Giulio Sacco – L’emozione entro i limiti della ragione. La coltivazione delle emozioni in Martha Nussbaum [Rosenberg&Sellier, Torino 2023]

Le parole che utilizziamo per parlare di emozioni sono innumerevoli. Attraverso il vocabolario è possibile distinguere delle sfumature umorali molto fini: solo per fare un esempio, il lessico permette di esprimere di essere felici, gioiosi, euforici; oppure allegri, beati, spensierati, estasiati. La quantità e la qualità dei termini per ragionare sui movimenti emotivi manifesta il desiderio umano, per una buona vita affettiva, di elaborare pensieri su quello che proviamo. In generale, se i discorsi sulle emozioni possono articolarsi attraverso numerose pieghe e darci la sensazione di conoscerne le basi, è però raro ragionare effettivamente su cosa sia un’emozione: solitamente questa domanda costituisce, non risolta, lo sfondo tacito di analisi più particolari. È più o meno comune riflettere sulla propria rabbia, sulle situazioni che fanno provare rimorso e su quelle che rendono appagati; meno consueto, invece, domandarsi sulla natura stessa delle emozioni. Sono due problemi connessi ma diversi: un conto è chiedersi quali siano i meccanismi di un’emozione specifica, un altro è concentrarsi sulle condizioni necessarie e sufficienti di un’emozione in quanto tale.

È di questo secondo dilemma, tra le altre cose, che tratta il testo di Giulio Sacco, L’emozione entro i limiti della ragione. Il libro è una esposizione chiara e ben organizzata della filosofia delle emozioni di Martha Nussbaum, celebre filosofa statunitense i cui vasti interessi spaziano tra filosofia classica, filosofia politica, morale e femminismo. La nitidezza della ricostruzione di Sacco è pregevole, soprattutto a fronte della complessa mancanza di sistematicità della teoria affettiva di Nussbaum – un’elaborazione filosofica magmatica, costellata in vari libri e che ha subito nel tempo delle metamorfosi d’opinione molto importanti. Assieme al monumentale Upheavals of Thought (2001), Sacco maneggia numerosi testi della filosofa: tra gli altri, The Therapy of Desire (1994), Poetic Justice (1995), Cultivating Humanity (1997), Hiding from Humanity (2004), Political Emotions (2013). A questa importante produzione il testo di Sacco dà una forma accessibile così da costituire per la lettrice un agevole ingresso introduttivo sia alla filosofia di Nussbaum, sia, più in generale, al dibattito contemporaneo sulla filosofia delle emozioni.  In maniera lineare, la forma del libro è organizzata nel ritmo espositivo di tre sezioni principali: la prima esplora la teoria cognitiva di Nussbaum, cercando di raccogliere le obiezioni principali (e pure di rispondervi, laddove la stessa Nussbaum non abbia elaborato una replica); la seconda si concentra sulle emozioni che per Nussbaum sono intrinsecamente dannose per la vita morale, mentre la terza, al contrario, chiude la trattazione con le emozioni virtuose per una condotta etica e politica.

Chiedersi quale sia l’essenza di un’emozione è un interrogativo fascinosamente difficile: tentare di definire che cosa siano le emozioni equivale a indagare quale sia la natura di eventi che intessono la vita umana di significato, in cosa consistano le forze che fanno vibrare gli individui di scosse gioiose e dolorose. Il primo capitolo del testo di Sacco costituisce un panorama ordinato sugli aspetti più astratti della posizione cognitiva di Nussbaum, secondo la quale le credenze sono parte costitutiva, necessaria e sufficiente delle emozioni. Secondo questa teoria cognitiva delle emozioni i moti affettivi non sono delle forze cieche, impulsi corporei e radicalmente sanguigni slegati dalla espressione razionale di un soggetto: per Nussbaum, la linfa delle emozioni è l’attività cognitiva, l’impegno alla valutazione. O meglio, le emozioni non sono che un’espressione di quest’attività di discernimento. Difatti, il loro fulcro consiste in questo: i fremiti affettivi sono sommovimenti del pensiero [upheavals of thought]. Certe credenze, se pienamente comprese dal soggetto, costituiscono per quest’ultimo quei sobbalzi esistenziali che coincidono con la vita emotiva. Con la sua bella prosa, prendendo l’esperienza del lutto come esempio, Nussbaum (Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions) scrive: «[q]uando soffro, non accetto prima in modo distaccato la proposizione: “La mia meravigliosa madre è morta”, accingendomi poi a soffrire. No, è il reale, pieno riconoscimento di questo terribile evento a essere il “sommovimento” [upheaval]» (p. 32). In Nussbaum le emozioni sono pienamente identificate con alcuni giudizi profondamente creduti come veri (a cui è concesso un “reale, pieno riconoscimento”). In altre parole (rispondendo alla domanda: cosa è una emozione?), tutte le emozioni sono da Nussbaum riconducibili ad un’essenza generale unitaria: come nella dottrina stoica delle emozioni, sono, secondo la filosofa, tipi particolari di credenze. Questi tipi particolari di credenze sono la specie dei giudizi eudaimonistici, ossia «delle valutazioni che attribuiscono alle cose e alle persone esterne un particolare valore per il soggetto agente, fatto di estrema importanza per lo sviluppo della persona» (p. 23). Così, la trama della vita emotiva non è altro che l’intessitura delle credenze che crediamo fondamentalmente vere nei confronti di cose, persone ed eventi che vengono investiti, nella nostra prospettiva, di un valore esistenziale. È l’adesione incondizionata a questi pensieri che orla la vita di spessore emotivo.

