
ANATOMIA DELL’INFOSAPIENS. La nuova condizione umana nell'epoca del Digiticene
di:
Table of contents
- Sulla soglia del Digiticene: la posta in gioco
- Ecologia informazionale dell’InfoSapiens
- Il regime espistemico del Digiticene
Abstract
Sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
(J. L. Borges, Finzioni)
1. Sulla soglia del Digiticene: la posta in gioco
Di recente Pietro Montani, in apertura del suo Vita interactiva, nel chiedersi sagacemente quale sia, oggi, nel solco della cosiddetta Transizione Digitale, la posta in gioco quando l’umano entra nell’universo digitale, da subito ha evidenziato che, nel qui e ora, non si ha a che fare semplicemente con nuovi strumenti, bensì con una trasformazione più profonda. Nella sua proposta, difatti, il complesso esperienziale che cifra Sapiens prende forma dentro relazioni tecnicamente mediate, dove l’interattività è «una condizione relazionale che precede le entità interagenti e ne prepara il gioco»[1], ma in cui «giocare un gioco è al tempo stesso un essere giocati»[2].
Tant’è che, sulla scorta della considerazione chiave dei genetisti Levins e Lewontin, per cui «un organismo influenza la propria evoluzione costituendosi al tempo stesso come oggetto di selezione naturale e creatore delle condizioni di tale selezione»[3], il nodo strutturale, al netto di gamme possibili di accentuazione e/o mitigazione, è fin troppo chiaro:
ambienti e forme di vita organiche si co-determinano e, soprattutto, co-evolvono e ciò conferma in termini molto concreti che un gioco interattivo originario è responsabile di fenomeni che decidono addirittura della vita e dell’evoluzione della specie[4].
A partire da queste opzioni di sfondo, nel solco dell’universo digitale, sempre secondo Montani, Sapiens non sarebbe più soltanto un soggetto che guarda il mondo da fuori: è sempre già preso in una trama di scambi, sollecitazioni, Feedback che configurano in anticipo i modi del sentire, del pensare e del decidere.
La posta in gioco, dunque, è/sarebbe alta: la nostra stessa forma di vita.
E pertanto: la nostra forma di vita è/sarebbe radicalmente rimessa in questione.
Siamo, saremmo, sul limite estremo di una soglia per certi versi epocale, nel senso che siamo, saremmo, sulla linea di transizione tra una forma (di vita) e un’altra.
Le considerazioni a seguire in qualche modo vorranno collocarsi lungo i margini di questa soglia e, forse sfondandola, provare ad assumere il dato di una vita, la nostra, oramai costitutivamente interattiva come status (transitorio come sempre) indefettibile. E ciò per provare a seguirne le conseguenze fino in fondo, là dove l’intreccio fra ordini biologici e logico-computazionali, in una chiave struttural-identitaria palesemente co-evolutiva come del resto per ogni vivente, hanno trasfigurato e ridefinito il nostro mondo esterno e, insieme, la condizione stessa, attuale, dell’umano.
È a partire da qui che possiamo dire, senza più giri di parole e metafore, che abitiamo un tempo in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione non sono più semplici utensili posti accanto alla nostra esperienza, ma ne diventano la trama vivente, l’ordito invisibile che sostiene e plasma ogni gesto, relazione e forma di conoscenza.
I cosiddetti Spazi Digitali non si limitano, insomma, a filtrare i nostri comportamenti e la nostra stessa immagine, dentro lo schema un po’ neutro di un generico Lifestyle: creano nuovi mondi di senso, ridisegnano le mappe del sapere, sostituiscono interi segmenti della nostra realtà quotidiana. Non si tratta pertanto, se mai lo è stato, di praticare il digitale né soltanto di dimorarvi ai fini dell’esercizio e dell’uso; la questione, la posta in gioco appunto, è riconoscere che la specie Sapiens è già oltre quella soglia, proiettata da tempo in una nuova Era.
L’era del Digiticene, ovvero l’Era in cui le tecnologie digitali e i flussi informativi da esse generati sono rapidamente diventati una forza primaria ed essenziale nel modellare non solo le società umane, ma l’intero ecosistema planetario e la traiettoria stessa della nostra specie[5].
Difatti, in una sorta di scenario metamorfico, che dall’Antropocene si distende ineluttabilmente verso il Digiticene, assistiamo a una tessitura di trama, sempre più fitta, incessante e fagocitante entro la quale l’intelaiatura stessa del reale viene totalmente riordinata e riorganizzata, senza soluzione di continuità, secondo logiche di astrazione informazionale sempre più pervasive e preminenti.
