
Call for papers - n. 35 - 2026
«Sulle frontiere dell’istituzione»: la filosofia pratica di Georges Canguilhem
Se le norme sociali potessero essere percepite chiaramente quanto le norme organiche, gli uomini sarebbero folli a non adattarvisi. Siccome gli uomini non sono folli, e siccome non esistono Saggi, è evidente che le norme sociali sono da inventare e non da osservare.
Canguilhem, Il normale e il patologico
Nel suo omaggio a Georges Canguilhem, Pierre Bourdieu spende una parola sul potere d’integrazione della scuola repubblicana, di cui lo stesso Canguilhem, giovane studente di campagna che non sapeva giocare a tennis (come facevano invece i suoi compagni dell’ENS Sartre e Aron), sarebbe stato prima vittima, poi avversario. Si tratta di una immagine che contrasta con quella più consueta del medagliato Canguilhem, maestro di una generazione, alto funzionario, direttore del CNRS e vicedirettore dell’Accademia Internazionale di Storia della Scienza. La protesta di Canguilhem avrebbe preso prevalentemente la forma del silenzio: non solo Bourdieu esprime un leggero dispiacere per il fatto che egli abbia rifiutato di concedere interviste e di parlare alla radio o alla televisione, lasciando che quegli spazi venissero occupati da impostori, ma Foucault scrive che «quest’uomo si è trovato in un modo o nell’altro presente nei dibattiti in cui lui stesso si è ben guardato dal figurare mai»[1]. Integrato e (auto)silenziato, di Canguilhem ci si è a lungo limitati a dire che è uno dei maîtres à penser, insieme non omogeneo che rappresenta forse l’ultima arma, retrospettiva, di quel potere d’integrazione dell’esperienza scolastica francese.
La pubblicazione delle opere complete da parte dell’editore Vrin e il vantaggio epistemologico dato dalla distanza cronologica offrono però la possibilità di ripensare il ruolo di Canguilhem non solo nel contesto di quella nicchia che è l’epistemologia storica nella Francia del secondo Novecento e della sua battaglia specifica contro l’epistemologia anglosassone da una parte e lo storicismo dall’altra, ma all’interno della più ampia cornice della filosofia contemporanea. E se è vero che la scoperta di Canguilhem in Italia, come scrive Elena Gagliasso[2], è tardiva, è pur vero che dall’«iceberg della produzione scritta» inizia ad emergere l’«enorme massa sommersa inedita»[3], un qualcosa tra le pagine di Georges Canguilhem che fa segno non solo alla storia delle scienze, ma al divenire della filosofia. A questo si deve forse l’austerità di un pensiero che si dispiega al riparo dai riflettori, e che, lontano da ogni intenzione dialogante, si caratterizza più che come una voce nell’arena istituzionale e culturale del tempo come il tentativo di risposta a una domanda solitaria che, dice, «sono il solo a pormi»[4]. Questa protesta vitale si rivela decisamente loquace: Canguilhem sposta, intreccia, annoda, separa, fa della frontiera tra autori e discipline una soglia all’interno della quale sperimentare, pur impegnandosi in una costante opera di revisione e sorveglianza sui propri testi per ridurre, conformemente al modo in cui le pensa, le proprie di norme[5]. Cambia prospettiva, tematizza l’errore, si muove di volta in volta alla ricerca di quel punto metastabile che è l’incontro tra biologico e sociale, senza per questo smettere di resistere all’intuizione della loro prossimità. Questa linea di ricerca, molto classica e insieme votata all’innovazione, si trova oggi sollecitata nei dibattiti che riguardano la filosofia politica da una parte e la filosofia della tecnica dall’altra. Le domande sulle implicazioni della nozione di regolazione nelle scienze sociali, la tecnicità insita nel vivente, la ridefinizione del rapporto tra individuo e ambiente, sono solo alcuni intorni problematici della filosofia pratica di Georges Canguilhem che trovano oggi nuovi interpreti e la possibilità di essere inseriti in