RICOSTRUIRE LA FIDUCIA NEL SAPERE. Scienza, cura e tecnologia dopo il Covid-19

di:

Graziano Lingua

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Giovanni Maddalena

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Laura Solito

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Table of contents

Abstract

L’epoca pandemica sembra così lontana che parlarne produce quasi un senso di disagio, come se appartenesse ormai a un “tempo rimosso” che non deve riaffiorare. Eppure è stato un periodo fondamentale perché ha messo a nudo una serie di aspetti delle nostre società tecnologicamente trasformate che, pur essendo già presenti, erano per lo più sottotraccia. Abbiamo per esempio misurato quanto un virus potesse mettere in scacco le nostre strutture e le nostre organizzazioni, anche in paesi che si credevano avanzati; ci siamo resi conto del ruolo imprescindibile dei dispositivi informatici e dell’importanza che hanno avuto gli ambienti digitali per consentire di vivere relazioni sociali altrimenti impossibili in periodo di lockdown; ci siamo confrontati con il collasso del sistema sanitario e del Welfare pubblico che aveva fatto la fortuna dell’Europa del dopoguerra, pagando le fragilità e gli anni di sottofinanziamento.

Tra questi e i molti altri elementi che la crisi sanitaria ha messo a nudo vi è stata sicuramente la perdita di autorità della scienza e dei saperi professionalizzati, evidenziando un trend che era già stato rilevato dagli osservatori più attenti, ma che in quella circostanza è diventato un dato evidente agli occhi di tutti. Le lunghe discussioni sulle strategie per affrontare il Covid-19 e sulle misure sanitarie da adottare contro il contagio hanno mostrato dal vivo quanto l’immagine comune di un sapere scientifico certo e universalmente accettato fosse divenuta una costruzione illusoria. Mai come in quei momenti drammatici le controversie tra ricercatori – che, ricordiamolo, non sono mai mancate e mai mancheranno – si sono svolte dinanzi al grande pubblico, spesso senza le dovute mediazioni e senza offrire strumenti per comprenderne il senso. Chi si immaginava una infallibilità degli esperti e una loro capacità di sostituire la classe politica più che mai in difficoltà, si è trovato di fronte a una pluralità di posizioni, in molti casi agli antipodi tra loro, e ne è rimasto disorientato e deluso. Pur riconoscendo gli errori comunicativi che una situazione di emergenza così improvvisa e globale può aver generato, è parso chiaro a tutti che i cosiddetti esperti non parlavano un linguaggio univoco e non erano più le figure idealizzate a cui ancora nel passaggio del secolo si ricorreva per risolvere in modo “scientificamente” fondato i problemi.

Va notato però che quella perdita di fiducia nei confronti di gruppi specifici di specialisti – scienziati e medici in particolare, trovatisi in prima linea nel combattere il Covid-19 – è stata, in realtà, il sintomo di una crisi più ampia e globale, che non è venuta meno a pandemia conclusa. A essere radicalmente cambiata, infatti, è stata la visione generale del sapere esperto e della sua funzione pubblica. Da questo punto di vista il periodo pandemico ha funzionato come un crash test del regime simbolico, che per lungo tempo aveva legittimato le istituzioni della conoscenza e non soltanto il sapere medico: il risultato si è dimostrato catastrofico e ha certificato una ulteriore e significativa perdita di fiducia nei confronti degli esperti.