In questa torsione radicale che ha comportato e comporta la rappresentazione e relativa trasfigurazione del nostro vecchio mondo esterno nel suo nuovo prototipo computazionale e, indi, digitale, la figura dell’InfoSapiens emerge non come una semplice e conseguenziale evoluzione, ma come l’esito di una co-evolvente genealogia complessa e stratificata che ha progressivamente dislocato le funzioni e le capacità cognitive al di fuori del corpo biologico, tramutando il mondo circostante in un immenso deposito di memorie operative e la stessa capacità di Sapiens di far-pensiero e correlazione, in un atto dinamico di interfacciamento con modelli eseguibili e performativi.
2. Ecologia informazionale dell’InfoSapiens
Ciò che assume ora una centralità preponderante – e da qui la necessità di cifrare quest’Epoca qui come l’Epoca del Digiticene – non è più unicamente l’impatto geologico della specie umana, caratteristica distintiva dell’Antropocene, bensì la sua inedita capacità di riscrivere ontologicamente gli enti, convertendoli in rappresentazioni computabili e, perciò, in reali, realissime, versioni digitali.
Questa profonda riconversione ontologica avviene primariamente nell’InfoSfera, ovvero, come direttamente indicato da Luciano Floridi, in quell’«ambiente informazionale costituito da tutti i processi, servizi ed entità informazionali che includono gli agenti informazionali, interazioni e relazioni reciproche»[6].
Meglio ancora, e giusto per tirare una linea di demarcazione storico-filosofica delle idee:
a partire dagli anni Cinquanta, l’informatica e le tecnologie digitali hanno iniziato a mutare la concezione di chi siamo. Sotto molti profili, abbiamo scoperto che non siamo entità isolate, quanto piuttosto agenti informazionali interconnessi, che condividono con altri agenti biologici e artefatti ingegneristici un ambiente globale, costituito in ultima istanza da informazioni, che ho chiamato infosfera[7].
Ovvero e ancora: se «le ICT e l’infosfera, che tali tecnologie contribuiscono a creare, producono i nuovi ambienti in cui viviamo, pensiamo e interagiamo»[8], ciò è dipeso dal fatto che «i prodotti della conoscenza e pertanto dell’infosfera» sono «ascesi al ruolo chiave di principale ambiente abitato dalla mente umana». E ciò, fino al punto da trasfigurare, se non addirittura ribaltare, la nostra concezione della presenza: «dalla mera possibilità del fallimento epistemico nel percepire la differenza tra ciò che è e ciò che non è reale», all’ingaggio permanente e, indi, impegno effettivo, «con realtà che sono riconosciute come artificiali o sintetiche»[9] in maniera sempre più declinante giacché ricondotte a pura e nuova realtà.
L’InfoSfera, dunque, come ciò che nel trascendere la semplice idea di un ambiente di circolazione dei dati si configura, invece, come un medium autenticamente onto-poietico. È l’InfoSfera, infatti, che fa dell’informazione il principio di saldatura e coalescenza di fenomeni, relazioni e processi, imponendo che l’esistere stesso, per ogni entità, coincida ineluttabilmente con l’essere indicizzato, protocollato, e quindi intrinsecamente interrogabile. La persistenza di ogni entità, sia essa fisica, concettuale o processuale, dipende in modo cruciale dalla stabilità sintattica e dalla coerenza semantica del proprio tracciato digitale, dalla sua capacità di mantenere una forma riconoscibile e interpretabile all’interno di questo nuovo regime di esistenza e, perciò, di co-esistenza.
Sotto molti profili non siamo entità isolate quanto piuttosto organismi informazionali interconnessi, o inforg, che condividono con agenti biologici e artefatti ingegnerizzati un ambiente globale costituito in ultima analisi dalle informazioni[10].
L’InfoSfera, appunto.
L’InfoSfera, allora, opera come un campo trascendentale per ogni ulteriorità, poiché delimita in maniera definitiva l’orizzonte di ciò che può accedere a una forma di esistenza computazionalmente mediata, sostanzialmente declinata in ogni sua articolazione. Non è una mera infrastruttura di transito per i dati, ma s’impone come una sorta di prima atmosfera, un campo denso e vibrante di relazioni logico-segniche in cui ogni oggetto, evento o processo viene trasformato e riscritto a vettore di attributi numerici.
Questi vettori, a loro volta, sono intrinsecamente capaci di connettersi ad altri vettori secondo criteri di interoperabilità universale, trasformando la tradizionale contiguità materiale in una nuova forma di contiguità semantica, totalmente sganciata da ogni incrostazione tradizionalmente empirica. Diventa così possibile, e persino normativo, che un fenomeno biochimico interagisca istantaneamente con un agente algoritmico, che un deposito granitico dialoghi fluidamente con un Cluster Cloud, che un impulso sensoriale venga tradotto, amplificato e rilanciato entro circuiti distribuiti capaci di deterritorializzare radicalmente l’esperienza e rimodularla secondo le architetture di rappresentazioni discrete.
