
È IL NASCERE CHE NON CI VOLEVA. Storia e teoria dell'antinatalismo [Milano-Udine 2025]
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È il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell’antinatalismo di Sarah Dierna è, forse, un libro irrecensibile a causa dell’eccesso di lucidità proprio delle tesi che espone, argomenta. È la stessa situazione in cui ci si trova dopo avere concluso la lettura di un testo di Friedrich Nietzsche. Come è possibile, infatti, mantenere la giusta distanza fra sé e l’opera, quando tale opera ti mette in questione come singolo e, più generale, come forma di vita esistente? Sì, perché questo testo – elegante nella forma e stringente nella teoresi – opera una profonda decostruzione di ciò che noi riteniamo essere la cosa più certa e indubitabile: il fatto di dover esistere e, soprattutto, la necessità di dover mettere al mondo qualcun altro. Per tale ragione, più si procede nella lettura e più si ha l’impressione che vengano meno le solide fondamenta sulle quali abbiamo edificato la nostra storia. Ciò che in particolare viene meno è ogni criterio di superiorità e dominio ontologico da noi inventato per schermare il dolore, la sofferenza e l’insensatezza dell’esistere, sia come singoli che come specie.
Due di questi criteri sono la “vita” e la “nascita” intesi come valori assoluti. Rispetto a ciò, la tesi ontologica che Dierna sostiene, dimostra e lascia penetrare nella mente dei lettori è la seguente: la nascita è un male, essere al mondo è un male, generare altre vite è un male, dunque il non esserci, e di conseguenza il non generare, è un bene. Data la forza e la spigolosità di queste conclusioni, proprio come accade con il demone nietzscheano de La gaia scienza, la voce della coscienza, dopo avere abbassato ogni misura di protezione, ci domanda: questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, sei certo che sia davvero un bene e che sia giusto, corretto, necessario tramandarla alla tua futura prole? Tutto il dolore, tutta l’insensatezza, tutte le offese e i pochi, rari piaceri che ti è capitato di vivere, vorrai davvero farne dono a chi, come te, dovrà scontarli a un prezzo che, di nascita in nascita, si raddoppia? Sì, questo dolore, questa insensatezza, questa offesa, proprio come li vivi adesso, si ripeteranno insieme a tutto il male che hai causato a chi, diverso da te, ha subito la tua presenza nel mondo: le piante, la terra, la natura, gli altri animali. Diversa nella forma, ma uguale nella sostanza, la vita si ripeterà incessantemente. La clessidra del dolore si capovolgerà ancora una volta. E ancora una volta dispenserà dolore. Sei pronto, dunque, a fare la tua scelta?
Se questo è l’esito essenziale e a tratti urticante al quale si perviene al termine del testo di Dierna, è opportuno, adesso, presentarne le ragioni e l’itinerario.
Come lascia intendere il sottotitolo del libro, la proposta teoretica della studiosa si inserisce all’interno della corrente di pensiero che già da un po’ di tempo prende il nome di Antinatalismo. Il suo esponente contemporaneo più noto e anche più discusso è il filosofo sudafricano David Benatar, alle cui opere e tesi fondamentali (l’argomento dell’asimmetria, ad esempio) Dierna dedica buona parte del quarto capitolo (Antinatalismo: una teoria della prassi), che saggia, approfondisce e dipana gli argomenti logici e in certa misura etici in virtù dei quali Benatar può sostenere che la vita, al di là della percezione che ognuno ne ha, è a priori un male e che il non esserci, nel senso del non venire al mondo, è sempre un bene.
Sono molti gli argomenti che il filosofo propone a sostegno di questa tesi, e che la studiosa presenta e chiarisce con una puntualità logica non comune. Tuttavia, se vogliamo ridurre all’essenziale il significato di questa proposta filosofica si può affermare che il non-nascere è sempre preferibile al nascere, giacché l’esistenza è così ricolma di dolore e sofferenza che non basterebbero i piaceri di due, tre, quattro vite sommate insieme per affrancare la tragicità di una sola vita. Se il non-nascere è sempre preferibile al nascere, è chiaro che l’atto generativo rappresenta un interesse prima e una colpa (ontologica, etica) poi di chi genera – colpa che aumenta ancora di più quando la generazione viene praticata attraverso la FIVET, vera tecnica di eugenetica mediante la quale il figlio viene «ridotto ora a merce cui appartiene uno specifico valore d’uso, quello che i genitori vorrebbero appagare con la sua presenza, e uno specifico valore di scambio, definito dalla madre genetica e quella gestante» (p. 279).