Per comprendere la particolarità di questa posizione, ossia la lettura cognitiva delle emozioni, è necessario porla in controluce con teorie alternative: come anticipato, è ciò a cui Sacco si dedica nella prima sezione del suo libro. Una delle più influenti proposte è la teoria di William James[1], che identifica le emozioni con feelings (le sensazioni corporee). Per fare degli esempi molto schematici: se la paura, per un certo tipo di feeling theories, consiste nella percezione cosciente di cambiamenti corporei (quindi, non sudo freddo perché ho paura: la relazione è piuttosto quella contraria), per Nussbaum consiste invece nel pensare un certo giudizio eudaimonistico (nel caso della paura, la credenza che un evento costituisca una minaccia imminente e incontrollabile per il proprio benessere). Immaginiamoci un esploratore che si imbatta, nel suo cammino, in un orso: per un feeling theorist l’esploratore ha paura perché sperimenta le sensazioni adrenaliniche di un corpo che si predispone alla fuga (tachicardia e respiro corto, palmi che sudano); per Nussbaum se l’esploratore ha paura è perché pensa che l’animale di fronte a sé costituisca una minaccia grave per il suo benessere. Sacco impiega molte pagine a spiegare perché una teoria cognitiva sia preferibile ad una feeling theory (per Nussbaum, le sensazioni corporee possono al più accompagnare le emozioni, ma non ne sono un fulcro costitutivo) e, di contro, a chiarire quali siano le risposte della filosofa alle critiche che le sono state mosse (tra gli altri) dai sostenitori delle feeling theories. Tra le obiezioni più importanti alla posizione di Nussbaum, Sacco annovera quella delle emozioni recalcitranti (come è possibile avere delle emozioni che paiono essere contrarie a quello che si crede, se le emozioni sono identiche a giudizi?), e quella delle emozioni negli animali e nei neonati (come è possibile ammettere che questi enti abbiano emozioni, se per le credenze sono necessarie delle strutture cognitive di un certo grado di sofisticatezza?). Questa parte del testo di Sacco è particolarmente chiara: oltre a costituire una utile guida alla filosofia di Nusssbaum è anche indicata per lettori o lettrici che volessero accostarsi alle teorie delle emozioni per la prima volta, permettendo di cogliere le particolarità delle varie teorie.