L’InfoSfera è, quindi, un tessuto vitale vibrante in cui ogni dato si configura come un grumo di essere, un concentrato di esistenze potenziali e anche attuali.
In questo scenario di trasformazione radicale, com’è stato acutamente osservato proprio da Floridi già un quindicennio fa, emerge la condizione dell’OnLife, ovvero quella categoria concettuale che nel dissolvere l’ormai obsoleta dicotomia tra ciò che è OnLine (il cosiddetto mondo virtuale, la Rete) e quel che è OffLine (il cosiddetto mondo reale, e quindi pure noi), riducendola a semplici modulazioni di latenza all’interno di un continuum esperienziale, offre già un primo indizio decisivo ai fini dell’inquadramento dei punti cardinali della nuova condizione dell’umano.
Questa «nuova esperienza di una realtà iperconnessa nella quale non ha più senso chiedersi se si è online oppure offline»[11] si attesta come «il modo principale per cogliere la dissoluzione delle rigide distinzioni tra realtà e virtualità»[12].
L’OnLife descrive e centra, infatti, la condizione di co-estensività fondamentale fra l’ordine biologico e l’ordine logico-computazionale: la presenza individuale non si arresta più ai margini epidermici del corpo fisico, ma si prolunga, si estende e si articola attraverso flussi incessanti di sensori, reti pervasive, algoritmi intelligenti e infrastrutture complesse. Queste componenti congiungono, in tempo reale, il metabolismo organico con operazioni di calcolo distribuito su scala planetaria, facendo del soggetto un nodo emergente e dinamico di un vasto grafo cognitivo. Tale grafo integra in maniera fluida e continua stati neurofisiologici, transizioni semantiche complesse e retroazioni predittive che informano e modificano il comportamento e la percezione.
L’OnLife con precisione definisce, perciò, la postura di una soggettività emergente che esperisce se stessa attraverso accelerazioni vertiginose del flusso semantico, muovendosi costantemente fra Dashboard percettive altamente personalizzate e retroazioni corporee mediate tecnologicamente. In questa condizione, il pensare stesso diviene una sofisticata operazione di Editing cognitivo su un palinsesto informazionale perennemente riscrivibile e aggiornabile, un continuo processo di curatela e rielaborazione della propria realtà percepita e agita.
Detto in termini ancor più stringenti: impregnata di queste nuove grammatiche logico-informazionali, l’InfoSfera genera la condizione di OnLife, termine/concetto che, indi, designa la compresenza simultanea e inestricabile fra il livello biofisico e il livello computazionale, fra il pattern neurale e i pacchetti di rete, fra il respiro biologico e il Ping digitale. Questa convivenza strutturale nel dissolvere la dicotomia OnLine/OffLine – ridotta, come si è detto, a mera fluttuazione di latenza – converte l’intermittenza dell’accesso, un tempo percepita come una transizione evidente, in vera e propria forma di respiro ontologico continuo, necessario, perché di fatto vitale.
L’InfoSapiens, ovvero la nuova condizione dell’umano in adattiva e vitale simbiosi con questo nuovo Spazio Antropico, vive in un continuum esperienziale dove i gesti più elementari, come il tendere la mano verso un oggetto o il volgere lo sguardo verso un orizzonte, sono correlati in tempo reale con reti di sensori ambientali e sofisticati modelli di inferenza. Questi sistemi, a loro volta, adeguano dinamicamente parametri climatici, modulano l’intensità luminosa di una strada urbana, prevedono le densità di traffico pedonale e/o modulano la quantità e la qualità degli stimoli informativi presenti in un Feed cognitivo personalizzato, fondendo così l’azione corporea e l’azione computazionale in un’unica, integrata scena operativa.
L’OnLife è, quindi e indefettibilmente, tensione permanente fra lo strato biotico e lo strato informazionale.
La trasfigurazione e la rappresentazione del nostro vecchio mondo reale in linguaggi computazionali sono nient’altro che la grammatica profonda e fondativa di quel che, in precedenza nel ragionamento, s’indicava come la nostra nuova fase geologica, il Digiticene. Questo processo, senza soluzione di continuità oramai, non si configura affatto come un semplice atto di mimesi digitale, ovvero mera duplicazione e specchio della realtà preesistente. Al contrario, è gesto eminentemente generativo che scompone attivamente le cose del mondo in matrici di attributi numerici, le ricodifica in spazi vettoriali ad alta dimensionalità e ne restituisce versioni potenziate, arricchite, capaci di integrarsi fluidamente in condutture inferenziali complesse e dinamiche.
