Ne La meraviglia del nulla, Vita e filosofia di Andrea Emo, pubblicata da Bietti, Sessa dimostra un’attitudine innata alla filosofia e al pensare filosofico, un talento che gli consegna un’immensa capacità di conoscenza e la capacità di trasmetterla personalmente. La prefazione è di uno studioso molto amato dallo scrivente, Romano Gasparotti, curatore di alcuni libri di Emo, che si pronuncia in modi molto lusinghieri sull’opera di Sessa; seguono poi un explicit degli scritti finora pubblicati da Emo, l’introduzione di Sessa, un capitolo sulla vita e sull’opera di Emo, dal significativo titolo campiano Un imperdonabile, che reca un apparato di 70 note, un successivo capitolo Transattualismo di Andrea Emo in cui Sessa delinea la sua interpretazione della filosofia del patavino, il quale da Hegel va verso Plotino per mezzo di Aristotele e soprattutto di Gentile, distinguendosi da loro per un radicalismo che supera il principio di non contraddizione in una dialettica «dell’attualità che è nello stesso tempo identità e assoluta differenza»[1] in virtù «della concretezza di ogni sostanza individuale, data dal suo Altro e dal negativo che in essa si palesa» (p. 89).
L’essere si riduce a coscienza, per questo Sessa parla, per Emo e per Evola, di transattualismo, di una filosofia in cui, andando oltre Gentile e riformulando la lezione di Piero Martinetti, il Nulla-Principio è la presenza. Infine, Sessa accenna al cristianesimo tragico di Emo, che legge il cristianesimo come un disperato ritorno ai culti agrari, alla religione dei sacrifici, come un mito di protesta contro il mito di Abramo e di Giacobbe, «Il Dio negativo è il sacrificio, il sacrificio dell’individuo del Cristo che è la soggettività… Noi portiamo in noi, nella forma della soggettività, l’infinito negativo»[2]. Un’interpretazione gnostica, se non atea del cristianesimo, mutuata da Nietzsche, approfondita nel capitolo successivo, Cristo e/o Dioniso. Nel seguente La vigenza dell’Origine in Evola ed Emo, l’autore illustra la vicinanza di pensiero tra i due filosofi. L’icona del nulla è un capitolo dedicato all’arte e all’immagine. Seguono Il tempo sferico o del sempre possibile, su cui si tornerà più avanti, L’antimodernismo di Emo, sulla sua posizione tradizionalista e antiilluminista, un’analisi de Le lettere a Cristina Campo, ovvero dell’esilio in Patria, le Conclusioni, in cui viene ribadita la centralità dell’Emo nel dibattito filosofico italiano. A sorpresa, il libro non termina qui, ma si avvale di due ulteriori capitoli fervidi e importanti: di un’accurata bibliografia e di un’appendice in cui si riporta il Quaderno n. 122 del 1951, 13 -XI, dal titolo: L’Eternità si può amare solo sotto forma di presenza.
In altre parole, un libro ricchissimo che mantiene vivo il suo interesse dalla prima all’ultima pagina, come forse pochi libri di filosofia, sinceramente, riescono a generare.
Il pensiero di Emo è intriso di quell’idealismo hegeliano che entra in crisi nel Novecento con l’attuarsi della filosofia in storia e in ideologia, cioè nel trasformarsi del pensiero filosofico in pensiero storico e ideologico-politico. La crisi è racchiusa nel nichilismo tragico di cui è impregnata tutta la filosofia del secolo scorso, negativismo dialettico che si invera nel materialismo postmarxista e in quello tradizionalista, nel fenomenologismo cattolico. La crisi della filosofia idealista va a coincidere storicamente con il fallimento dell’attuarsi di queste ideologie nell’apparato sociale, nel comunismo stalinista, nel nazionalsocialismo hitleriano. Da questa crisi esce vincente il pensiero economicista, l’attuarsi della storia nel poiein, nel fare. Al presente, a incarnare il senso e il destino dell’umanità è il Capitale, il vero Dio. La storia si fa economia, il tempo è quello dell’economico che non è negazione del tempo, bensì è l’attuarsi del tempo umano. In qualche modo, Emo ne profetizza l’avvento: «La negazione stessa in quanto presente cioè assoluta, diviene divenire attivo, atto positivo, ecc., cioè reale mutamento» (A. Emo, L’eternità si può amare solo sotto forma di presenza, Quaderno n. 122, in infra, p. 375).