concatenamenti inaspettati, in costellazioni non preventivate di autori e discipline. Se Pierpaolo Cesaroni tenta «un’analisi epistemologica del concetto in quanto concetto politico»[6] proprio a partire dall’eccedenza del vivente rispetto alla cattura da parte del concetto sostenuta da Canguilhem, Emanuele Clarizio parte dalla constatazione della culturalità del concetto di natura, per aprire alla nozione, simondoniana, di «vita tecnica»[7], dando così una coloritura etica[8] al progetto di una organologia generale diversa rispetto a quella proposta, sempre prendendo le mosse da Canguilhem e da Simondon, da Bernard Stiegler[9]. Dalla capacità del vivente di «infrangere le norme»[10], dimensione messa a tema dal volume collettivo a cura di Fiorenza Lupo e di Stefano Pilotto, emerge poi la possibilità di pensare il mostruoso e l’immaginario, ulteriori linee di sviluppo della teratologia e della teoria delle immagini, come quel fuori che abita il dentro della legge, terreno di negoziazione e lotta di una filosofia pratica. Anche negli studi che prendono in considerazione il rapporto tra Canguilhem e i suoi allievi si rileva un cambio di indirizzo: il pensiero di Canguilhem emerge dallo sfondo, passa da studium a punctum, da premessa ad attrattore della riflessione filosofica. Questo rovesciamento di prospettiva permette allora di ripensare la biopolitica e l’ecologia[11], il rapporto tra ideologia e razionalità e la storiografia delle scienze[12], con e oltre Foucault, Guattari, Althusser e Bachelard, lascia emergere discontinuità e complica il piano del discorso.
Lungo questa traiettoria discontinua il dossier di Scienza&Filosofia propone allora di aprire uno spazio di riflessione a margine dell’impresa di definire i contorni di una eredità del pensiero di Canguilhem nella storia delle scienze della vita o nella filosofia biologica del Novecento, per pensare, più modestamente e insieme con più audacia, nel segno di Canguilhem.
Cantieri di riflessione possibili, benché non vincolanti, sono:
- Il rapporto tra normatività vitale e normatività sociale nel XXI secolo;
- La verificazione come fare il vero e la «fine della teoria»;
- L’antropologia medica nei suoi effetti politici;
- L’immaginario e il mostruoso come dimensioni eccessive del vitale;
- Resistenza, lotta e critica tra epistemologia e ontologia;
- Rischi e opportunità di una filosofia biologica della tecnica.
“On institution’s frontiers” – the practical philosophy of Georges Canguilhem
If social norms could be perceived as clearly as organic norms, men would be mad not to conform to them. As men are not mad and as there are no Wise Men, social norms are to be invented and not observed.
G. Canguilhem, The Normal and The Pathological, p. 259
In his hommage to Georges Canguilhem, Pierre Bourdieu spends a few words on the integratory power of the Republican school, which Canguilhem himself, as a young countryside student with questionable tennis skills (unlike his ENS colleagues, Sartre and Aron), would have initially fallen victim to, before becoming its adversary. This image clashes with the far more common one of Canguilhem as a celebrated generational preceptor, high-ranking official, director of the CNRS and deputy director of the International History of Science Academy. For the most part, Canguilhem’s protest would take on the form of silence: not only does Bourdieu express a slight resentment for his refusal to give interviews and make radio or TV appearances, thus leaving those fields open for hacks, but Foucault also writes that this man «has somehow found himself present in discussions where he himself took care never to figure»[1]. Well-integrated and self-censored, Canguilhem has long been referred to as one of the maîtres à penser, an heterogenous group which might just represent the last, retrospective resort of the French school’s aforementioned power of integration.