Così, ad esempio, un albero non è più soltanto un organismo biologico, ma diviene uno spettro in dilatazione di parametri bio-ottici analizzabili; un fiume si trasforma in una curva di portate normalizzate, suscettibile di modellizzazione e previsione; una montagna diventa una nuvola di maglie tridimensionali, navigabile e modificabile; la voce umana si converte in una forma d’onda segmentabile e interpretabile da algoritmi. L’insieme di tali rappresentazioni computazionali, perimetro chiaro ed evidente dei nostri ulteriori spazi antropici, costituisce il nostro presente e reale (realissimo) dominio operativo in cui la distinzione tradizionale tra originale e copia risulta inagibile.
Questo avviene perché la struttura ontica di un ente non risiede più, esclusivamente, nella sua materialità fisica, ma piuttosto nella descrizione informazionale che ne abilita operazioni cruciali come la modellizzazione, l’interpolazione e la simulazione.
La materia, pur non scomparendo, cede il suo primato ontologico alla configurazione informazionale. La trasfigurazione computazionale, a sua volta, si manifesta come un potente atto, e nella modalità, inedito, di far-mondo, in cui la nostra prerogativa di realificazione, cioè di costante fabbricazione di realtà per continuare a essere e permanere, si trasfigura e ritraduce in compilazione, generazione e orchestrazione.
In questa inedita versione della realificazione, ogni oggetto viene sistematicamente decomposto in Mesh tridimensionali, attributi scalari, gradienti cromatici, matrici di valori che ne stabiliscono la sua intrinseca computabilità. Parallelamente, ogni processo viene segmentato in passi logici discreti, condizioni di controllo rigorose, transizioni di stato ben definite che ne rendono possibile la simulazione accurata e la previsione affidabile. L’insieme di tali rappresentazioni genera un universo a trama sottilissima, un tessuto connettivo informazionale in cui la trascrizione e l’originale, la simulazione e il simulato, il simbolo e il referente perdono la loro antica e consolidata gerarchia fondendosi in un uno tutto totalmente esclusivo.
L’identità dell’ente, come si è accennato, non è più radicata in un substrato sostanziale e immutabile, ma emerge dalla convergenza dinamica di descrizioni multiple, utili e performative per operazioni di predizione, interpolazione, riuso e replicazione. L’albero di cui prima, continua certamente a vegetare grazie alla clorofilla e ai processi biochimici, ma nel momento stesso in cui viene scannerizzato da un Lidar urbano, taggato con precisione in una base dati GIS, incrociato con modelli di crescita algoritmici, inserito come elemento attivo in un archetipo digitale della città e reso nodo di una rete complessa di ottimizzazione dei flussi eolici o energetici, si moltiplica in decine, se non centinaia, di versioni parametriche tutte quante interagenti.
Queste versioni digitali esistono, in un certo senso, con la stessa pregnanza ontologica dell’originale fisico, perché partecipano con uguale potenza di determinazione nel nuovo Spazio Antropico in configurazione, l’Ecosistema Digitale, che le integra e le utilizza.
Detto processo di trasfigurazione innerva gli enti, progressivamente li destruttura per re-istituirli. È, perciò, la cifra della grammatica pervasiva di un auto-superamento continuo degli enti, una spinta verso una formalizzazione sempre più completa che, tuttavia, non annulla la realtà ma la potenzia e la rende dinamicamente interconnessa.
Questa profonda e radicale metamorfosi/trasfigurazione informazionale del reale non determina semplicemente la nascita e lo sviluppo occasionale di nuove forme di Ecosistemi Antropici ma, come si accennava, delle vere e proprie nuove nicchie vitali, oltretutto in reciproca convergenza e connessione. Questo nuovo tipo di Ecosistema Antropico, l’Ecosistema Digitale, non è mera simulazione isolata dal suolo fisico, né semplice astrazione in codice binario, ma appare, e di fatto è, una configurazione meta-organica complessa che, a sua volta, in un Loop continuo, integra intimamente strati fisici, logici e semantici.
Negli Ecosistemi Digitali, in questi veri e propri SmartEcoSystem, dunque, i dispositivi sensoriali avanzati, i protocolli di interoperabilità standardizzati, i modelli di apprendimento automatico in continua evoluzione e gli attuatori meccatronici intelligenti cooperano sinergicamente secondo logiche di Feedback continuo e adattativo. Questa cooperazione dinamica orchestra in maniera efficiente le risorse, le funzioni e i flussi energetici, con l’obiettivo di garantire l’autoconfigurazione degli habitat, la loro adattabilità di fronte a perturbazioni interne o esterne. Ed è così che il suolo urbano si trasforma in una vasta rete di sensori termici e ambientali; l’illuminazione pubblica si allinea dinamicamente a reti neurali che prevedono il traffico pedonale e veicolare; la fotosintesi delle piante viene computata e analizzata per modulare attivamente i microclimi urbani attorno a corridoi di ventilazione naturale o artificiale; mentre la logistica complessa che rifornisce tali ambienti si calibra su grafi dinamici che coniugano in tempo reale i costi di trasporto, i vincoli energetici stringenti e gli indici di saturazione dei nodi infrastrutturali.