La posizione di Nussbaum, come detto, non traccia uno iato tra attività intellettuale ed emotiva. E così, non intendendo le emozioni come impulsi scardinati dall’attività valutativa del soggetto, essa permette un’investitura di rilievo dell’affettività nella prassi morale. Infatti, essendo le emozioni un tipo particolare di manifestazione del pensiero (diffuso, peraltro, di forza motivazionale), una teoria etica e politica non può considerarsi conclusa senza una loro trattazione. È infatti attraverso la revisione delle proprie emozioni, ovvero delle valutazioni sul mondo, che «si realizza una vita emotiva consapevole ed “esaminata” – quella di qualcuno che valuta le proprie credenze e, attraverso la riflessione, cerca di coltivare sentimenti migliori, che rispecchino correttamente la realtà e un sistema di valori appropriato» (p. 68). La seconda e la terza sezione de L’emozione entro i limiti della ragione si impegnano a esplorare se, per la teoria di Nussbaum, esistano delle emozioni intrinsecamente buone o cattive per la vita morale a prescindere dal loro contenuto specifico. Ammettendo che ogni singolo episodio emotivo dovrebbe essere studiato in relazione alla realtà e alla rete di credenze in cui si inserisce, perché per Nussbaum (Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions) «nessuna emozione è di per sé buona», d’altronde «ve ne sono alcune che sono di per sé moralmente sospette, il cui contenuto cognitivo è più probabile che sia falso o distorto, e legato all’autoinganno. […] Tuttavia, alcune emozioni sono almeno potenziali alleate, se non elementi costitutivi, della discussione razionale» (p. 69).  Per Nussbaum, i moti emotivi che tendenzialmente costituiscono, a prescindere dalla loro materia specifica, una spinta per una condotta eticamente felice sono la compassione, la speranza, l’amore. Al contrario, quelle nemiche di una discussione reazionale e democratica sono il disgusto, la rabbia, il senso di colpa, l’invidia e la paura. Sacco esplora ordinatamente questi panorami affettivi, ricostruendo le posizioni di Nussbaum nei relativi cambi di opinione nel tempo e maneggiando agilmente le fonti empiriche e letterarie che sono il sostegno delle riflessioni della filosofa. La sua trattazione, anche qui, è estremamente nitida e puntuale.

