Per molto tempo Günther Anders ha risentito della fama di novella Cassandra della filosofia, appellativo che la critica gli ha spesso accostato riferendosi alla sua pressante denuncia delle sventure dell’età atomica. Descritto vieppiù come annunciatore di tempi bui, pensatore della fine, Anders, relegato a lungo ai margini dei circoli accademici, era principalmente conosciuto per i toni catastrofisti che spesso hanno caratterizzato il suo filosofare. Al contrario, poco indagato è stato il legame che intercorre tra la sua produzione intellettuale e l’attivismo morale, poi sociale e politico che, fin dalla gioventù, ha animato il filosofo di Breslavia.
Il volume collettaneo Lineamenti di moralismo andersiano nasce dalla volontà di liberare questo complesso pensatore dalla fama semplicista di profeta dell’imminente Apocalisse. Questo lavoro, curato da Vallori Rasini e Gianni de Nittis, ha il merito di individuare e riconoscere la centralità dell’istanza morale a fondamento dell’attività intellettuale di Anders. In questo modo l’opera andersiana è strettamente connessa alle sue esperienze di vita, annullando la contrapposizione classica tra «uomo d’azione» e «uomo teoretico» (p. 67). È innegabile, infatti, tanto per la sua denuncia di qualsiasi forma di totalitarismo, quanto per la sua partecipazione a movimenti pacifisti e antinucleari, che la vita di Anders, pur essendo l’esistenza di un uomo senza mondo, segnata da persecuzione, emarginazione e alienazione, sia stata interamente dedicata a mettere in guardia i suoi contemporanei e le generazioni a venire dai rischi connessi all’operare tecnico dell’uomo nel mondo. A partire da questa prospettiva, l’opera filosofica e, più in generale, intellettuale, andersiana può essere compresa nel suo pieno significato esortativo e provocatorio proprio e solo se intesa come una delle strategie messe in atto da Anders per la conservazione del mondo. Come afferma Vallori Rasini nell’Introduzione al testo, «l’attivismo morale completa il senso di quello filosofico e narrativo» (p. 11), donando ai lettori il ritratto di un pensatore che invece di fermarsi a contemplare l’Apocalisse, mostra ancora «una ferrea fiducia nella possibilità che lo sforzo politico e immaginativo possa restituire dignità all’umano» (ibid.). I saggi contenuti nel volume, che raccolgono le voci di alcuni dei più autorevoli studiosi andersiani nel panorama italiano, ripercorrono i modi peculiari – che dall’antropologia filosofica spaziano alla narrativa – con cui Anders si confronta con gli eventi estremi che hanno caratterizzato il Novecento. Adottando questa prospettiva, non solo si riannodano i fili delle diverse riflessioni andersiane intorno al suo dichiarato conservatorismo ontologico ma si vuole, allo stesso tempo, dare il giusto riconoscimento a un pensatore tenace, poliedrico, anticonvenzionale, dedito agli sconfinamenti disciplinari e, proprio per questo, capace di una profonda comprensione delle dinamiche del reale.
Ampio spazio è dedicato, in primo luogo, alla brillante analisi andersiana circa le cause del progressivo allentarsi del legame tra uomo e mondo: l’occhio lucido di Anders, infatti, ha presto compreso che le morti di massa causate tanto dai campi di concentramento, quanto dalla bomba atomica, non sono altro che un risvolto patologico e inevitabile del prometeismo tipico dell’uomo moderno. La filosofia di Anders, in tal modo, diviene il luogo privilegiato per comprendere sia in prospettiva antropologica, sia ecologica, gli incontrollabili effetti del connubio tra l’uso parossistico della tecnica e la razionalità calcolante tipica del capitalismo dell’homo faber. Nel ripercorrere la genesi di questo progressivo processo di distruzione dell’umanità e del mondo, concordemente, i diversi autori enfatizzano l’importanza di una feconda intuizione andersiana: la caratteristica antropologica predominante della modernità è la discrepanza, ossia – come spiega esaustivamente Francesco Miano – «l’asincronizzazione crescente tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, tra l’immaginare e il fare, tra il corpo e le macchine» (p. 139). Tale inquadramento, che ben descrive la condizione umana sia dei contemporanei sia delle generazioni a venire, nasce dalla capacità andersiana di aver saputo riconoscere non solo il carattere totalizzante dell’asservimento umano alla tecnica ma di averlo connesso all’indifferenza morale dinanzi cui si sono svolti disastri quali Auschwitz e Hiroshima. Vergogna e dislivello prometeici, totalitarismo tecnologico, critica al progresso, de-responsabilizzazione, compongono le più importanti tappe dell’itinerario analitico di questo volume in quanto categorie fondamentali della produzione andersiana, capaci di spiegare come e perché l’umanità si sia messa in condizione di produrre la propria distruzione: esse rappresentano, infatti, «le coordinate di un’umanità che partecipa di quel medesimo principio dell’utilizzabilità che connota gli oggetti e prepara al processo di produzione della propria superfluità» (p. 127). Muovendosi tra le riflessioni di Anders, i saggi restituiscono così l’immagine sempre attuale degli umani come esseri mediali, caratterizzati da una tracotanza che gli si è rivoltata contro, rendendoli infermi dinnanzi alla forza distruttiva dei prodotti tecnici da loro stessi creati.