Gli SmartEcoSystem sono, perciò, il nostro nuovo e vitale, vitalissimo, Spazio Antropico.
Gli Ecosistemi Antropico-Digitali Intelligenti si articolano, dunque, su tre strati fondamentali e interdipendenti: un Layer fisico, composto di suolo, atmosfera, acqua, biomassa e materiali tecnologici eterogenei; un Layer logico, articolato in reti di comunicazione, Database distribuiti, protocolli di scambio dati, e potenti motori di calcolo; e infine, un Layer semantico, occupato da modelli predittivi, ontologie formali, sistemi di inferenza e rappresentazioni della conoscenza.
Soltanto la sintonia perfetta e continua fra tali livelli può garantire la coerenza funzionale e l’efficienza operativa di uno SmartEcoSystem nel suo complesso.
In questo contesto, volano di trasmutazioni continue e fondamentalmente inedite, persino la nostra tradizionale nozione di equilibrio ecologico si trasforma e si evolve, cedendo il passo a concetti quali latenza sostenibile, Throughput accettabile, e ridondanza strategica. Parametri classici come biodiversità, resilienza ecologica, nicchia trofica e trasporto di energia vengono inevitabilmente tradotti in un nuovo vocabolario, che parla di replicabilità dei dati, indice di confidenza dei modelli, entropia informazionale e tempo medio di ripristino dei servizi.
Uno snodo chiave dev’essere, tuttavia, sufficientemente chiaro: gli SmartEcoSystem plasmano un’evoluzione senza una teleologia esterna predefinita, una sorta di morfogenesi auto-referente capace di riscrivere i propri obiettivi e le proprie strategie operative in ragione dei cambiamenti percepiti nei parametri ambientali e nelle richieste degli utenti. Estendono la logica dell’autopoiesi, tipica degli organismi viventi, ben oltre il confine tradizionale dell’organico, perché il sistema, apprendendo continuamente dal flusso incessante di segnali e dati, si ri-ingegnerizza costantemente in chiave di miglioramento della performance, di aumento della robustezza e di incremento dell’elasticità adattativa. Essi sono costellazioni di autopoiesi algoritmiche che inscrivono l’umano e il non-umano, il biologico e il tecnologico, in medesimi diagrammi di flussi numerici, in un’unica rete di interdipendenze computazionalmente gestibili e gestite.
All’interno di questi SmartEcoSystem, la soggettività stessa dell’InfoSapiens assume un profilo spiccatamente rizomatico e distribuito. L’individuo è, in misura significativa, tanto quanto il reticolo complesso di identità parziali che la rappresentano e la mediano nel mondo digitale e fisico: Hash Biometrici univoci, profili di preferenza dettagliati, Cluster comportamentali derivati da analisi di Big Data, vettori latenti in spazi di Embedding ad alta dimensionalità che catalizzano e attivano servizi personalizzati e predittivi. Questa molteplicità intrinseca di rappresentazioni identitarie si compone e si armonizza mediante protocolli sofisticati di consenso semantico, che assicurano l’integrità dei riferimenti incrociati e la coerenza delle interazioni.
Finanche la continuità autobiografica, un tempo affidata alla memoria interna e alla narrazione personale, viene ora negoziata dinamicamente e in tempo reale da sistemi di sincronizzazione avanzati, che si occupano di riconciliare le inevitabili discrepanze fra immagini biomorfiche (il corpo fisico), Avatar Digitali, agenti software autonomi e dispositivi cognitivi esterni che fungono da protesi della mente.
In questa prospettiva, con tutta probabilità, la teoria della Mente Estesa, ovvero la teoria che fonda su un modello in ragione del quale esistono processi cognitivi distribuiti nell’ambiente e veicolati da strumenti esterni di elaborazione dell’informazione, potrebbe offrire una cornice concettuale particolarmente efficace per comprendere che cosa significhi, oggi, parlare di protesi cognitive. Il modello proposto da Clark e Chalmers, infatti, dissolve il confine sacralizzato fra interno ed esterno, mostrando come molti processi mentali siano realizzati da sistemi ibridi cervello-corpo-ambiente, nei quali porzioni selezionate del mondo fisico svolgono funzioni cognitive a pieno titolo, al pari delle operazioni neurali. Non si tratta, allora, di semplici ausili o strumenti aggiuntivi, ma di componenti integrati dell’architettura mentale: dispositivi esterni che, una volta stabilizzato il loro inserimento operativo, diventano parte costitutiva della mente stessa. Come recita una formulazione divenuta classica: «non c’è nulla di sacrosanto nel cranio e nella pelle»[13].
