DELLA FARMACOLOGIA. Ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta [Orthotes, Napoli 2025]

di:

Carlo De Conte

Carlo De Conte

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1. Un phármakon per il pensiero contemporaneo

La pubblicazione italiana di Della Farmacologia. Ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta (2025), a cura di Pietro Prunotto per i tipi di Orthotes, rappresenta un evento editoriale di particolare rilevanza per gli studi sul pensiero tecnologico contemporaneo. Il testo, originariamente apparso in francese nel 2010, giunge al lettore italiano in un momento storico in cui le questioni sollevate da Bernard Stiegler appaiono di drammatica attualità: la crisi dell’attenzione, la proletarizzazione generalizzata, la distruzione sistematica dei saperi e l’emergere di quella che il filosofo francese definisce bêtise systémique. Il nucleo teorico dell’opera risiede in una tesi tanto semplice quanto rivoluzionaria, volta a mostrare come: «l’oggetto transizionale è il primo phármakon» (p. 31). Recuperando e riarticolando la nozione winnicottiana di oggetto transizionale – quell’orsacchiotto, pezzo di stoffa, o qualsiasi altro oggetto che media la relazione tra madre e bambino – Stiegler propone una genealogia radicale della farmacologia dello spirito. L’oggetto transizionale, come sottolinea efficacemente Prunotto nella sua densa Introduzione, «non si limita all’oggetto concreto che istanzia tale relazione», ma costituisce piuttosto uno spazio potenziale che «non è né nello spazio esterno, né interno alla madre o al bambino» (p. 13). È questo zwischen, questo “tra” che non esiste ma che consiste, a inaugurare la dimensione propriamente farmacologica dell’esistenza umana. La forza dell’analisi stiegleriana risiede nel mostrare come questa struttura originaria si estenda ben oltre la psicogenesi infantile, divenendo il modello di ogni relazione con gli oggetti tecnici. Come afferma il filosofo: «l’oggetto transizionale non concerne soltanto il bambino e sua madre: esso è anche, in quanto primo phármakon, l’origine delle opere d’arte e, più in generale, della vita dello spirito in tutte le sue forme» (p. 33). Questa generalizzazione poggia su una sofisticata ontologia del phármakon che integra psicoanalisi, fenomenologia e storia della tecnica. L’oggetto transizionale costituisce infatti «lo stadio infantile della farmacologia dello spirito, matrice in cui lo spazio transizionale si forma in una relazione trasduttiva con la “buona madre”, cioè la fornitrice di cure» (p. 52). Il phármakon, in questa prospettiva, si configura come struttura ambivalente: «Come tale, esso può sempre avviare processi di proiezione tanto curativi quanto negativi, divenendo per esempio il supporto di una dipendenza, lo schermo della malinconia, o persino della pulsione di distruzione» (p. 34). È proprio questa costitutiva ambiguità a rendere necessaria una farmacologia, intesa come «un discorso sul phármakon colto con lo stesso gesto nelle sue dimensioni curative e in quelle tossiche» (pp. 34-35).

2. Il doppio raddoppiamento epocale e l’adozione

Centrale nell’architettura concettuale del testo è la teoria del «doppio raddoppiamento epocale»: ogni nuovo phármakon tecnologico produce inizialmente una sorta di “sospensione primaria”, generando un certo disorientamento. Come spiega Stiegler: «Il primo raddoppiamento è l’effetto primario attraverso cui un nuovo phármakon, provocando un’“infedeltà dei milieu” (Canguilhem, 1998), apre un’epoché, cioè una sospensione dei programmi che regolano un’epoca» (p. 70). Questa «sospensione primaria cortocircuita i programmi sospesi ed è una patologia innanzitutto in questo senso: è una lesione, una ferita e un indebolimento» (ibid.). Tuttavia, questa prima fase distruttiva può e deve essere seguita da un raddoppiamento secondario capace di inventare nuovi circuiti lunghi di transindividuazione, nuove forme di cura e sublimazione. «Il secondo raddoppiamento […] interviene come terapeutica, come tecnica del sé e degli altri, normatività che si stabilisce attraverso un processo di adozione che è un nuovo tipo di affezione» (ibid.). È in questo secondo momento che si costituisce propriamente un’epoca, attraverso un processo di adozione – non di mero adattamento – del phármakon. Come chiarisce Prunotto: «Opposta all’adozione è la tendenza ormai imperante dell’adattamento, cioè alla proletarizzazione: in essa, i termini preesistono al rapporto, sottomettendosi a esso e provocandone la disindividuazione» (p. 13). Stiegler estende questa prospettiva patogenetica alla tecnogenesi stessa, affermando che «l’antropogenesi deve essere concepita come una patogenesi esattamente nella misura in cui è una tecnogenesi» (p. 62). La vita umana appare così come un processo costante di negoziazione farmacologica tra sussistenza ed esistenza, tra bisogno e desiderio.

