MIGRAZIONI [Orthotes, Napoli - Salerno 2014]

di:

Alessio Cazzaniga

Alessio Cazzaniga

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Pubblicato nel 2014 dall’editore Orthotes come volume III della collana “Ricercare” (collana di estetica, immagine e musica), il saggio di Guido Boffi resta, a più di 10 anni dalla pubblicazione, una ventata di ossigeno nel panorama, troppo spesso urlato e pervicacemente ideologizzato, dei discorsi sulle Migrazioni.

Il tema della mobilità umana, infatti, è da anni al centro dei dibattiti pubblici e, come sottolineato a gennaio 2025 dall’annuario del Mixed Migration Centre[1], nel 2024 la strumentalizzazione del tema delle migrazioni è stata al centro di pressoché ogni campagna elettorale, influenzando profondamente le opinioni pubbliche e le conseguenti scelte politiche. Un altro indicatore di quanto il tema risvegli approcci politici fortemente marcati dall’ideologia è l’utilizzo della locuzione “Fortezza Europa”, rientrata nel linguaggio dell’analisi geopolitica a partire dai primi anni del secolo XXI a denotare il timore che l’Europa stessa, di fronte al crescente fenomeno della mobilità umana, possa adottare un posizionamento di chiusura proattiva capace di sfociare in agiti istituzionali basati pressoché esclusivamente sul controllo delle frontiere e sulla ghettizzazione delle persone in movimento. Una locuzione, “Fortezza Europa” (citata anche da Boffi nell’Introduzione, p. 14), che aveva fatto la sua comparsa durante la Seconda Guerra Mondiale per definire, da parte del regime nazionalsocialista, la solidità e l’impenetrabilità dell’Europa continentale sotto il controllo e il dominio della Germania nazista.

Un indicatore importante viene fornito dal Barometro dell’odio, un progetto di ricerca di Amnesty International, che ha monitorato gli hate speech online in occasione delle campagne elettorali per le elezioni politiche del 2018. Nello specifico “sono state monitorate le dichiarazioni e i commenti postati sui loro profili social (Facebook e Twitter) da tutti i candidati dei collegi uninominali di Camera e Senato dei quattro principali partiti e coalizioni (Centrosinistra, Centrodestra, del Movimento 5 Stelle e di Liberi e uguali) e dai candidati alla presidenza delle regioni Lazio e Lombardia. La rilevazione, durata 23 giorni, ha permesso di monitorare 1.419 candidati e di raccogliere 787 dichiarazioni e commenti offensivi, razzisti, e discriminatori provenienti da 129 candidati unici, di cui 77 risultati eletti”[2]. È interessante notare che dei 787 commenti offensivi, “il 91% ha per bersaglio migranti e immigrati, e il 7% incita direttamente alla violenza”[3].

Ecco, l’opera di Boffi si apre su questo ruvido campo di battaglia con la lucidità che solo la riflessione filosofica è in grado di portare. È utile, in questo senso, partire da ciò che il saggio non è: non un trattato di sociologia delle migrazioni, non uno studio empirico che riporta dati, numeri e certezze; non, infine, una descrizione delle attuali rotte migratorie. Migrazioni si lascia identificare fin dalle prime pagine come tentativo di dare anima a quelle esistenze che “chiedono voce e ascolto, transito e asilo, lavoro e cittadinanza prima di (o: prima che vengano fatte) scomparire per sempre, cancellate senza tracce nel paesaggio che noi stessi, bene o male, costruiamo e abitiamo” (p. 24). Ciò che si cerca di fare è “praticare il sapere filosofico del mondo che qui si prova a chiamare geoestetica” (p. 25) a partire dalle esistenze migranti veicolatrici di eccedenze semantiche di elementi e idee quali “la terra e il mare, lo spazio e il territorio, il confine e la traccia, i corpi e i luoghi, l’orientamento e lo spostamento, l’estraneità e la cittadinanza, l’abitare e il paesaggio, il gusto e il cibo, l’immaginazione, la percezione, la narratività, e così via” (p. 25).

Chiariti questi aspetti in una ricca introduzione, la prima parte del libro dà l’avvio a un’indagine archeologica sul concetto stesso di “migrazione” che ha l’indubbio pregio di descriverne l’errare dal puntiforme contesto fondativo biblico fino alla pervasività geografica e culturale della modernità globale. A partire dalla scena primaria della chiamata di Abramo (“Va’ via dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla tua casa paterna, al paese che ti indicherò”), il lettore viene accompagnato nel ridefinire e categorizzare la migrazione non come fatto storico e socio-politico, ma come esperienza originaria e fondativa dell’umano, un’esperienza che porta con sé una percezione dinamica e trasformativa di concetti quali spazio, confini, comunità.