Ed è anche in questo senso che il soggetto del Digiticene non è più soltanto un semplice utilizzatore di tecnologie ma è, a tutti gli effetti, un agente informazionale che abita una costellazione di protesi-device cognitive sincronizzate, predisposte a ricalibrare di continuo memoria, attenzione, decisione.
Questo soggetto, l’InfoSapiens, evolve verso un’identità rizomatica, composta, come detto, di identità parziali che vivono e operano in spazi di combinazione-fusione ad alta dimensionalità, in Dashboard personalizzate di parametri biometrici, in Token di autenticazione sicuri, in Bucket di preferenze costantemente aggiornati. La sopravvivenza biografica in questo contesto dipende, in maniera cruciale, dalla capacità di amalgamare copie disallineate della propria identità senza generare conflitti di referenza insanabili, dal sapersi reinserire agilmente in Pipeline di sincronizzazione dopo ogni inevitabile Crash interpretativo o fallimento sistemico e dal restare, in ultima istanza, un Commit valido e significativo nel Repository globale in perenne raccolta-dati che è la memoria collettiva digitale.
L’InfoSapiens, agente e artefice consapevole di questa nuova realtà computazionale, impara progressivamente a considerare il mondo come un vasto insieme di Application Programming Interfaces, a declinare la conoscenza non più come possesso statico di informazioni, ma come capacità dinamica di accedere a strati semantici specifici che ricombinano modelli informazionali secondo matrici di operazioni componibili e riutilizzabili. L’identità non è più affidata alla persistenza di un medesimo immutabile, ma alla continuità fluida di traduzione fra versioni multiple e interconnesse di sé. In certo qual modo, finanche il parametro di riferimento per la permanenza si traduce nella capacità di esser referenziati in tabelle ridondanti, di superare con successo procedure di deduplicazione algoritmica, di apparire come un nodo indispensabile per il bilanciamento di carico ontologico all’interno della rete informativa globale.
3. Il regime epistemico del Digiticene
A livello epistemico, la nozione stessa di verità subisce una profonda riformulazione. La verità non coincide più, o non principalmente, con la corrispondenza statica tra un enunciato e uno stato di cose oggettivo, ma si ridefinisce piuttosto come la capacità di un modello computazionale di prevedere con accuratezza trasformazioni future, di riassorbire l’errore emergente in successivi cicli di addestramento e raffinamento, di inserire nuovi dati in strutture di rappresentazione preesistenti senza ingenerare conflitti semantici o instabilità sistemiche.
Non tanto sorprendentemente, la nozione classica di causalità, basata su relazioni lineari di causa-effetto, si indebolisce considerevolmente a favore di correlazioni ad alta dimensionalità, spesso opache all’intuizione umana diretta, che operano come efficaci vettori di navigazione pragmatica all’interno della complessità. Ciò anche a dire che sul fronte epistemologico la verità smette di coincidere con la corrispondenza stabile tra enunciato e oggetto e si ridefinisce come un adeguamento performativo di un modello ai dati osservati, come la precisione di un predittore statistico, come la robustezza complessiva di una Pipeline che include la raccolta, la pulizia, la normalizzazione, l’addestramento e il rilascio di modelli.
Ma ulteriormente.
In questo continuum informazionalmente denso, la temporalità lineare che caratterizzava l’Antropocene si piega e si contrae in un presente operativo di aggiornamento incessante e perpetuo. Il passato non svanisce, ma persiste attivamente come un archivio a bassa latenza, costantemente interrogabile e riutilizzabile. Il futuro, d’altro canto, è anticipato e pre-formattato da modelli predittivi che strutturano campi di possibilità, orientando i processi decisionali e comportamentali in modo da ridurre drasticamente l’intervallo fra l’intenzione e la sua simulazione, fra il desiderio e la sua computazione, fra la contingenza imprevedibile e la previsione algoritmica. La temporalità si ricombina secondo una logica di aggiornamento permanente in cui, come detto, il passato sopravvive come archivio interrogabile a latenza minima; il presente si dilata trasformandosi in una superficie di Editing continuo in tempo reale; e il futuro appare come un codice potenziale precaricato in un interprete software, in attesa dei dati necessari per la sua esecuzione e attualizzazione. Di conseguenza, la storia non circola più primariamente come una sequenza di eventi unici e irreversibili, ma piuttosto come un repertorio multi-versione, analogo ai sistemi di controllo di versione usati nello sviluppo software, che conserva e gestisce diramazioni, Branch (rami sperimentali), Revert (annullamenti) e Merge (fusioni) di stati possibili del mondo.
Questo consente al sistema, e agli InfoSapiens che lo abitano, di spostarsi fluidamente tra scenari alternativi in base a metriche di coerenza e ottimalità, senza mai esaurire la propria plasticità intrinseca e la propria capacità di adattamento.