Il fare si è sovrapposto al pensare e il pensare è diventato pernicioso, essendo tragico in sé, il fare dichiara il fallimento e il superamento dell’umanità nella moltitudine, superamento già implicito nelle ideologie novecentesche, azzerate dall’Impero capitalista “democratico” e populistico che offre la possibilità della libertà (di consumare) a tutti, indistintamente.
Il consumo accessibile erga omnes è realizzazione del sogno della libertà, di quella egualitarista e solidaristica, oggi “inclusiva” e “sostenibile”, “energicamente pulita”, o tendente a una igiene pubblica e moralistica della coscienza (la transizione ecologica). Le vecchie ideologie sono superate e non riescono più a recuperare credibilità all’interno di questa quantitativa democratizzazione dell’Impero Libertario Capitalista. Il tempo è fermo nell’estasi del consumo e il futuro (il progresso, la libertà, la Divinità) è già qui e ora, tempo negato nell’assolutizzazione del presente. Le nevrosi individuali e l’estetizzazione del sociale sono due degli aspetti di questa normativizzazione del presente in cui passato, futuro, progettualità e azione colano e si annullano. Non è vero che, a fine giornata, dopo aver speso in modo frenetico il tempo, ci si accorge di non aver fatto nulla o di non aver adempiuto ai doveri e ai compiti che ci si era prefissati il giorno prima? Si vive l’estasi del tempo nell’istante del consumo: si produce, si consuma, dunque si è (effimeri), avvicinando in se stessi il tempo zero dello storico – lo storico si è realizzato nel suo non esistere più.
Tutt’altro, rispetto al tempo sferico-ciclico immaginato da Emo, che poi esibisce l’insufficienza di concepire l’Istante Assoluto. Il tempo è un velo gettato sullo sguardo dell’uomo per renderlo orbo, come ha dimostrato la matematica quantistica, in cui il tempo non viene considerato e il vettore temporale può dirigersi verso il passato come verso il futuro. Il tempo storico è apparenza a cui è consegnato il miraggio, l’incantesimo o, meglio, la struttura deficitaria della coscienza umana. Il tempo è sì, il negativo, in cui si annullano le vicende per metamorfosare in altre, essendo la Fine la vera trascendenza, l’Atto, e tutto il resto, possibilità in atto e attuate.
Forse il Capitale è la presenza in cui si negano le ideologie novecentesche, e l’Occidente in particolare, che, invece di fare l’esperienza della gioia, continua ad esperire l’esperienza del tragico [la coscienza di negare sé, di essere presenza del nulla dovrebbe essere gioia, e non tragicità, come lo stesso Emo sostiene, «La felicità della conoscenza matematica o metafisica o esistenziale o quel che vorrete è sempre quella di poter negare il mondo e la realtà e di poter vivere universalmente malgrado questo anzi mediante questa negazione» (p. 354)].
Il Capitalismo, esito di un nichilismo che si invera nel falso benessere materiale, pone l’uomo al centro dell’universo, privandolo però di una coscienza del tempo e soprattutto dell’Assoluto. Quando l’uomo riuscirà a scoprire il pensiero di una gioiosa accettazione dell’esistente e della natura, di un vero cristianesimo dionisiaco in cui tutte le creature si sentano responsabili l’una dell’altra – nel rispetto sacrale del piccolo lume di Divino che è in noi?