Abramo è, in questo senso, il migrante originario, colui che fonda culturalmente il concetto di migrazione dando vita a un’identità che si anima solo nel movimento; e, con lui, è l’ebreo stesso (da ever, “dall’altra parte”, radice di ivri, “colui che viene dall’altra parte”) a incarnare “colui che va portando con sé la propria radice. Il dipartito in cerca di giungere dall’altra parte, l’essere che non può vivere se non trasmigrando. Se vive, emigra” (p. 79). A fronte di un atto migratorio che connota l’essere umano in quanto tale, la medesima, semplice azione dello spostarsi sulla tavola del mondo genera immediatamente un’eterogeneità e un’abbondanza di significati che debordano dal muoversi da un punto all’altro: “Lo spostamento, la trasmigrazione, l’immaginazione geografica scompaginano il possesso territoriale (…) producendovi un’assenza, una cancellazione, quasi un niente, e insieme rigenerano relazioni di potere e possibilità di conflitto” (p. 102). Le migrazioni vengono così inquadrate come luogo dove il potere trova uno spazio fecondo per essere esercitato, legandosi indissolubilmente a parole e azioni di legittimazione o delegittimazione dello spostamento e delle pressoché infinite conseguenze materiali ed ermeneutiche che questo comporta.

Il portato politico delle migrazioni emerge nella seconda parte del saggio, dove lo sguardo viene spostato verso il presente e dove, con ancor maggiore forza, “Il confine è segno e strumento del controllo che configura un mondo” (p. 142); un mondo che, in un’età moderna a pressoché unica trazione degli stati nazionali, è, prima di ogni altra cosa, “un’estensione di spazio continuo definito e delimitato da uno stesso potere sovrano che ne traccia la linea, gli dà forma, rappresentazione, statuto, sicurezza e difesa. Che vi detta norme e minaccia sanzioni” (p. 145). Coloro che migrano, coloro che vivono spostandosi – e vivono proprio in quanto emigrano – si trovano a esperire una tensione dialettica feroce tra una promessa di libertà e il trovarsi ad abitare uno spazio che si fa fortemente limitato, sorvegliato, persino negato nella riduzione – quando non nell’annullamento – delle possibilità di autodeterminazione. L’autore ci conduce quindi nuovamente di fronte allo spazio dell’azione migratoria come luogo di esercizio di un potere che definisce le regole di di accesso e le possibilità esperienziali delle differenti sfere di vita della persona migrante (l’abitare, l’istruzione, la salute, le relazioni sociali, la vita professionale e così via).

Nella terza parte dell’opera, quella forse più densa dal punto di vista filosofico, l’autore delinea l’originale proposta di una geoestetica della migrazione. I movimenti delle persone lungo le fitte trame del mondo, incluse le iperonimie generate dai significati politici dell’attraversamento degli spazi, fanno sì che gli esseri umani protagonisti di tali movimenti diventino qui depositari di esperienze sensoriali e narrative, di immaginari alternativi rispetto a quanto l’ermeneutica del potere ci consegna sul tema delle “migrazioni”. Ed è proprio nella trasformazione vivificante di una migrazione che, da atto identitario e politico come è sempre stato, diviene anche atto estetico che può trovare spazio un essere umano migrante che da depositario diviene amplificatore di un’esperienza multidimensionale, una vera estetica politica del vivente; un vivente che, nel suo essere-nel-mondo, entra  in una trama di relazioni che non radicano nell’“esistenza di individui-termini sostanziali, cioè esistenti di per sé” (pp. 246-7), ma si configurano come “‘operazioni intense’, ‘centri di attività’, modi di soggettivazione nell’essere vivente e mondano, dell’essere vivente e mondano, che è svolgimento, rete di correlazioni” (p. 247) e che, ri-affacciandosi nell’ambito del senso politico, diviene strumento filosofico di resistenza.

Organizzato attorno a tre direttrici principali, una genealogico-archeologica, una storico-politica e una teoretica-geoestetica – che corrispondo alle tre parti in cui l’opera è divisa – il saggio si caratterizza per un approccio critico e uno sviluppo pregno di densità filosofica. Il lettore – che si trova ad affrontare una lettura certo non scontata e non libera da complessità – viene accompagnato su un terreno ove le migrazioni sono oggetto di un rigoroso studio filosofico; gli strumenti della critica filosofica vengono esercitati, dopo un’accurata ricostruzione archeologica, nella realtà attuale, aprendo spazi di riflessione di inaspettata ricchezza attorno a un tema tenuto spesso ai margini della riflessione filosofica, forse anche a causa delle fuorvianti implicazioni ideologiche che ne caratterizzano lo studio, anche quando viene affrontato come “semplice” fenomeno storico.

Alessio Cazzaniga


[1] Il Mixed Migration Centre è una rete globale che si occupa di raccolta dati, ricerca e analisi e nell’ambito delle migrazioni; è presente all’interno degli uffici del Consiglio Danese per i Rifugiati in diversi Paesi di Africa, Asia, Europa e America Latina.

[2] P. Musarò, P. Parmiggiani, Ospitalità mediatica. Le migrazioni nel discorso pubblico, Milano, FrancoAngeli, 2022, p. 67

[3] Ibid.