Come si vedrà nei saggi che compongono questo numero, quell’esito non si spiegherebbe senza tenere conto che il tutto è avvenuto in un momento in cui si era ormai imposta la nuova infrastruttura tecnologica dei media informatici. Internet e gli ambienti digitali avevano ormai eroso in modo radicale le forme tradizionali di comunicazione, di trasmissione del sapere e di confronto nella sfera pubblica, diventando una fonte alternativa di conoscenza, spesso priva di controllo epistemologico. Senza quell’infrastruttura non sarebbe comprensibile la diffusione di fake news, di teorie pseudo-scientifiche e di ogni sorta di narrazione complottista, che hanno costellato gli anni della pandemia facendo definitivamente collassare la comunicazione tra esperti e cittadini comuni. Una volta finita la crisi sanitaria, però, la situazione non è cambiata, e negli anni immediatamente successivi si è ulteriormente acutizzata, anche grazie all’ingresso massiccio dell’IA generativa. I modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), utilizzati non solo in chatbot e in robot sociali, ma ormai integrati nella maggior parte delle piattaforme, sono capaci di simulare gli attori umani producendo testi, immagini e voci sempre meno distinguibili da quelle che potrebbe produrre una qualsiasi persona. Così facendo sono diventati loro i nuovi “esperti”, ai quali ricorriamo, spesso senza tenere in conto di quanto siano condizionati da bias e allucinazioni.

È all’intreccio di questi fenomeni e delle questioni sociali e filosofiche ad essi collegate che fanno riferimento gli scritti contenuti in questo numero, i quali raccolgono alcuni dei prodotti della ricerca del PRIN “Trasformazioni sociali e crisi degli esperti” [2022JR8Z8P] che ha coinvolto ricercatori delle Università di Torino, di Firenze e del Molise.

Nel saggio introduttivo Laura Solito, Carlo Sorrentino, Letizia Materassi ed Ester Macrì si soffermano sui cambiamenti nei processi di legittimazione e di riconoscimento della figura dell’esperto conseguenti alla iperproduzione informativa – favorita dalla facile accessibilità, dall’immediatezza e dalla velocità – e al sempre più evidente orientamento al mercato dei media, che mal si conciliano con la difficoltà di comunicare la complessità della scienza. Gli autori riflettono – attraverso i risultati di un lavoro empirico – sul ruolo nella mediazione esperta del giornalismo scientifico, delle istituzioni universitarie e degli enti di ricerca, evidenziando l’esigenza di un approccio sinergico e integrato tra tutti gli attori sociali coinvolti, capace di affrontare le nuove sfide poste dai cambiamenti sociali, culturali e – non ultimo – dell’ambiente comunicativo e dell’ecosistema dei media.

Il tema della realtà virtuale, aumentata, mista – come nota il contributo di Pier Paolo Bellini, anche con considerazioni e attenzioni di carattere filosofico-morale – è ormai una presenza inevitabile di ogni esperienza ed è divenuto impossibile non confrontarsi con essa. Allo stesso tempo, è sempre il saggio di Bellini a introdurre altre due dimensioni che si collegano a quanto detto: la disintermediazione e la crisi dell’autorevolezza degli esperti. Sono temi di comunicazione e di epistemologia che difficilmente possono trovare confini netti.

Sulla centralità della disintermediazione torna poi il contributo di Graziano Lingua e Federico Zamengo che si concentrano sulla dimensione relazionale della crisi del sapere specializzato partendo dalla nozione di “alleanze dell’expertise” proposta da Lisa Stampnitzky, ovvero da quei patti sociali che legittimano la fiducia nei confronti degli esperti all’interno della complessa rete di attori e istituzioni che producono e comunicano la conoscenza. In quelle alleanze ciò che fin da prima della pandemia ha cominciato ad affievolirsi sono le pratiche di mediazione che consentono non solo di tradurre i risultati della ricerca scientifica professionale, ma anche di valorizzare la dimensione integrativa e relazionale della trasmissione del sapere. Accanto alle pratiche mediche, su cui tornano molti contributi, Lingua e Zamengo si concentrano in particolare sulla scuola e sulle difficoltà che incontrano oggi i docenti a veder riconosciuta un’autorevolezza epistemica, schiacciati dalla concorrenza delle informazioni offerte dal web e dalla convinzione che ogni forma di mediazione sia condizionata da preferenze culturali e pregiudizi ideologici.