The release of his collected works on behalf of the publisher Vrin and the epistemological advantage granted by chronological distance can however allow Canguilhem’s role to be reconsidered not only in the niche context of late 19th century French historical epistemology and of his specific battle against Anglosaxon epistemology on the one side and historicism on the other, but also in the broader framework of contemporary philosophy. While it is true that appreciation for Canguilhem in Italy was overdue, as noted by Elena Gagliasso[2], it can also be said that «an enormous, submersed mass», which goes beyond historical epistemology, has started emerging from «the iceberg which is his written corpus»[3], and it hints at philosophy to come. This might explain the austerity of his thinking and its reluctance for the spotlight or even dialogue itself. Rather than a voice in the cultural and institutional arena of the time, his seems to be an effort to answer a solitary question, which he says was «raised by no one but myself»[4]. His vibrant protest turned out to be quite loquacious: Canguilhem displaces, intertwines, bridges, separates, and finds in the frontier between authors a threshold to experiment with, while striving to constantly revise and oversee his writings, in accordance with his conception of norms, so as to dampen his own’s influence.
He changes perspective, makes error a recurring theme, persists in his quest for a stable middle ground where biological and social may meet, without for this reason giving into the temping intuition of their simple proximity. This classical albeit innovative line of research is nowadays brought into play by debates concerning both political philosophy and philosophy of technology. Numerous issues in Georges Canguilhem’s practical philosophy, among which the notion of regulation in social sciences and its implications, the underlying technicity of living beings, or the redefinition of the individual/environment relationship, have found new voices and destinations, sometimes forming unexpected authorial and disciplinary constellations. Pierpaolo Cesaroni attempts «an epistemological analysis of concept as a political matter»[5] on the back of Canguilhem’s thesis that life exceeds the shackles of concept. Emanuele Clarizio, instead, traverses the cultural origin of the concept of nature to open the door for Simondon’s notion of «technical life»[6], thus giving the project of a general organology a different ethical hue than Bernard Stiegler, despite the two authors’ shared foundation in Canguilhem and Simondon[7]. Moreover, Fiorenza Lupo and Stefano Pilotto’s collective volume, where living beings’ ability to «break the norm»[8] is scrutinized, puts forth the possibility to view two developments of teratology and theory of images, namely the monstruous and the imaginary, as outlawed elements living within the law, and thus constituting a practical philosophy’s negotiating table and battleground. A change of course can also be found in those studies that take into account the relationship between Canguilhem and his students: the former’s thinking comes to the fore, goes from studium to punctum, from premise to vector of philosophical reflection. This shift in perspective paves the way for a rethinking of biopolitics and ecology[9], of the relationship between ideology and rationality, and the historiography of science[10]. With and beyond Foucault, Guattari, Althusser and Bachelard, it lets discontinuity and complexity surface and permeate philosophical discourse.
In the wake of this discontinuous trajectory, Scienza&Filosofia’s dossier proposes a space for reflection, alongside its venture to define the legacy of Canguilhem’s thinking within the history of life sciences or 19th century biological philosophy, in order to humbly yet audaciously think in Canguilhem’s mark.
Potential, non-binding cues for reflection:
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- The relationship between vital and social normativity in the 21st century;
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- Verification in the era of the «end of theory»
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- Medical anthropology and its political consequences;
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- The imaginary and the monstruous as excessive dimensions of life;
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- Resistance, fighting and critic between epistemology and ontology;
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- Risks and opportunities of a biological philosophy of technology.
Procedura: Per partecipare alla call inviare all’indirizzo scienzaefilosofia@gmail.com, entro il 1 gennaio 2026, un abstract di max 5000 battute comprendente il titolo della proposta di saggio e una descrizione dell’iter argomentativo. Le proposte saranno valutate dai curatori e dal comitato di lettori della rivista. Gli autori riceveranno comunicazione dell’esito della selezione, unitamente all’indicazione della nuova deadline per l’invio dei contributi (1 aprile 2026). Infine, i contributi verranno sottoposti a doppia blind review e gli autori riceveranno, al termine della procedura, comunicazione circa l’esito della valutazione.
Lingue accettate: Italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo.
Il Fascicolo ospiterà anche articoli tematici, indipendenti dal tema della call, che saranno contenuti nella sezione “Contributi” e potranno riguardare le seguenti aree tematiche:
STORIA
ANTROPOLOGIE
ETICHE
LINGUAGGI
ALTERAZIONI
ARTE
A queste si aggiunge una sezione dedicata alle Recensioni che riguarderanno sia il tema scelto per il Dossier sia temi di rilievo scientifico-filosofico.