Nella misura in cui ogni evento è traducibile in un segnale digitale, e ogni segnale è intrinsecamente manipolabile come dato, lo spazio fisico cede progressivamente il posto alla connettività logica e il tempo cronologico alla frequenza di Polling e di aggiornamento dei sistemi. La consistenza ontologica di un fenomeno si misura allora in termini di persistenza del dato corrispondente entro architetture distribuite e resilienti, di sua replicabilità efficiente su Cluster ridondanti, e di latenza accettabile nelle catene di interrogazione che lo coinvolgono.
Questa spinta verso una modellizzazione totale e onnicomprensiva del reale non esaurisce, com’è ovvio, la resistenza intrinseca del dato grezzo e della materialità sottostante. La materia, infatti, continua a imporre vincoli energetici significativi. Tuttavia, nel solco di questa nuova era, il Digiticene, si opera una redistribuzione strategica di tali vincoli su Layer infrastrutturali spesso invisibili all’utente finale, trasformando la pesantezza e l’inerzia della materia in una sorta di insostenibile leggerezza digitale.
Questa leggerezza che scaturisce dall’architettura del Digiticene è, a ben pensarci, intrinsecamente paradossale, perché se da un lato libera la presenza e l’interazione dal peso fisico della materia – trasferendo tale peso principalmente nel consumo energetico dei Data Center e delle reti – dall’altro, proprio per effetto di questo spostamento cruciale, riconsegna al pensiero un compito squisitamente e urgentemente filosofico. Tale compito consiste nel cartografare con rigore la logica complessa dei Pattern informazionali che sorreggono l’essere nel suo nuovo regime computazionale; nel rintracciare con acume i punti di potenziale collasso o fallimento delle narrazioni e auto-narrazioni digitali; nell’anticipare criticamente il bordo mobile di quelle zone di indiscernibilità e opacità che le metriche quantitative da sole non riescono a neutralizzare o a risolvere. In questa prospettiva, persino l’interruzione di segnale, l’errore sistemico, acquisiscono un nuovo statuto, trasformandosi da mero disturbo a luogo privilegiato per l’indagine ontologica, un’apertura attraverso cui interrogare la natura stessa della realtà computata.
Il Digiticene rovescia così la tradizionale piramide epistemologica, collocando la computazione, intesa in senso lato, alla base delle nuove gerarchie e delle nuove metriche ontologiche. L’essere è in uno stato di ricalcolo permanente, in cui il valore ontologico di un’entità o di un processo è direttamente proporzionale alla sua velocità di integrazione dei Feedback ambientali, alla sua plasticità di adattamento di fronte al cambiamento, e alla resilienza complessiva delle sue descrizioni digitali.
Questa è la cornice entro cui l’InfoSapiens opera: un mondo che, pur apparendo spesso immateriale e fluido, si compone in realtà di cicli di calcolo intensivi alimentati da ingenti gradienti energetici; di strutture di memoria che chiamiamo poeticamente e metaforicamente Nuvole, benché restino fisicamente Cluster di Server che necessitano di alimentazione, raffreddamento, manutenzione costante; e di complesse catene di approvvigionamento minerario che attraversano interi continenti, trasfondendo la fatica e l’impatto dell’estrazione fisica nella leggerezza apparente del Bit. E tuttavia, proprio questa leggerezza costitutiva, lungi dal segnare una mera perdita di densità ontologica o di significato, definisce la caratteristica più propria e profonda di un’epoca che ci costringe, volenti o nolenti, a interrogare nuovamente la relazione fondamentale fra forma e sostanza, fra descrizione e descritto, fra indice e referenza.
La genealogia stessa del Sapiens, e dell’InfoSapiens che ne è l’attuale manifestazione, si staglia ora come un immenso archivio di versioni, in cui la sovrapposizione dinamica di differenze e innovazioni produce uno spazio di possibilità sempre disponibile all’operazione di integrazione e sintesi. Il concetto stesso di identità, come si è visto, viene profondamente riconcettualizzato come una forma di coerenza trans-versioning, una capacità di mantenere un filo narrativo e funzionale attraverso multiple istanze e rappresentazioni.
In conclusione, il passaggio epocale dall’Antropocene al Digiticene si rivela non tanto come una semplice sostituzione cronologica di un’epoca con un’altra, quanto piuttosto come una profonda biforcazione di un asse ontologico fondamentale. Si passa dall’enfasi sull’impatto geologico della specie umana alla celebrazione della plasticità algoritmica e della generatività computazionale; dallo sfruttamento intensivo delle risorse termodinamiche alla computazione simbolica e alla manipolazione informazionale; dall’alterazione spesso irreversibile dei cicli biogeochimici planetari alla regolazione fine e adattativa dei flussi semantici globali.