3. Il fuoco prometeico: desiderio, tecnica e farmacologia della libido

Questa dialettica attraversa l’intera opera, dalla riflessione sul fuoco prometeico all’analisi del capitalismo pulsionale contemporaneo. Il mito di Prometeo acquista una valenza esemplare: «Il fuoco di Prometeo, simboleggiando così allo stesso tempo il desiderio e la tecnica, è l’oggetto per eccellenza della farmacologia dell’inconscio, ossia della libido» (p. 56). Stiegler mostra come «il fuoco è il phármakon per eccellenza. In quanto civilizzatore, esso rischia sempre di mandare a fuoco la civiltà. Come emblema comune della tecnica e del desiderio, esso costituisce e articola una doppia logica del difetto necessario» (p. 56). Nella lettura stiegleriana, influenzata dalla rilettura che Jean-Pierre Vernant aveva operato del mito greco (2001), il fuoco non è solo simbolo tecnico ma anche economico e domestico: «Estia è la divinità della domesticità, intesa come cura prestata a questo phármakon che è il fuoco e a questa farmacologia che è dunque ogni economia – figura ideale di una “filosofia del care”» (p. 56). Questa connessione tra economia e cura sarà cruciale per comprendere la critica stiegleriana al capitalismo consumistico. Le due tendenze del phármakon corrispondono infatti alle «due tendenze dell’economia libidinale: il farmacologico, quando produce circuiti lunghi in cui diviene una cura, entra al servizio della libido orientata dalla sublimazione; e quando produce cortocircuiti, è sottomesso alle pulsioni» (p. 57). Questa prospettiva consente a Stiegler di ripensare radicalmente il rapporto tra Eros e Thanatos freudiano in chiave farmacologica: «È il gioco di Eros e Thanatos che questa farmacologia instaura», un gioco che si manifesta attraverso l’elpís esiodea, quell’attesa che è «al contempo speranza e angoscia» (ibid.).

4. La critica della tradizione filosofica e la bêtise sistemica

Uno degli aspetti più notevoli del testo è la serrata critica che Stiegler rivolge ai suoi maestri e interlocutori privilegiati. Se Derrida ha introdotto la questione del phármakon nella Farmacia di Platone (2015), egli «non ha mai preso in considerazione nemmeno la possibilità di una tale farmacologia – cioè di un discorso sul phármakon colto con lo stesso gesto nelle sue dimensioni curative e in quelle tossiche» (pp. 34-35). La grammatologia derridiana rimane così, per Stiegler, incapace di pensare i processi di cura che potrebbero invertire la tendenza tossica. Come osserva criticamente più avanti: «Né la grammatologia né la decostruzione sono sufficienti a curare ciò: questo necessita un’organologia, ossia una storia del supplemento che non ha mai visto la luce, poiché la decostruzione è sempre rimasta accampata nella logica indecidibile del supplemento» (p. 82). Analogamente, come evidenzia Gaetano Chiurazzi nella sua Postfazione al testo, Heidegger viene criticato per aver «scelto a un certo punto di sganciare la questione della tecnica da quella prospettiva che definisce “antropologica e strumentale”» (p. 217), mentre Foucault avrebbe dimenticato «della farmacopea in generale, e ancor meno dell’industrializzazione della farmacia» (p. 195). Queste critiche non sono gratuite polemiche accademiche, ma mirano a mostrare come la tradizione filosofica del Novecento abbia sistematicamente mancato la dimensione propriamente farmacologica della tecnica, oscillando tra demonizzazione e celebrazione acritica.

A partire da tali critiche, la diagnosi che Stiegler offre del capitalismo contemporaneo è radicale. «La bêtise sistemica è generata da una proletarizzazione generalizzata, alla quale cioè non sfugge alcun attore del sistema industriale consumistico» (p. 55). Questa proletarizzazione non riguarda solo i lavoratori manuali, come nella critica marxiana classica, ma si estende a tutti i saperi: «Non sono semplicemente i particolarismi culturali a essersi persi […] sono anche i saper-vivere più elementari e i saper-fare incorporati dai mestieri che si sono dissolti mentre venivano simultaneamente liquidati i saperi accademici e universalistici» (p. 65). Il concetto di bêtise, centrale nel lessico stiegleriano, non coincide semplicemente con la stupidità o l’ignoranza. Essa è, nelle parole di Prunotto: «la distruzione dello spirito in quanto “risultato della distruzione dei circuiti di transindividuazione”» (p. 23). È quella condizione che opera distruzione attraverso lo psicopotere, «un’organizzazione sistematica della captazione dell’attenzione, resa possibile dalle psicotecnologie» (p. 121), che produce un «massiccio fenomeno di distruzione dell’attenzione, descritto dalla nosologia americana […] come attention deficit disorder» (p. 121). Inoltre, particolarmente incisiva appare l’analisi del capitalismo pulsionale: «In una tale società […] la patologia è in un rapporto del tutto nuovo con il desiderio […] un rapporto in cui le sue tendenze pulsionali sono sistematicamente sfruttate, mentre le sue tendenze sublimatorie sono sistematicamente cortocircuitate» (p. 61). Il marketing diviene così «il braccio armato di un capitalismo finanziarizzato divenuto essenzialmente speculativo» (p. 122), che opera attraverso la sistematica distruzione degli oggetti del desiderio.

