficie biofisica del pianeta.

Anzi, è proprio questa co-appartenenza di strati a costituire il fondo su cui si è costituita e si è consolidata la nuova condizione umana.

Il digitale non è un altrove, è una fisica operativa che ha sempre la consistenza del mondo.

È a questo punto che nell’Enciclica viene introdotto un altro asse decisivo, quello relativo a comunicazione e immaginario collettivo, allorquando è ricordato che la comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, ma creazione di una cultura, e che chi controlla piattaforme e mezzi di comunicazione possiede una capacità notevole di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà[9].

Qui lo spunto è decisivo e consente di rilanciare che il Digiticene non è soltanto infrastruttura ma, correlativamente, produzione di desiderabile. E produzione di desiderabile significa produzione di Mondo.

Anche (e forse soprattutto) da questa consapevolezza discendono conseguenze operative, senza che il discorso debba scivolare in uno stucchevole galateo morale. Serve, ad esempio, alfabetizzazione reale, non cosmetica, ovvero trovare nuovi traccianti per imparare a distinguere plausibile e vero, Output e giudizio, raccomandazione e decisione. Così come sono necessarie istituzioni e procedure che si concretizzino in Audit indipendenti, trasparenza ragionevole, responsabilità in catena, strumenti di ricorso, governance che non sia catturata dai soli attori economici.

È necessaria, dunque, una vera e propria ecologia dell’attenzione, cioè zone di lentezza dentro l’accelerazione, non per nostalgia ma per igiene cognitiva, superfici che costituiscano, a certo modo e titolo, un argine di difesa dei modi umani di stare al mondo contro la compressione in un unico modello di ottimizzazione.

A ben pensarci, senza correre il rischio di apologie d’accatto né, di converso, di riprovazioni ideologiche, se c’è un merito indiscutibile riconducibile al testo papale non è tanto quello, di mediatica superficialità in ragione del quale si rilancia la questione-AI in termini di preoccupazione, bensì quello di far centro sul nodo antropologico strutturante la questione-AI è cioè che, evidentemente, in gioco vi è un problema di forma di vita.

Detto in altri termini, il pregio dell’Enciclica è quello di riaprire un orizzonte di riflessione condiviso davvero necessario e che fa perno sull’assunto che le forme di vita si orientano attraverso una pluralità di pratiche, istituzioni, alfabetizzazioni e declinazioni di responsabilità.

Occorre, cioè, la pazienza di comprendere che la potenza tecnica, se non custodita, governata e costantemente ricondotta a criteri co-esistentivi, non produce futuro, ma soltanto accelerazione senza direzione.


[1] Per un’analisi più dettagliata e approfondita mi sia consentito rinviare a G. Giannini, Dentro il Digiticene. Cartografie della condizione onto-tecnologica di Sapiens, Meltemi, Milano 2026, in particolar modo i capp. I e II, pp. 21-63.

[2] Leone XIV, Magnifica Humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026, n. 104, pp. 110-111.

[3] Ibid., n. 95, p. 103.

[4] Ibid., n. 98, p. 105.

[5] Ibid., n. 99, p. 106.

[6] Cfr. ibid., n. 103, p. 110.

[7] Cfr. ibid., n. 146, p. 146.

[8] Cfr. ibid., n. 101, pp. 108-109.

[9] Cfr. ibid., n. 136, p. 138.