Alla luce della digitalizzazione delle esistenze e dell’informatizzazione del mondo che caratterizza il nostro tempo, infatti, le riflessioni di Anders sono assunte come fecondo punto di partenza per meglio comprendere le attuali trasformazioni della realtà. Il carattere predittivo della filosofia della tecnica andersiana è, ad esempio, al centro del saggio scritto da Natascia Mattucci. Esso mostra come Anders, attraverso la sua analisi della logica prestazionale del lavoro nel mondo capitalistico e della mediatizzazione delle esistenze dei sistemi radio-televisivi, abbia saputo cogliere gli effetti patologici della progressiva introiezione del principio macchinico da parte dell’essere umano. In tal modo, Anders ha anticipato alcuni problemi emersi nel dibattito pubblico solo con l’odierna rivoluzione digitale, con lo Human Engineering, con lo sviluppo della psicopatologia del lavoro: Anders, in anticipo sui tempi, aveva ben compreso e denunciato l’anestesia morale prodotta dai media e dall’automatismo processuale del lavoro, il loro effetto de-responsabilizzante e, allo stesso tempo, il loro carattere oppressivo.
Centrale, negli sviluppi del volume è, dunque, l’idea che l’antropologia filosofica andersiana sia fortemente connotata in senso etico: l’indagine andersiana, come ricostruiscono Vallori Rasini e Francesca Recchia Luciani, abbandona ben presto i tratti essenzialistici tipici delle ricerche classiche sulla natura umana del primo Novecento, per diventare una filosofia militante che miri alla «ridefinizione del compito dell’uomo» (p. 166). Riconoscere che la discrepanza sia la cifra dell’uomo moderno è il compito preliminare e ineludibile del filosofo che deve essere poi in grado di condurre un’azione riflessiva non solo critica ma anche esortativa. L’intreccio tra antropologia e etica rivendicato a più riprese da Anders «non è una scelta estemporanea» ma una decisione inevitabile in quanto «esigenza del tempo» (p. 199). È proprio al carattere sovraliminale di eventi quali Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, la cui portata è tale da sfuggire all’ordinaria comprensione umana, che viene ricondotto il ben noto incupirsi dei toni di Anders: una filosofia all’altezza dei pericoli del presente non può che darsi nella forma angosciata di un’apocalittica filosofia dell’esagerazione.