Di fronte a questa situazione, Stiegler propone un nuovo tipo di economia della contribuzione come alternativa al modello consumistico. «L’economia contributiva mira a superare il binomio produzione e consumo a favore di un modello reticolare», pensato «a partire dai modelli decentralizzati delle smart grids e di Internet» (p. 22). Questo modello permetterebbe «il rilancio di una nuova economia che è necessariamente anche un’economia dello spirito, cioè “una nuova razionalità sociale, produttrice di motivazione e motivi per vivere insieme”» (p. 23). La tesi fondamentale che qui viene messa in luce è che «economizzare significa prendersi cura» (p. 22). Come spiega Stiegler: «Se il consumo è ciò che distrugge il suo oggetto, la libido è al contrario ciò che si prende cura del suo oggetto» (p. 131). L’economia libidinale è quindi «l’economia di questa infinitizzazione e costituisce perciò un sistema di cura intrinsecamente lungo-termista, perché intrinsecamente rivolto all’interminabile» (p. 147). Questa prospettiva trova un fondamento teorico nell’organologia generale che Stiegler, riprendendo la riflessione di Gilbert Simondon in L’individuazione psichica e collettiva (2021), sviluppa come studio delle relazioni trasduttive tra organi psicosomatici, tecnici e sociali. In quest’ottica, «Le tecnologie digitali formano un nuovo milieu tecnologico, reticolare e relazionale» (p. 135), che può costituire la base materiale per nuovi circuiti di transindividuazione.

5. L’edizione italiana: mediazione filosofica e contributi critici

Ora, per tirare le somme di questa breve analisi, riteniamo sia giusto osservare come il merito di Prunotto, traduttore e curatore dell’opera, non si limita alla sola resa italiana del testo – pregevole per chiarezza e precisione terminologica – ma si estende a un vero e proprio lavoro di mediazione filosofica. La sua Prefazione, significativamente intitolata Curare lo spirito, adottare il phármakon, fornisce al lettore italiano le coordinate essenziali per orientarsi nel complesso paesaggio concettuale stiegleriano, collegando Della farmacologia con Prendersi cura (2008) e situando l’opera nel più ampio progetto di un’organologia generale dello spirito. Altrettanto preziosa è la Postfazione di Gaetano Chiurazzi, Tecnica e cura: l’oggetto tecnico come oggetto transizionale, che sviluppa con rigore le implicazioni teoretiche della tesi stiegleriana. Chiurazzi mostra come «l’oggetto tecnico, in quanto è compreso come tale, è di per sé dotato di un valore terapeutico» (p. 222), non per la sua eventuale antropomorfizzazione (come nei robot di cura), ma precisamente per la sua funzione transizionale e differenziatrice. «Il valore terapeutico dell’oggetto tecnico non sta nel suo favorire l’identificazione […] ma nel far comprendere la differenziazione» (p. 223). Questo contributo permette di leggere Stiegler in dialogo produttivo con Simondon e con la tradizione fenomenologica, evitando sia il tecnofobismo che il fanatismo acritico.

In conclusione, questa edizione italiana di Della farmacologia rappresenta un contributo fondamentale agli studi su Stiegler e, più in generale, alla riflessione filosofica sulla tecnica. La diagnosi che Stiegler offre del capitalismo contemporaneo – come sistema che «ha fatto dell’incuria il principio stesso della sua organizzazione» (p. 172) – risuona con particolare forza nell’epoca post-pandemica e delle crisi ecologiche globali. La lezione profonda del testo sta nella comprensione che «la tendenza all’incuria è irriducibile» e che pertanto «è sempre necessario organizzare un’economia dell’incuria, coltivando sistemi di cura che presuppongano un’intelligenza farmacologica» (p. 172). Non si tratta di eliminare il phármakon – impresa impossibile e indesiderabile – ma di imparare ad adottarlo, trasformando il veleno in rimedio attraverso nuove pratiche di cura collettiva. In un’epoca in cui la questione della cura – di sé, degli altri, del mondo – si impone con urgenza crescente, il pensiero farmacologico di Stiegler offre strumenti concettuali indispensabili. La sua lezione fondamentale può essere riassunta così: «Il phármakon è allo stesso tempo ciò che permette di prendersi cura, e ciò di cui bisogna prendersi cura – nel senso che è necessario farvi attenzione: è una potenza curativa nella misura e nella dismisura in cui è una potenza distruttrice» (p. 34). È questa ambivalenza costitutiva, insieme terapeutica e politica, che Della farmacologia ci invita a coltivare come arte di vivere nel XXI secolo.

Carlo De Conte