Dal nascere, pertanto, non deriva nessun beneficio se non quello di dover scontare tanta sofferenza. Il nascere non è un dono, né tantomeno è un bene. Chi non è ancora nato non ha alcun interesse a venire al mondo, né può vagliare questo interesse in prima persona. Inoltre, la non esistenza non è mai un male in quanto non è paragonabile alla ben più significativa esperienza del morire: «l’elemento negativo della morte non sta nel risultato come ‘being dead’, bensì nel processo del morire (dying) che lentamente accompagna qualsiasi essere vivente» (p. 245). I non nati non subiscono alcuna privazione e quindi nessun dolore, al contrario invece dei nati che devono affrontare il travaglio del negativo: il sapersi finiti e fatti di tempo, cioè il sapersi destinati non solo alla propria morte ma soprattutto alla morte degli altri, le persone senza le quali la nostra vita perderebbe anche quel residuo e costitutivo significato che ci permette di continuare a esistere. L’esito prassico di queste tesi, Dierna lo restituisce con franchezza e coraggio nelle prime pagine del libro: «Per arrestare questo divenire di dolore e angoscia bisogna fermare il meccanismo della riproduzione e spegnere la vita, qualsiasi sia la sua forma. L’Antinatalismo propone infatti un’etica antiprocreativa ed estinzionista, un agire pratico che mira a evitare il dolore e persegue tale obiettivo non portando più al mondo nuovi esseri umani, acconsentendo in questo modo al loro lento, ma presto o tardi inevitabile scomparire» (p. 19).
Possiamo leggere questa conclusione non solo nello spazio dell’argomento della qualità della vita, ma anche all’interno della questione più ampia del senso. Nel primo capitolo (Venire al mondo: origine, senso e fine), Dierna insiste molto sul fatto che da un punto di vista cosmico, sub specie aeternitatis, l’esistenza umana è un «aneddoto» (pp. 21 e ss.) della materia, un modo finito, per dirla con Spinoza, della sostanza infinita, una increspatura che non esaurisce né determina il significato del tutto. Il tutto, più esattamente, non ha un significato. La rosa fiorisce perché fiorisce, sostiene icasticamente Silesius. La materia, di cui siamo una espressione finita e priva di significato, segue il suo corso, fatto di potenza ed energia, atomi che agglomerandosi e disgregandosi generano altra materia. Necessità ha voluto che noi comparissimo sul pianeta Terra. Necessità vorrà che noi non ci saremo più. Non importa quando e come, ma accadrà.
Proprio perché è difficile reggere e sostenere questa verità abissale e tremenda, sub specie temporis, ci siamo impegnati nella produzione di molteplici antropotecniche (la generazione, fra queste) volte a tessere di senso e significato ogni aspetto della vita organica e inorganica, introducendo scopi e gerarchie ontologiche là dove, invero, tutto ciò manca. Anche da questo punto di vista, l’antinatalismo proposto dalla studiosa rappresenta uno strumento di misura assai prezioso, in quanto permette una torsione ontologica entro ogni forma di antropocentrismo, volta a favorire le condizioni di possibilità per un pensiero «ontocentrico» (p. 17) che ci aiuti a leggere il mondo e la vicenda umana da una prospettiva ermeneutica più misurata, umile, se non addirittura «meta-umana» (p. 334).
Tuttavia, di quale antinatalismo stiamo parlando? Pongo questa domanda perché, se è vero che Benatar ha avuto il merito di dare forma e contenuto filosofico ad alcune delle questioni finora trattate, dall’altro lato ho l’impressione che il testo di Dierna sancisca un superamento, nel senso hegeliano dello aufheben, proprio dell’antinatalismo così come, in epoca recente, si è configurato con il filosofo sudafricano.
Dierna, infatti, accoglie i temi, gli scopi teoretici, i metodi di indagine e in particolare i fini di tale indagine, ma tutto ciò viene recepito e insieme superato all’interno di un discorso ampio e maturo che vuole restituire all’antinatalismo la sua storia filosofica. Inoltre, la studiosa toglie all’antinatalismo quell’aura che rischia di farlo apparire – nonostante la forza logica dei suoi argomenti – come una trovata recente, un po’ eccentrica e stramba, frutto della stanchezza esistenziale di noi contemporanei, che non siamo più disposti ad affrontare con pienezza il travaglio del vivere. Al contrario, l’antinatalismo, nella declinazione proposta da Dierna, ha una storia, una tradizione di pensiero assai antica e significativa che converge in forme e modi diversi nella domanda perenne del filosofare: «perché l’essere e non il nulla?».