A tal proposito, i contributi di Gianni De Nittis e Pierfrancesco Fiorato, indagano nello specifico la dimensione stilistica della produzione andersiana, guardando agli originali espedienti narrativi e retorici adottati dal filosofo: addentrandosi nella «costante schizofrenia tematica, stilistica e metodologica» (p. 181) che caratterizza l’opera di Anders viene evidenziata la vocazione didattica dell’autore a una scrittura di carattere pratico, che ricerchi «forme comunicative dirette e capillari» (ibid.) capaci sia di diagnosticare i limiti dell’umano, sia di predicare responsabilità e esortare all’azione. Per Anders, tra filosofia e letteratura, come evidenziano Gianni de Nittis e Pierfrancesco Fiorato, non esiste contraddizione ma si crea, invece, un rapporto di complementarità: entrambe diventano «strumenti critici e creativi capaci di generare una comprensione più profonda della condizione umana» (p. 21) e di offrire, come in un laboratorio etico, occasioni propositive per riacquisire il coraggio ad avere paura. Per risvegliare le coscienze alienate degli uomini a lui contemporanei, Anders costruisce universi narrativi capaci di svelare le forze oppressive proprie dei sistemi totalitari. Egli ha l’obiettivo di decostruire le dinamiche del controllo ideologico che hanno condannato gli uomini all’omologazione e alla standardizzazione. Attraverso questa denuncia Anders si discosta fermamente dal desiderio di uniformazione alla società e di conformismo di cui accusa, tra gli altri, Franz Kafka, a cui pure Anders riconosce il merito di aver saputo fotografare «l’immoralità che detiene il potere» (p. 210) e le esistenze incomplete degli uomini senza mondo: riprendendo Serena Vantin, l’opera kafkiana serve a Anders a mostrare come il mondo non dovrebbe essere e, tuttavia, la sua militanza morale gli impedisce di aderire alla «legge degli ubbidienti» (p. 216) che anima i personaggi kafkiani, ansiosi di entrare nel mondo vincolandosi alle sue prescrizioni e alle sue norme. Piuttosto, quella praticata da Anders è sì un’etica del naufragio ma tesa a non cedere «alla vacuità di un formalismo normativo privo di sostanza» (p. 231). La rappresentazione estetico-letteraria andersiana, piena di simbologie, finte schermaglie, maschere, aforismi e camuffamenti espositivi, vuole sfidare la passività indotta dalle strutture tecnologiche, tentando di operare in vista della formazione e della trasformazione della coscienza dei lettori. Attraverso l’impianto deformante della sua opera Anders cerca di stimolare emozioni represse ma vivificanti, quali l’angoscia e la paura, le uniche capaci di stimolare l’immaginazione, che riconosce essere – forse l’unico – «strumento di resistenza morale» (p. 32), capace di declinare in modo nuovo l’agire umano.
Proprio il costante riferimento ai temi dell’immaginazione, del sentimento e della fantasia morale – dimensione della riflessione andersiana ancora poco indagata che il presente volume ha il merito di richiamare più volte – possono allontanare il diffuso senso comune di un Anders «pessimista fuori dal tempo» o «sabotatore reazionario» (p. 98). Il saggio di Marina Lalatta Costerbosa, a tal proposito, ha lo scopo di evidenziare come la critica andersiana al progresso non si riduca mai a una filosofia regressiva animata da acritiche nostalgie di un passato naturalistico contro la degenerazione artificiale della modernità. Piuttosto, combattere la tecno-ignoranza e l’analfabetismo emotivo dilaganti, è uno sforzo teso al futuro, che cerca di rinsaldare il legame compromesso tra uomini e mondo, predicando responsabilità e precauzione.
In conclusione, il pensatore che il lettore impara a conoscere attraverso le pagine di questi saggi ha poco a vedere con l’inopportuna Cassandra della filosofia che per molto tempo la critica ha escluso dai dibattiti accademici. Al contrario, si familiarizza con un pensatore ostinato, a tratti disperato, irritante, ma convinto dalle urgenze del presente di mettere in scena se stesso come il moralista «che ammonisce e mette in guardia» (p. 60). Anders è un filosofo sui generis che non si attarda a riflettere sul senso ultimo delle cose ma che, al contrario, accettando il nichilismo incombente, si accontenta di sostare tra «le cose penultime» (p. 55), quegli squarci caratteristici del presente che danno l’occasione di ripensare criticamente le sorti dell’umanità e del mondo. È un uomo che non ha paura di cadere in contraddizione accostando la sua fissazione moralistica alla filosofia – rapporto apparentemente paradossale al centro del saggio di Fabio Polidori – ma che, invece, proprio attraverso la sua istanza etica offre alla filosofia l’occasione di un rilancio, facendo di essa non l’attività speculativa attaccata alle tradizioni ma una forza dinamica ed autentica capace, anche, di disertare nella prassi. È soprattutto un moralista convinto che, attraverso il pressante richiamo allo sviluppo delle facoltà pratiche e immaginative, vuole offrire all’umanità alienata una strategia di resistenza al pervertimento antropologico e alle degenerazioni storiche.
Antonia Verderosa