Nella stessa direzione si muove anche il saggio di Cristiano Calì, in cui viene tematizzato il rapporto ontologicamente costitutivo fra esperti e istituzione universitaria alla luce della crisi epistemica esplosa durante la pandemia da Covid-19. Dopo aver ricostruito la storia dell’istituzione-università – nata come luogo di produzione del sapere ma anche come centro di validazione degli esperti – il saggio mostra come una lunga trasformazione, dalla specializzazione settecentesca alla professionalizzazione contemporanea, abbia eroso la capacità dell’università di fornire strumenti critici di pensiero; carenza emersa nel periodo pandemico ove l’esposizione degli esperti nello spazio mediatico, la confusione di ruoli e la proliferazione di pseudo-esperti hanno indebolito sia l’autocomprensione degli accademici sia la capacità del pubblico di riconoscerne l’autorevolezza. Da qui emerge quella che l’autore definisce la “quarta notte dell’università”: il mancato riconoscimento sociale del sapere.

Da queste analisi, all’interno del programma di ricerca, sono nate due linee di studio interessanti, entrambe legate alla pratica della medicina. La prima è una revisione del paradigma della relazione medico-paziente. L’articolo di Mattia Benedetti prende in considerazione, in particolare, il momento di comunicazione della diagnosi, superando i modelli informativi e paternalistici, e propone una prospettiva dialogica ispirata all’ermeneutica e all’etica della cura, che riconosce nel momento della diagnosi non solo una trasmissione di verità clinica, ma anche un evento di riorganizzazione del senso e del sé. Sempre all’interno di questa linea si svolge la ricerca presentata da Giacomo Scaioli e i suoi collaboratori che, sulla base di un attento lavoro proposto a sette aziende sanitarie piemontesi, giunge alla creazione di uno strumento di autovalutazione del servizio sanitario basandosi su un modello di assistenza centrata sulla persona e sul coinvolgimento attivo dei pazienti al fine di migliorare la qualità, l’efficacia e la sostenibilità dei servizi sanitari.

L’altra linea di ricerca riguarda il rapporto con la tecnologia. Fabrizia Abbate esplora come la consapevolezza etica possa guidare l’innovazione tecnologica verso un progresso realmente umano. L’approccio, che presenta espliciti riferimenti a Ricoeur e Kitcher, suggerisce un superamento della mera funzionalità tecnica, in favore di uno sviluppo orientato al bene comune. La questione centrale che l’articolo affronta è come rendere le tecnologie strumenti in grado di aumentare le possibilità umane, senza minarne l’autonomia. Nella stessa ottica, Giovanni Maddalena e Simone Bernardi della Rosa provano a leggere la tecnologia attuale come una possibilità di re-intermediazione e di diversa concezione – bottom up invece che top down – della relazione medico-paziente, basata su un’analisi epistemica dei mezzi digitali come dotati di una capacità di conoscenza sintetica debole.

Ancora su questa linea, l’articolo di Francesco Striano si concentra sulla fiducia spesso mal riposta nei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM). A partire da una prospettiva umanistica digitale e relazionale, l’autore propone una rivalutazione dell’expertise come pratica situata, responsabile e dialogica. Fidarsi dell’AI non significa equipararla all’esperto, ma riconoscerne i limiti e integrarla criticamente nel tessuto epistemico e culturale.

Il volume, che chiude i lavori del PRIN “Trasformazioni sociali e crisi degli esperti” [2022JR8Z8P], ben rappresenta un risultato delle ricerche svolte, utilizzando le risorse di tradizioni filosofiche e sociologiche importanti del ’900, come l’ermeneutica, il pragmatismo, la sociologia relazionale, ai fini di una nuova unità antidicotomica tra teoria e pratica, teoresi e azione, interpretazione e comunicazione. È un’unità capace di modificare il piano concretissimo della prassi e, allo stesso tempo, di sviluppare in esso una nuova comprensione del senso del problema particolare come del tema universale. Siamo convinti che sia una lettura utile per tutti e un punto di paragone rilevante per quanti vogliono intraprendere nuovi percorsi di comprensione della realtà attuale.