Saggiando questa domanda, che pone al centro della riflessione l’essere in quanto tale e non una sua parziale manifestazione come la vita organica, nel secondo capitolo (Profilo storico dell’antinatalismo) Dierna traccia un itinerario che dai greci fino a Schopenhauer, passando attraverso il buddismo, l’induismo e il cristianesimo, restituisce il senso e il significato di quanto viene definito come proto-antinatalismo. Espressione che trova il suo orizzonte nel fatto che in questa tradizione di pensiero, in particolare presso i greci, «la riflessione sul nascere rimane metafisica» (p. 83), non prospettando, quindi, un agire pratico finalizzato a interrompere l’atto di riproduzione. Ciò si presenta come «una sorta di intellettualismo etico, […] nel quale la comprensione teoretica dell’essente e dell’essere diventa centrale, determinante, necessaria e forse sufficiente per risolvere il problema della nascita» (p. 120). Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate al cristianesimo, dove la studiosa, grazie alla puntuale ermeneutica condotta da de Giraud sui testi sacri, mostra come possa esistere un antinatalismo biblico e cristiano – si pensi al Qoèlet e a Giobbe, in particolare. Dell’induismo e del buddismo Dierna mette in luce la postura filosofica, la quale riconoscendo il male ontologico che intesse ogni ente, su tutto l’ente umano, si propone di interrompere il ciclo eterno di nascita e reincarnazione a un livello strettamente personale. Per l’induista e per il buddista è doveroso «interrompere il ciclo a causa della sofferenza del mondo ma l’interruzione riguarda la propria esistenza e non quella delle generazioni future. Si tratta di impedire il proprio nascere e in questo modo di salvarsi» (p. 119).
Davvero raffinate sono, inoltre, le riflessioni che Dierna conduce sul Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, dalle quali emerge con chiarezza che il filosofo di Danzica «esclude certamente l’ipotesi di un Antinatalismo attivo, contemporaneo e che nega la procreazione. A mio avviso la sua filosofia esclude anche l’ipotesi del non nascere, quale che sia il modo in cui lo si persegue. La volontà si nega assecondandola, mentre diviene e nel suo divenire stesso» (p. 147). Il proto-antinatalismo, in sintesi, può essere letto e compreso come un gesto di pensiero che riconosce sì il dolore, il male, la sofferenza che caratterizza il vivente, ma questa consapevolezza privata è già via e forma di redenzione. Ciò che manca, in questo orizzonte, è la prospettiva di una prassi ecumenica che l’antinatalismo contemporaneo, invece, suggerisce e pensa come opportuna, necessaria.
Qual è dunque il punto di incontro e anche di snodo fra l’antinatalismo antico e quello contemporaneo? Dierna individua questo punto nel pensiero del norvegese Zapffe, al quale è dedicato il terzo capitolo (Peter Wassel Zapffe), forse il più intenso e ricco di tutto il libro.
Con Zapffe, Dierna fa luce non soltanto sulla dimensione tragica dell’esistenza, ma anche sulle diverse antropotecniche, come dicevamo sopra, attraverso le quali l’umano scherma l’insensatezza e l’orrore dell’esistenza. Fra queste tecniche la più potente ma anche la più rovinosa è la coscienza cartesiana, la quale piuttosto che essersi arrestata davanti a una consapevolezza tragica dell’essere vivente, ha fondato su sé stessa il senso e il fine di ogni cosa, così sancendo una esiziale cesura fra l’umano e il mondo, fra l’umano e la natura, fra l’animale umano e l’animale non umano.
Se è normale che la coscienza filtri e tessa di significato il vuoto di senso e di teleologia che ab origine è l’esserci di ogni cosa, meno corretto, lo ribadiamo, è far coincidere l’attività della coscienza con il fine, il senso, il tutto. A tal proposito Zapffe/Dierna ci ricordano che la cultura, il pensiero, le istituzioni, l’agire razionale e ogni forma di attività umana sono appunto tecniche di senso, che mai, tuttavia, devono superarsi in un eccesso di positività, il cui esito, come noi tutti possiamo constatare osservando il mondo, è uno squilibrio profondo all’interno degli ecosistemi naturali, sociali, culturali. Quando la parte si arroga il diritto di imporsi sul tutto e di valere più del tutto, allora è la catastrofe.
Per tale ragione, L’ultimo messia di Zapffe annuncia un messaggio tremendo, ma vero: «Know they selves; be unfruitful and let there be peace on Earth after thy passing» (p. 191); «conoscete voi stessi, siate sterili. Lasciate che la pace regni sulla terra dopo che sarete scomparsi». Su questo scrive la studiosa: «L’interesse di Zapffe è preservare la Terra, la sua Norvegia e le sue montagne. L’intero e non una sua parte. Ciò che non soffre – o che soffre soltanto a causa di Homo sapiens – e non colui che soffre» (p. 192). In ciò viene a confermarsi la prospettiva «ontocentrica» di Zapffe/Dierna, per i quali non si tratta soltanto filantropicamente di porre fine al dolore che è Homo sapiens, ma cosa più importante si tratta di salvare l’intero, il respiro silenzioso e pacato della natura. Qui possiamo scorgere le ragioni profonde della svolta antinatalista posta in essere da Zapffe rispetto agli antichi: la conoscenza non basta, è necessario mettersi in cammino verso l’estinzione, se davvero vogliamo redimerci e insieme redimire il mondo.