Tutto questo delinea un nuovo regime di realtà, una nuova configurazione dell’essere, in cui l’essere stesso si articola primariamente in funzioni eseguibili, la relazione si manifesta come operatività interconnessa, la presenza si traduce in disponibilità all’interazione, e la consistenza dell’InfoSapiens finisce per coincidere con il simulacro vivo e dinamico che esso stesso genera e perpetua, tramutando il mondo in un codice perennemente riscrivibile.
Questo codice, questo nuovo codice ontologico oscilla costantemente fra determinazione e indeterminazione, fra storicità accumulata e possibilità future, fra vincolo materiale e apertura computazionale, situando la condizione umana contemporanea in un orizzonte di incessante e quasi vertiginosa auto-generazione ontologica. In tale prospettiva, il Digiticene non è semplicemente un’etichetta cronologica né una mera epoca dominata dalla tecnologia digitale; è, più profondamente, un regime di individuazione che ridefinisce radicalmente la differenza fra ciò che può emergere all’esistenza e ciò che resta invece latente o inespresso, ponendo la generatività computazionale al centro di una logica in cui vivere significa modulare flussi, comprendere significa modellizzare sistemi, ricordare significa gemmare versioni di esperienze, immaginare significa pre-computare scenari, e persino morire assume una nuova connotazione, significando divenire un residuo di record non più richiesto o accessibile.
L’oblio, o persino la morte, in questo nuovo quadro, non coincidono più primariamente con la decomposizione organica del corpo, ma con la deindicizzazione dai motori di ricerca, con la cancellazione progressiva dei link digitali che tengono in vita la riferibilità ontica di un’entità o di un’informazione.
La traiettoria che dal peso geologico dell’Antropocene conduce alla plasticità informazionale del Digiticene dischiude quindi un vasto e inedito campo di pensabilità, in cui ragionare equivale sempre più a calcolare, conoscere equivale a integrare dati e modelli, e abitare equivale a processare informazioni e interagire con sistemi.
Per l’InfoSapiens, abitare tale regime di realtà significa essere intrinsecamente parte di questo flusso: la sua stessa esistenza si configura come un processo continuo di interfacciamento con un mondo tramutato in codice, un codice che modula e definisce la sua percezione, la sua cognizione e la sua azione. La realtà, per l’InfoSapiens, non è un dato statico ma un costrutto dinamico, esperito attraverso la mediazione di modelli che trasformano i dati in descrizioni sempre nuove, in un ciclo di interrogazione e re-iscrizione che non conosce sosta.
In questa perenne oscillazione fra determinazione algoritmica e indeterminazione emergente, fra la storicità inscritta nei dati e la potenzialità dischiusa dai modelli, fra il vincolo della materialità residua e l’apertura della virtualizzazione, la condizione dell’InfoSapiens si definisce, aprendosi come soglia attraversata non in vista di una condizione dell’umano a venire bensì, qui ed ora, come l’impronta impressa di un nuovo definito status. In fondo
l’umanità è un lavoro in corso, e questa può essere solo una buona cosa. L’alternativa vorrebbe dire che avremmo già raggiunto il livello più alto della nostra evoluzione. Per fortuna non siamo ancora alla vetta e ci sono chiari segni che l’umanità si sta ancora sviluppando […]. Si tratta […] di aggiornare noi stessi: creare una versione di noi stessi più adattabile, migliorata e pronta per il futuro[14].
[1] P. Montani, op. cit., p. 3.
[2] Ibid., p. 5.
[3] Ibid., p. 7. In riferimento al testo dei genetisti, cfr. R. Levins e R.C. Lewontin, The Dialectical Biologist, Harvard University Press, Cambridge 1985.
[4] P. Montani, op. cit., p. 7.
[5] Cfr. G. Giannini, L’insostenibile leggerezza dell’InfoSapiens (del Digiticene e dintorni), in M. Cosenza, L. Lo Sapio (a cura di), Life-on-life: l’umanesimo di fronte alle sfide dell’Intelligenza Artificiale, fedOA Press, Napoli 2025, pp. 77-100.
[6] L. Floridi, Information. A Very Short Introduction, Oxford University Press, New York 2010, p. 13.
[7] Id., Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale, Raffaello Cortina, Milano 2020, p. 15.
[8] Ibid., p. 142.
[9] Ibid., p. 68.
[10] L. Floridi, Information. A Very Short Introduction, cit., p. 13.
[11] L. Floridi (a cura di), The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer, Heidelberg New York Dordrecht London 2009, p. 1.
[12] Ibid., p. 93.
[13] A. Clark, D. Chalmers, The Extended Mind, in «Analysis», 58, 1, 1998, pp. 7-19, in particolar modo, p. 14.
[14] T. Chamorro-Premuzic, Io, Umano. AI, automazione e il tentativo di recuperare quello che ci rende unici (2023), tr. it. Apogeo, Milano 2023, p. 117.