In generale, come già ripetuto, il testo è fortemente consigliato per un primo ingresso alla filosofia di Nussbaum e alla filosofia delle emozioni in generale. Sacco dà prova di ricostruire la natura intricata di temi difficili e frastagliati in tante sottoquestioni – e tutto ciò con uno stile chiaro e piacevole da seguire. Vi è, però, un aspetto di debolezza che, a mio avviso, rimane non risolto nella esposizione e difesa argomentativa offerta da Sacco, e che è invece di importanza capitale per una teoria cognitiva: è un punto che viene menzionato nel libro nella sezione dedicata alle emozioni nei neonati e negli animali. È un problema, come segnala Sacco, sollevato da Gustavo Ortiz Millán e da Andrea Scarantino[2] e riguarda la definizione di cosa sia un giudizio. Secondo queste critiche, Nussbaum utilizzerebbe in modo vago e impreciso il termine ‘cognitivo’, non concedendo una definizione chiara di cosa distingua gli elementi cognitivi (i giudizi) dal resto degli stati mentali (ad esempio, dalle percezioni). Questo punto è di fondamentale importanza: se Nussbaum riduce le emozioni a certi tipi di giudizi, affinché la sua teoria sia interessante è necessario che venga data una rigorosa definizione di cosa sia un giudizio. Altrimenti, il concetto di emozione viene ridotto a un secondo termine (quello cognitivo) non esattamente definito e piuttosto sabbioso. Ma la posizione di Nussbaum sembra oscillare, intendendo il significato di ‘giudizio’ talvolta in modo più lasso (ovvero, dalle condizioni necessarie e sufficienti poco stringenti), altre in modo più cognitivamente complesso. Tornando al testo, Sacco riporta come, nel rispondere all’obiezione sugli animali e i neonati (se le emozioni sono giudizi, da ciò segue che gli animali non hanno emozioni?), Nussbaum «attribuisce anche agli animali non umani la capacità di avere pensieri eudaimonistici e valutativi, benché non espressi (o esprimibili) in forma proposizionale, cioè elaborati come frasi di senso compiuto» (p. 37). Nussbaum, nella ricostruzione di Sacco, esibisce degli esempi di comportamenti animali piuttosto complessi e chiaramente sintomo di un’intelligenza che scavalla il bruto meccanismo stimolo-risposta (a tal proposito, vengono citati gli studi empirici di Martin Seligman e di Cynthia Moss[3] come attestanti la capacità degli animali di valutare situazioni come positive o negative, oppure di assumere rudimentalmente la prospettiva di un altro ente). Questi esempi servirebbero a mostrare come, nonostante non sia possibile attribuire capacità linguistiche agli animali, questi avrebbero comunque delle non trascurabili capacità cognitive. Quindi, anche l’attività emotiva degli animali coinciderebbe con dei moti cognitivi. Non è però definito il tipo di attività cognitiva in oggetto. Per esempio: si parla di attività cognitiva intendendo la capacità di formarsi dei concetti, o di percepire gli oggetti come temporalmente estesi? Oppure di avere un certo tipo di memoria episodica o semantica? O altro? Questo non viene chiarito. E da ciò segue la mancanza di puntualità su cosa siano i giudizi eudaimonistici (più volte Sacco ripete che per Nussbaum non siano necessariamente formulati in forma proposizionale – ma allora, quali sono i tratti che li caratterizzano necessariamente?). Ciò, a mio avviso, è una lacuna abbastanza importante nell’impalcatura di una teoria cognitiva: non chiarire esattamente quali siano i requisiti necessari e sufficienti affinché un giudizio sia tale mina il significato dell’asserzione cardine (per cui le emozioni siano giudizi). In alcuni punti, su questo frangente, la strategia di Sacco mi sembra poco convincente, ad esempio quando scrive: «La tesi secondo cui attribuire pensieri agli animali equivale a impoverire il significato di “cognitivo” presuppone un sottostante pregiudizio – criticato nelle pagine precedenti – che agli animali siano preclusi pensieri e conoscenza. Un simile atteggiamento di diniego delle capacità degli animali è ciò che l’etologo Frans de Waal (2006/2008) ha definito “antroponegazione” [anthropodenial], ovvero il rifiuto ideologico di riconoscere agli animali tratti simili agli umani, anche quando il loro comportamento ci indurrebbe a identificare una ricca cognizione» (p. 42). Sacco, in questo passo, glossa criticamente sulle teorie percettive sulle emozioni, come quella di Roberts[4], secondo il quale la dimensione valutativa delle emozioni consisterebbe non in credenze o giudizi, ma in forme di percezione. Sacco giudica la posizione di Roberts come non adeguata a dar conto dell’intelligenza degli animali (segnalando, peraltro, come la posizione di Roberts sia molto vicina alla posizione di Nussbaum, non fosse che per quest’ultima sia più adeguato parlare, anche negli animali, di giudizi e non di forme percettive). L’asserzione di Sacco sul ruolo dell’antroponegazione potrebbe essere retoricamente rivoltata dicendo: è proprio perché abbiamo una concezione della percezione come impoverita, frutto di un retaggio antropocentrico tutto imperniato sul linguaggio, che tendiamo a relegare le nostre capacità più intelligenti sotto il novero dell’attività cognitiva (che racchiude quella linguistica). Ma se, riconoscendo questo bias, definissimo semplicemente l’attività cognitiva come l’attività proposizionale, ciò non toglierebbe complessità e dignità all’attività percettiva (che, come la letteratura empirica e filosofica sulla percezione sostiene prevalentemente, non è da identificare con la mera registrazione di input, ma come un’attività complessa).  E ciò permetterebbe di spiegare almeno alcune delle attività intelligenti degli animali attraverso meccanismi percettivi altamente sofisticati, che includono una capacità valutativa dell’ambiente. Perché non potrebbe quest’attività, almeno a volte, coincidere con quella emotiva? In sintesi, nella posizione di Nussbaum, per come presentata e difesa da Sacco, mi pare ci sia una lacuna definitoria su cosa siano i giudizi e su cosa significhi dire che le emozioni siano attività cognitive. In attesa di requisiti precisi (e non basandosi semplicemente sull’esibizione di un comportamento intelligente) una teoria cognitiva necessita ulteriore elaborazione: il rischio è altrimenti, come sostiene Scarantino, che finisca per essere una teoria infalsificabile o al massimo trivialmente vera.

Sofia Livi

 

[1] W. James, “What is an emotion?” (1884), Mind, vol. 9, n. 34, pp. 188-205.

[2] G.O. Millán, “Nussbaum on the cognitive nature of emotions” (2016), Manuscrito, vol. 39, n. 2, pp. 119-131; A. Scarantino, “Insights and Blindspots of the Cognitivist Theory of Emotions” (2010), The British Journal for the Philosophy of Science, vol. 61, n. 4, pp. 729-768.

[3] M.E.P. Seligman, Helplessness. On Depression, Development, and Death (1975), W.H. Freeman, New York; C. Moss, Elephant Memories. Thirteen Years in the Life of an Elephant Family (2000), University of Chicago Press, Chicago.

[4] R.C. Roberts, “Propositions and animal emotion” (1996), Philosophy, vol. 71, n. 275, pp. 147-156.