L’idealismo emiano nutre nel lettore diversi dubbi, quando ad esempio afferma che il reale (la presenza) è rendere l’Istante Assoluto. C’è da pensare che si sbagli, che non lo sia, perché muta e dunque l’Istante non è Assoluto. Pensare a un Assoluto Possibile e trascendente che non per forza si invera nel suo negativo ma è posto dialetticamente e oppositivamente, dal confronto delle possibilità dinamicamente intese e non rese necessarie dal negativo, ma da un positivo, che non annulla ma fa scaturire e dà origine, è quel che una rinnovata filosofia idealista oggi dovrebbe imparare a sostenere. Un’attualizzazione dell’Assoluto in un punto che è reso singolare dalla gioia. Secondo Emo, tutto può essere tutto. Nella sua attualizzazione, ogni cosa può rovesciarsi nel suo opposto e in questo percorso identificarsi come presenza. La presenza, però, non può essere trascesa, essendo anteriore a ogni cosa, è Bene e crea il Bene. «La presenza trascende il nulla perché è nulla; dunque il solo modo di essere presenza di comprendere e di possedere la presenza è di essere nulla cioè è il negarsi, la negazione e la coscienza della negazione. Il Sommo bene è la presenza: perché? Perché essa è anteriore a ogni cosa…» (p. 388). Alle domande che il lettore si pone, Emo risponde nella pagina immediatamente successiva, come in una conversazione silente: «il buddismo fu la prima religione negativa, ma poiché la conoscenza del negativo che è di noi che siamo, è necessariamente una fede, questa fede è l’essere e il reale; è essa stessa Dio; e questa fede fu effettivamente adorata come Dio, sotto vari nomi, e fu considerata l’assoluta esistenza; la trascendente esistenza; in realtà era la presenza e l’attualità del negativo che era adorata: la presenza è essenzialmente negazione di sé; è in quanto negazione ed insieme è trascendente, né può non esserlo, perché non può essere conosciuta se non come trascendente. […] L’attualità è il nuovo dio di cui Zarathustra è il profeta. […] La trascendenza legittima. Che è divinità perché in essa Dio è morto» (p. 380). Dio non è morto ma è Ciò che Opera in negativo e in soccorso del reale. Dio si può solo far scomparire ma arbitrariamente, facendo valere un discorso filosofico che può essere facilmente rovesciato nel suo opposto. Dio e il Nulla sono il Principio e l’Origine e dunque la Verità, che è il fondamento di ogni filosofare. Dio e Nulla come Origine sono anche il punto cieco iniziale che è l’impossibilità della Verità per l’uomo e per ogni scuola filosofica. Il pensiero filosofico – ogni pensiero filosofico – deve essere l’attestazione di una sconfitta, di un tentativo “nullo” del pensiero, il pensiero essendo domanda e non sforzo di contenere il reale, uno sguardo sul reale che non potrà mai essere abbastanza capiente, e dunque potrà percepire solo ombre, apparizioni, miraggi. La filosofia è l’amore per una conoscenza esoterica o essoterica, conoscenza limitata e autolimitante, che limita se stessa nel momento stesso in cui si dà. Il suo pensiero per Emo costituisce proprio un vulnus, perché egli non vuole che venga conosciuto, così mettendo in scena la vera essenza della filosofia: quella di essere la testimonianza di uno scacco, di una sconfitta già sul nascere, l’incapacità di una incapacità strutturale dell’umano, il suo testimoniare un’incapacità di raggiungere l’oltre e di sporgersi al di là se non attraverso barlumi che possono essere solo intuiti. Ciò non vuol dire che la filosofia sia morta, può e deve continuare a interrogare, a dichiararsi sete inestinguibile di Assoluto e amore paradossale dei propri limiti, in vista di un migliore e forse bustrofedica definizione di se stessa. Scrive Emo che ogni pensiero sfocia in mitologia individuale: «Ogni sistema di concetti alla fine trova in sé il suo mito, si rivela come mito, appunto perché ogni concetto è sempre sostenuto da qualcosa di individuale, irriducibilmente individuale…» (p. 382).
Massimo Pamio
[1] A. Emo, Quaderni di metafisica, 1927-1981, a cura di M. Donà e R. Gasparotti, prefazioen di M. Cacciari, Bompiani, Milano 2006, p. 1559.
[2] A. Emo, in Le voci delle Muse. Scritti sulla religione e sull’arte (1918-1981), a cura di M. Donà e R. Gasparotti, prefazione di M. Cacciari, Marsilio, Venezia 1982, p. 26.