Benché sia Zapffe sia Dierna presentino, talvolta, le religioni soltanto come fenomeni negativi, è chiaro che in questo plesso opera un dispositivo teologico che, nel volere divenire prassi, traduce l’ontologia in escatologia. L’eschaton che viene è la fine dell’umano, la quale sola può davvero schiudere un altro inizio: l’inizio della fine dell’era umana. Una ‘religione’ del pensiero, quindi, che tenendo la giusta distanza da qualunque apocalittica o da ogni mistica dell’ultimo giorno indica, con freddezza e rigore, la via verso il superamento del paradigma antropocentrico.
Queste conclusioni pongono le giuste premesse per il quinto e ultimo capitolo del libro (Gelassenheit. Oltre il paradigma antropocentrico), dedicato alla questione ambientale e alle prospettive future dell’umano. Seguendo l’analisi di Dierna, la soluzione per risolvere i problemi ecologici non sta nelle così dette politiche della green ecology, la quale ha soltanto il merito di essere la voce camuffata di un sistema di produzione che trasforma la natura in mero valore di consumo: etichette verdi, macchine verdi, cibo verde e biologico, e così via dicendo nel lungo rosario di insensatezze che alimentano la debole coscienza contemporanea. Tutto questo è semplicemente falso. Inquinamento, sovraffollamento, deforestazione, cementificazione, diffusione delle plastiche nei mari, agenti patogeni e inquinanti di vario tipo sono frutto del vero ente inquinante, che in natura non trova più abbastanza predatori che alleggeriscano la pressione sull’ambiente: Homo sapiens, l’essere umano. A ciò si deve aggiungere la strage che ogni anno viene perpetrata a danno di più di sessanta miliardi di animali non umani che vengono uccisi e trucidati per soddisfare le pance dei quasi otto miliardi di animali umani che vagano per la terra. Animali prodotti in serie per un ‘bene’ più alto, la vita umana.
Dove sta, dunque, la soluzione? Con una formula icastica e agostiniana, la studiosa sostiene che «masse e salvezza non sono conciliabili tra di loro» (p. 319). La soluzione risiede inevitabilmente in una lenta, non sofferta e pacifica decrescita: «La forma di salvezza passa per la sterilità. Al contrario, generare significa commettere un crimine in cui il delitto consiste proprio nel metterli [i figli] al mondo» (p. 328). Questa prospettiva, che può sembrare misantropica, invero non lo è affatto. Si tratta, invece, di un’etica del tutto filantropica che vuole indicare, nel concreto, in cosa consiste il bene per l’umano ma anche per l’ambiente, cioè la decrescita, l’estinzione, la sterilità. E ciò è reso possibile dallo scaturire di tale etica da una posizione ontologica forte, che evita infingimenti e consolazioni di ogni tipo.
La studiosa vuole indicare una prospettiva di serenità che richiede un grande sforzo, anzi, per dirla con Heidegger, una Kehre ontologica dell’essere umano, il quale da padrone del mondo deve accontentarsi di divenire una semplice parte della materia. Per raggiungere tale serenità è necessario «riconciliarsi dunque con il proprio tempo finito rispetto all’infinito durare della materia. E quindi, nonostante tutto, sorridere cercando di non farsi troppo male nel vivere e certamente non facendo del male agli altri generandoli. Per coloro che già esistono insomma la vita può ancora essere degna di continuare» (p. 299).
Come dicevamo all’inizio, È il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell’antinatalismo è un libro nietzscheano. Dierna pensa e scrive con il martello, non risparmia e non nasconde nulla.
Adesso, a conclusione di questo percorso, riportiamo il monito che la studiosa rivolge al lettore: «Vorrei soprattutto ricordare che per coloro che non sono qualcosa il contrasto tra l’essere e il non-essere è ancora una linea sottile. Occorre preservare costoro dal male, lasciarli lì sulla soglia e non farli entrare. Lì, al confine col niente. Il rifugio più sicuro per sopportare il buio di un’esistenza senza sole» (p. 340).
Eppure, rispetto a un pensiero così impopolare, è opportuno, forse, trarre una conclusione popolare: per nostra fortuna Dierna ha superato quella soglia, ci ha donato una goccia di luce per navigare la tenebra.
Enrico Moncado
